giovedì, Luglio 29

Takoua Ben Mohamed, il 'fumetto intercultura' field_506ffb1d3dbe2

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Tunisi –  Takoua Ben Mohamed, 23 anni, è una giovane fumettista originaria di Douz, una città situata nel sud della Tunisia e considerata ‘la porta del Sahara’. Dall’età di otto anni vive a Roma: il padre,  membro di uno dei più grandi movimenti oppositori al governo dell’allora dittatore Ben Alì, vi si era trasferito anni prima come rifugiato politico. In poco tempo, grazie al suo “fumetto intercultura”, un fumetto grazie al quale affronta diverse tematiche legate alle cosiddette “seconde generazioni” – dall’esser musulmani in Italia, alla questione del velo – e alle trasformazioni che interessano il Medio Oriente, è riuscita a farsi conoscere sulla scena italiana. Attualmente, dopo aver partecipato, tra i vari eventi, al Festival del giornalismo di Perugia e al TEDxMatera, collabora con Village Universel, Italiani+ e Near, e lavora come sceneggiatrice presso la produzione Big J Factory. Diplomata in ragioneria, ora frequenta l’accademia di cinema d’animazione a Firenze.

La sua passione per il disegno è nata quasi per caso: ha cominciato a disegnare sin da piccola, su qualsiasi superficie glielo permettesse, perfino sulla sabbia del deserto. Piano piano questo hobby è diventato una vera e propria passione e un modo per raccontare le ingiustizie che  vedevi succedere attorno a te.

 

Come hai fatto ad avvicinarti a quest’arte?

E’ una passione che ho sviluppato da quando sono nata: dalla città del deserto l’ho portata sempre con me, fino alla grande città Roma. Da uno stile all’altro alla fine ho ritrovato me stessa nell’arte del fumetto e del racconto: ho capito che attraverso quest’arte posso esprimermi meglio e far arrivare la storia che voglio a tutti. In questo modo ho cominciato a scrivere su argomenti importanti che mi rappresentano sin da subito e rappresentano molti altri. La mia prima storia, ‘me and my hijab’,  tratta del velo in occidente: sia come vive la ragazza musulmana con l’hijab in Europa,  sia come si sente lei e come la vedono gli altri, rappresentando in questo modo sia il lato negativo che positivo. Quando ho messo il velo avevo 11 anni: ero piccola per una scelta del genere. Ricordo che lo iniziai a mettere per curiosità: era l’anno dopo l’11 settembre; le mie sorelle più grandi erano viste in modo molto negativo dalla società: era un periodo molto critico e tutti i riflettori erano puntati sul velo e l’islam in generale. Quando presi la decisione di metterlo, il primo giorno un bambino, avrà avuto la mia età, mi ha apostrofata dicendo “talebana, terrorista”. Io non capivo cosa significassero quelle parole e tutt’ora mi chiedo se quel bambino capiva ciò che mi stava dicendo.

All’inizio disegnavi a matita, poi piano piano hai migliorato la tua tecnica; cosa è cambiato, dal punto di vista tecnico, dall’inizio ad oggi? Prima di iniziare la scuola a Firenze, hai imparato tutto da sola?

Ho imparato a disegnare da sola: prendevo dei libri per imparare come si fa un fumetto. All’inizio facevo tutto in matita perché non sapevo ancora inchiostrare. Volevo vedere che effetto faceva quest’arte sulle persone, compresi quelli che non la conoscono. Quando ho visto che i miei disegni piacevano ho cominciato a renderli sempre più professionali e li presentavo attraverso delle mostre in eventi e fiere culturali e giovanili. Si interessavano molte persone: professori e studenti universitari che mi hanno concesso di collaborare con loro in libri, tesi di lauree e tesi di ammissione ad Accademie di cinema. I miei disegni sono stati pubblicati nel libro ‘il velo nell’islam, storia, politica, estetica‘di Renata Pepicelli; ho collaborato nel documentario di Luca Bauccio ‘Al qaeda! Al qaeda! Come costruire un mostro in tv’”.  Ora collaboro con molti giornalisti, come Antonella Andriuolo e Lorenzo Cinque, che hanno girato il documentario ‘My name is Takoua’ per una conferenza al Festival internazionale del giornalismo di Perugia. Ho collaborato con Maria Pia Ebreo, che mi ha scelta al TEDxMatera per presentare la mia idea dell’ ‘hijab e il grafic journalis’. Ringrazio davvero moltissime altre persone e giornalisti che hanno capito l’importanza di quest’arte quale il graphic journalism, strumento di comunicazione utile ed importante

Il tuo tratto sembra quasi prendere ispirazione dai manga giapponesi, mentre i soggetti dei tuoi fumetti sono diversificati: dai problemi delle seconde generazioni musulmane, fino alle cosiddette primavere arabe. Cosa ti spinge a scegliere questi determinati temi?

“Mi son ispirata all’inizio ai manga giapponesi perché era ciò che avevo davanti: ora con l’accademia oltre ai cartoon sto cercando di cambiare stile e renderlo più personale. Per quanto riguarda le mie storie, non nascono: esistono già. Sono reali, non faccio altro che riprendere pezzi di realtà e trasformarli in fumetto. Molti sono autobiografici. Oltre al velo scrivo anche sulla primavera araba. Essendo tunisina credo molto alla libertà di pensiero: la mia famiglia è stata esiliata per moltissimi anni per questo, mio zio è morto ed è stato torturato in carcere per questo, mentre mia madre si è sacrificata per noi figli e suo marito per questo. Scrivo molto sulla Palestina e Siria e spero di riuscire a dedicare la mia prossima pubblicazione anche agli ultimi avvenimenti in Iraq. Oltre ad essere un dovere morale poter raccontare storie di persone in quella situazione, il mio percorso di vita e il mio lavoro da volontaria mi ha insegnato a diffondere sempre la verità”. Come nasce un tuo fumetto? C’è una storia in particolare a cui sei maggiormente affezionata? “Scrivo la sceneggiatura, la divido in scene a seconda dell’impaginazione del fumetto, disegno ogni scena ed infine aggiungo il dialogo. I personaggi sono fissi nelle mie storie. Sono molto affezionata a tutte le storie che scrivo perché in qualche modo mi rappresentano, soprattutto a livello morale”.

In poco tempo sei riuscita a importi sulla scena italiana, collabori con Village Universel, Italiani+ e Near, e lavori come sceneggiatrice presso la produzione Big J Factory. Ti aspettavi tutto ciò? Come è il lavoro da sceneggiatrice? Hai qualche progetto futuro nel cassetto?

Ciò che ha interessato di più i media sono innanzitutto le tematiche che affronto e poi come le rappresento. In Italia sono davvero pochi coloro che utilizzano il grafic journalism, inoltre vedere una ragazza di giovanissima età con il velo e soprattutto il fatto che le mie storie sono per la maggior parte autobiografiche è una cosa nuova. Il posto di sceneggiatrice in produzione è ancora in fase sperimentale. Un progetto su cui sto lavorando da più di due anni è un libro sulla Tunisia: per ora non posso dire di più”. In Tunisia hai ottenuto qualche riconoscimento, hai pubblicato qualcosa? Oppure intanto ti limiti all’Italia? “Per ora mi sono limitata all’Italia. In Tunisia ho un pubblico, ma non come nel Belpaese: le mie storie per ora infatti sono in italiano. Mi hanno ad ogni modo intervistato in alcune radio tunisine. Non mi dispiacerebbe allargare il progetto anche fuori Italia e pubblicare in altre lingue oltre all’italiano, anzi, sarebbe un onore per me

 

 

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