domenica, Giugno 20

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Bangkok – Alla luce della ripresa della produzione di energia attraverso gli impianti nucleari civili di Fukushima, un po’ in tutta l’Asia si è ripreso a discutere animatamente e profondamente sul senso della produzione di energia da fonti nucleari, piuttosto tradizionali, e su tutte le tematiche connesse con le società, l’ecosistema dell’area, le condizioni di vita e la competitività sulle piazze estere, stante la necessità di avere sempre un serbatoio praticamente senza fondo in ambito energetico.

Il fatto che buona parte dell’area meridionale della Cina e delle Nazioni confinarie appaiano dai satelliti coperte da un’unica macchia color ruggine, praticamente stanziale da anni e che rappresenta lo stato delle cose in termini di inquinamento atmosferico, rappresenta una iconografia tragica e allegorica allo stesso tempo dello ‘stato dell’arte’, uno stato drammatico e pauroso allo stesso tempo.

Che fare? È esattamente quello su cui si sta discutendo oggi anche a Taiwan, dove la produzione energetica è uno dei tre capisaldi delle linee programmatiche più rilevanti nella politica territoriale locale.

Gli altri due temi essenziali del dibattito politico e conseguentemente sociale sono le politiche economiche e l’intero apparato dell’istruzione.

Attualmente, sebbene il Partito Progressista Democratico (DPP) appaia essere quello con una linea di tendenza più globalista e che pensa alle energie alternative per raggiungere un ipotetico obbiettivo finale di Taiwan-free dalle energie nucleari, vi sono elementi profondamente conservatori nella società taiwanese (che oltretutto si auto-definiscono ‘razionalisti’) che continuano a paludarsi dietro il paravento della necessità della ‘sicurezza energetica’ e agitano lo spauracchio dei blackout (con tutto quel che ne consegue nella vita quotidiana e nella produzione industriale), oltre a quello delle potenziali impennate dei prezzi al fine di bloccare qualsiasi tipo di riforma delle quali, però, il Paese ha profondamente bisogno.

Secondo gli osservatori esperti locali e nazionali, la politica energetica attuale di Taiwan non è solo insicura ma viene definita anche altamente insostenibile.

Dal loro punto di vista non solo è un pio desiderio il credere che si possa creare un approvvigionamento energetico sicuro, continuo e in modo autonomo attraverso il riavvio della quarta centrale nucleare nazionale, bensì una parte della popolazione taiwanese viene dipinta come disponibile solo a nascondere la testa sotto la sabbia, dimenticando in primis – tanto per fare un esempio – la densità della popolazione nazionale, e che la sua vicinanza agli impianti nucleari potrebbe benissimo consentire la replicazione di disastri che renderebbero il fallout di Fukushima un fantasma che si fotocopia nel tempo, e che nessuno oggi può dire quanto si sia capaci poi di domare, nel caso malaugurato in cui possa accadere.

È vero, l’energia generata da fonti nazionali (meno del 2 per cento della fornitura totale di energia nel 2014) è importante per garantire una forte economia nel Paese, e anche meno suscettibile ai cambiamenti esterni ma – ci si chiede – deve proprio provenire da questa benedetta energia nucleare?

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