sabato, Settembre 25

Afghanistan, si stringono i contatti tra talebani e Russia

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«Stabilire contatti con questi gruppi terroristici manda il messaggio sbagliato, e gli fa credere che la comunità internazionale li sta riconoscendo». È questa la dichiarazione del preoccupato Salahuddin Rabbani, il Ministro degli Esteri afghano, riguardo ai sospetti di parte del personale diplomatico e militare degli Stati Uniti, secondo i quali la Russia starebbe stringendo i contatti con i talebani e, forse, persino fornendo loro armi.

«Ho notato che l’influenza della Russia ultimamente è aumentata, in termini di associazione, e forse anche di rifornimenti ai talebani», ha dichiarato giovedì scorso il Generale Scaparrotti, comandante NATO in Europa. Scaparrotti non ha precisato l’entità dei rapporti, né dei ‘rifornimenti’, basando il suo sospetto sulle dichiarazioni del Generale John Nicholson, che nel dicembre 2016 avvertiva il Pentagono di «pericolose ingerenze di attori esterni come la Russia, il Pakistan e l’Iran» in Afghanistan.

L’accusa di fornire armi ai terroristi è stata in ogni caso respinta da Mosca, che ha però ammesso di avere instaurato legami con i combattenti talebani in Afghanistan. Inoltre, Zamir Kabulov, inviato dal Governo russo in Afghanistan, ha parlato chiaramente e in maniera molto critica delle forze americane nell’ex-repubblica sovietica.

«L’America non troverebbe la situazione allarmante», ha risposto Kabulov, intervistato da una televisione turca a proposito del quindicennio di occupazione statunitense dell’Afghanistan, «se noi russi facessimo qualcosa del genere in Messico? Ci abbiamo già provato a Cuba, e sappiamo tutti come è andata a finire».

L’atteggiamento di Mosca in Afghanistan sembra seguire un approccio assolutamente pragmatico: i talebani vedono i combattenti dello Stato Islamico come pericolosi ‘competitor’, dunque perchè non coinvolgerli nella lotta contro il Califfato? Tra i due, a quanto pare, è l’IS a preoccupare di più il Cremlino. Questa spiegazione non convince però gli americani, che sostengono di essere la parte più impegnata nella lotta allo Stato Islamico, mentre l’obiettivo reale dei Russi sarebbe solo quello di mettere i bastoni tra le ruote alle forze NATO.

Nikolai Patrushev, responsabile dell’intelligence russo, ha comunque rassicurato le autorità di Kabul, affermando che lo scopo dei Russi è solo quello di «incoraggiare il gruppo a unirsi al processo di pace promosso dal Governo afghano». In risposta, gli afghani hanno «accolto la posizione russa e la spiegazione» confermando l’importanza della Russia come alleato politico del Paese.

Molto più compromessa è la posizione del Pakistan che, attraverso il suo poroso confine con il vicino afghano, rischia di fornire ai Talebani qualcosa di molto più importante delle armi: il territorio. Il processo di pace, per il Governo afghano, sarebbe infatti ostacolato anche dalla sicurezza che diversi gruppi talebani trovano nelle regioni al confine con il Pakistan.

«Il Presidente Ghani ha fatto un grosso sforzo per migliorare i rapporti con il Pakistan, che non ha portato alcun frutto», si legge su un’analisi dell’‘Atlantic Council’. Ashish Kumar Sen, l’autore, scrive che il Pakistan supporta i talebani «in diversi modi» e suggerisce una politica forte che impedisca la creazione di ‘safe haven’ (santuari) per i gruppi di combattenti sul suo territorio. Il Paese «dovrebbe anche smettere di classificare i terroristi come ‘buoni’ o ‘cattivi’, e combatterli senza discriminazioni». Il Ministro Rabbani, intervistato da Kumar Sen, indica come non sia il numero di truppe NATO presenti sul territorio a fare la differenza, ( suggerito invece dai neocon americani come il Senatore John McCain), ma la pianificazione di una strategia efficace.

Per Rabbani il problema non sono i contatti tra Russia e Talebani, quanto la partecipazione del Governo di Kabul in queste contrattazioni: «accogliamo qualsiasi nazione che possa giocare un ruolo positivo per portare la pace e la stabilità, ma questo deve essere fatto attraverso lo Stato. Gli afghani accetteranno solo un processo di pace e riconciliazione guidato dal loro Governo. È l’unico che può aver successo».

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