sabato, Maggio 15

Taiwan, Cina, e il modello 'un Paese, due sistemi' Sembrano tramontare le speranze di Pechino per una riunificazione pacifica con l'isola

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Il 12 febbraio del 1912 Aisin-Gioro Puyi, l’ultimo imperatore della dinastia Qing (1644-1912), abdicò e la Repubblica di Cina (RDC) venne fondata, portando a termine la lunga storia del Celeste Impero iniziata nel 221 a.C. Durante i trecento anni del loro dominio, i sovrani Qing avevano annesso all’impero vastissimi territori che in precedenza si trovavano alla periferia della civiltà cinese. Essi soggiogarono Taiwan, il Tibet, e Xinjiang, oltre ad aggiungere all’impero la loro area d’origine, la Manciuria. A partire dalla metà dell’ottocento, però, la Cina entrò in una fase di declino inarrestabile. La crisi della società cinese aveva molteplici cause, ma l’imperialismo straniero rappresenta di certo una delle più importanti. La prima grande sconfitta della Cina avenne durante la Prima guerra dell’oppio (1839-42) con la Gran Bretagna. Da quel momento in poi sia le potenze occidentali che il Giappone iniziarono una feroce competizione per assicurarsi privilegi commerciali in Cina e per strappare al Dragone pezzi di territorio. Nel 1842 la Gran Bretagna ottenne Hong Kong, nel 1895 il Giappone annesse Taiwan e altre isole minori.  La Cina, che si considerava ancora il centro del mondo civilizzato, dovette subire in silenzio le umiliazioni infertegli dalle potenze straniere. Il periodo che va dalla metà dal 1839 al 1949, anno in cui Mao Zedong proclamò la fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC), è conosciuto in Cina come il ´secolo dell’umiliazione´.

Non essendo in grado di difendere il Paese dalle minacce esterne, la dinastia dei Qing, che aveva portato la Cina alla sua massima espansione,  perse il suo prestigio agli occhi di una gran parte della popolazione. La monarchia assoluta cominciò a venir vista come la causa della miseria e della debolezza della Cina. L’acerrimo nemico dei Qing era il rivoluzionario Sun Yat-sen, organizzatore di un movimento clandestino che si proponeva di rovesciare quella che considerava una forma di governo retrograda, conservatrice e incapace di riformarsi. «La Cina non è la colonia di una nazione, ma di tutte le nazioni, non è la schiava di una nazione, ma di tutte le nazioni», scrisse Sun Yat-sen nel suo libro ´I Tre Principi del Popolo´, il quale divenne il fondamento ideologico della RDC. Influenzato dal nazionalismo e dal darwinismo sociale allora in voga in Occidente, Sun si convinse che ciò che mancava alla Cina fosse la coesione nazionale. Quindi, bisognava rafforzare lo spirito collettivo del popolo cinese e prepararlo per il sacrificio comune contro le forze straniere.  «Il popolo cinese conosce solo la lealtà nei confronti della famiglia e del clan; non c’è uno spirito nazionale. Per questo … siamo come tanti granelli di sabbia. Siamo lo Stato più povero e debole al mondo, e occupiamo una posizione internazionale inferiore a quelle di tutte le altre nazioni. Il resto dell’umanità è il coltello e il piatto, mentre noi siamo il pesce e la carne da servire in tavola. La nostra condizione è di estremo pericolo. Se non promuoviamo in tutta serietà il nazionalismo e trasformiamo i nostri 400 milioni di abitanti in una nazione forte e compatta, faremo una tragica fine: perderemo il nostro Paese e la nostra razza verrà distrutta».

Dopo diversi tentativi falliti, il 10 ottobre del 1911 la rivolta di Sun Yat-sen ebbe successo, e il 1° gennaio del 1912 egli proclamò la RDC di cui fu eletto presidente. Da quel momento in poi, il nazionalismo divenne un elemento fondamentale dell’ideologia dello Stato e della società cinese, propagato sia dalle istituzioni che da molti intellettuali. Si sviluppò una retorica del nazionalismo incentrata sull’umiliazione subita dal popolo cinese a causa delle invasioni e delle ingerenze straniere. Secondo quanto spiega William A. Callahan, però, il senso di umiliazione non è solo un mezzo di autodifesa, ma anche uno strumento che giustifica l’espansionismo e il revanchismo cinese.

Infatti, la questione dell’integrità territoriale della Cina divenne uno dei temi centrali del discorso nazionalista. Paradossalmente, il Governo della RDC aveva spodestato i Qing, che erano considerati stranieri, ma allo stesso tempo definì il territorio nazionale sulla base dell’estensione dell’ex impero. Ma i confini dell’impero dei Qing non erano mai stati ben definiti. Come l’impero britannico e l’impero romano, i confini dell’impero cinese variavano nel corso del tempo, a seconda delle conquiste o delle perdite territoriali. Inoltre, vi erano stati vassalli che potevano essere considerati o meno parte dell’impero dei Qing. Ad esempio, Sun Yat-sen, ne ´I Tre Principi del Popolo´, definisce Paesi quali la Corea e Annam (Vietnam) come ´territori perduti´ dalla Cina e occupati da potenze straniere. Nell’era repubblicana vennero compilate mappe geografiche della RDC che, nel corso degli anni, inglobarono sempre più territori. La maggiore estensione del ´territorio immaginato´ della Cina si ebbe dopo la Seconda guerra mondiale, quando, oltre al Tibet, Xinjiang e la Mongolia, quasi tutto il Mare Cinese Meridionale era incluso nella mappa della Cina.  Le dispute territoriali della Cina di oggi sono l’eredità della ´cartografia espansionista´ sviluppatasi in quei decenni. Nel 1945, inoltre, la RDC ottenne tutti i territori conquistati dal Giappone nel mezzo secolo precedente, inclusa l’isola di Taiwan.

Nel 1949 la rivoluzione comunista di Mao Zedong rovesciò la RDC e stabilì al suo posto la Repubblica Popolare Cinese (RPC). La RDC si ritirò a Taiwan con lo scopo di riorganizzare lì le proprie forze, contrattaccare Mao e riprendersi la Cina continentale. Con lo scoppio della Guerra di Corea e l’intensificarsi della Guerra fredda, però, questo non avvenne mai, e fino ad oggi i due Stati si considerano entrambi l’unico Governo della Cina.

Nonostante il teorico internazionalismo inerente al marxismo, i comunisti cinesi ereditarono l’ideologia nazionalista propagata nei decenni precedenti. Dal loro punto di vista, sia Hong Kong, allora colonia britannica, che Taiwan, sotto il controllo della RDC e protetta dagli Stati Uniti, erano il simbolo del ´secolo dell’umiliazione´. La Cina di Mao Zedong,  in balia della ´rivoluzione perenne´ e isolata diplomaticamente, non era nella condizione di riprendersi i due territori. Spettò a Deng Xiaoping, un fervente nazionalista, il compito di cercare di risolvere le due maggiori dispute territoriali del Paese.

Le riforme economiche e la questione dell’integrità territoriale della Cina erano fin dall’inizio i due temi principali del programma di Deng. Già il 26 dicembre del 1978, a pochi mesi dalla sua ascesa al potere, il 5° Congresso Nazionale del Popolo lanciò un ´messaggio ai compatrioti di Taiwan´. «Nel corso della Storia le invasioni straniere e i conflitti interni non hanno potuto dividere la nostra nazione per sempre. La separazione di Taiwan dalla madrepatria che dura da ormai 30 anni è artificiale ed è contraria agli interessi e le aspirazioni della nazione. Questo stato di cose non può andare avanti. Ogni cinese, sia a Taiwan che nella Cina continentale, ha il dovere di salvaguardare la sopravvivenza, la crescita e la prosperità della nazione cinese. L’importante compito di riunificare la madrepatria, da cui dipende il futuro della nazione intera, è di fronte a noi, e nessuno può ignorarlo … Questo sentimento è comune a tutti. Chi, fra i discendenti dell’Imperatore Giallo, vuole essere condannato dalla Storia come traditore?»

I tentativi di Deng Xiaoping di portare avanti negoziati con il Governo della RDC, però, fallirono. Le autorità di Taipei, profondamente anticomuniste, non avevano nessuna voglia di discutere di una possibile riunificazione della Cina alle condizioni poste da Pechino. Dal punto di vista di Deng Xiaoping, l’ostacolo maggiore alla riunificazione era la differenza fra quello che egli considerava il sistema socialista e quello capitalistico. Quindi, all’inizio degli anni ’80, egli creò il modello di ´un Paese, due sistemi´. Inizialmente esso era stato formulato solo per risolvere la questione di Taiwan. Ma dato che Taipei continuava a rifiutarsi di considerare qualunque opzione, Deng utilizzò questo nuovo concetto per realizzare la ´riunificazione´ con Hong Kong e Macao.

In un discorso tenuto nel giugno del 1984 di fronte ad una delegazione di industriali di Hong Kong, Deng Xiaoping spiegò l’essenza del concetto di ´un Paese, due sistemi´. «All’interno della Repubblica Popolare Cinese la Cina continentale con il suo miliardo di persone manterrà il sistema socialista, mentre Hong Kong e Taiwan continueranno a praticare il sistema capitalistico … La Cina non deve solo risolvere la questione di Hong Kong ma anche quella di Taiwan. Qual è la soluzione? Sarà il socialismo a inglobare Taiwan, o saranno i ´Tre Principi del Popolo´di Taiwan a inglobare la Cina continentale? La risposta è: nessuna delle due. Se il problema non può essere risolto pacificamente, dovrà essere risolto con la forza. Nessuna delle due parti ne beneficerebbe. La riunificazione della madrepatria è l’aspirazione della nazione intera. Se non possiamo raggiungerla in 100 anni, lo faremo in 1,000 anni. Per quanto mi riguarda, credo che l’unica soluzione risieda nella realizzazione di due sistemi in un Paese».

Secondo Deng, questa soluzione era necessaria per mantenere la stabilità e la prosperità delle aree della Cina che non erano mai state sotto il dominio comunista. «Il nostro sistema socialista non verrà mai cambiato, mai», disse in una colloquio con il Segretario degli Esteri britannico Sir Geoffrey Howard nel luglio del 1984. «Ma, se il sistema capitalistico di Hong Kong e Taiwan non è salvaguardato la loro stabilità e prosperità verranno compromesse e non vi sarà alcuna possibilità di risolvere la questione in modo pacifico».

Il leader cinese credeva che la soluzione della questione di Taiwan fosse fondamentale per la pace internazionale e per i rapporti fra la RPC e gli Stati Uniti. «L’approccio di un Paese, due sistemi che abbiamo proposto in base alle realtà concrete della Cina per riunificare la nazione … è basato sul principio di coesistenza pacifica. Per risolvere la questione di Hong Kong le permetteremo di mantenere inalterato il suo sistema capitalistico per 50 anni. Lo stesso principio vale per Taiwan. e poiché Taiwan è un caso diverso rispetto a Hong Kong potrà anche mantenere il proprio esercito». Nell’ottica di Deng Xiaoping e della leadership comunista cinese, questa offerta era molto generosa. Di fatto, Taiwan sarebbe rimasta semiindipendente dalla Cina comunista. Nel calcolo di Deng, dopo aver applicato questo modello a Hong Kong e Macao, il suo successo avrebbe convinto anche Taiwan ad accettare la riunificazione pacifica con la Cina.

Le cose, però, stanno andando in modo molto diverso. La società di Hong Kong, che avrebbe dovuto essere l’esempio del trionfo di ´un Paese, due sistemi´, è diventata una fonte di problemi e di imbarazzo per il PCC. Sin dal 1997, infatti, è emersa una profonda contraddizione fra l’autonomia promessa da Pechino e il rapporto di subordinazione che esiste fra il Governo di Hong Kong e quello centrale. Di fatto, il PCC governa Hong Kong attraverso la strategia del fronte unito, escludendo dall’amministrazione della città chiunque non accetti la leadership del Partito Comunista. Da anni ormai l’ex colonia britannica è dilaniata da un conflitto fra l’establishment filopechinese e i gruppi filodemocratici, un conflitto sfociato nel movimento  ´Occupy Central´ e nella recente ´rivoluzione degli ombrelli´.

Un recente sondaggio ha rivelato che il 56% dei cittadini di Hong Kong non ha fiducia in ´un Paese, due sistemi´. L’insoddisfazione e la frustrazione di una parte della popolazione di Hong Kong che vorrebbe un Governo più democratico non hanno fatto che allontanare ancora di più la Cina e Taiwan. ´La Hong Kong di oggi è la Taiwan di domani´, è una frase che spesso viene usata per dire che i taiwanesi non devono assolutamente cedere ai ´corteggiamenti´ del PCC. La solidarietà che è emersa fra gli attivisti di Hong Kong e quelli di Taiwan è un segnale che ´un Paese, due sistemi´ non è il successo che la propaganda cinese vorrebbe far credere.

Ma l’agenda nazionalista della RPC rimane invariata. Anzi, nell’ultimo anno sembrava che un riavvicinamento fra Pechino e Taipei fosse imminente. Il PCC aveva individuato nel Guomindang (Partito Nazionalista Cinese) un alleato all’interno di Taiwan con cui attuare una politica del fronte unito. Il Guomindang fu fondato nel 1912 da Sun Yat-sen e governò la RDC come partito unico prima in Cina e, dopo il 1949, a Taiwan. Alla fine degli anni ’80, la RDC divenne una democrazia. Il Guomindang è tornato al potere democraticamente, essendo stato eletto nel 2008 e nel 2012. Il partito è noto per il suo nazionalismo cinese e la sua piattaforma di riunificazione. Nel febbraio di quest’anno, rappresentanti dei Governi di Taipei e Pechino si incontrarono ufficialmente prima a Nanchino, in Cina, e poi a Taiwan. L’opposizione di molti cittadini taiwanesi ad una riconciliazione fra i due lati dello stretto, però, sfociò nel ´Movimento dei Girasoli´. Zhang Zhijun, l’inviato cinese, fu costretto a cancellare diversi dei suoi appuntamenti ufficiali a causa delle manifestazioni popolari contro di lui. La visita fu un tale disastro che persino la propaganda cinese fu silenziata.

Che la maggioranza dei taiwanesi non voglia una riunificazione con la Cina è un fatto noto da tempo. In un sondaggio del 2014, il 64% si è detto contrario alla riunificazione, ma il trend era già visibile dagli anni ’90. Per cautelarsi, nel 2005 il Governo di Pechino aveva promulgato la famigerata ´Legge antisecessione´, minacciando di invadere Taiwan se tutte le opzioni pacifiche fossero state esaurite. L’unica speranza per il PCC di risolvere la questione di Taiwan senza scatenare una guerra sembrava essere un’alleanza strategica con il Guomindang. Ma il PCC aveva probabilmente frainteso le intenzioni del Guomindang e del suo leader, Ma Ying-jeou.

In primo luogo, Ma Ying-jeou ha ripetutamente sostenuto che la RDC è uno stato sovrano e che la Cina continentale ne fa parte. In sostanza, per il Guomindang la Repubblica Popolare Cinese non è il Governo legittimo della Cina. Oltre a ciò, il Guomindang è ormai divenuto un partito democratico. Ad esempio, ogni 4 giugno Ma Ying-jeou rilascia una dichiarazione sulla strage di Tiananmen del 1989, cosa che è tabù nella Cina comunista. E nel suo messaggio alla nazione del 10 ottobre scorso, l’anniversario della rivoluzione del 1911 che portò alla fondazione della RDC, Ma Ying-jeou ha espresso il suo supporto per ´Occupy Central´, dicendo che gli abitanti della Cina desiderano più democrazia e uno stato di diritto, e che tale desiderio «non è mai stato un monopolio dell’Occidente, ma è un diritto di tutta l’umanità».

Solo un giorno prima dello scoppio di ´Occupy Central´ il Presidente della RPC Xi Jinping aveva ribadito che ´un Paese, due sistemi´ è la formula giusta per riunificare Taiwan e la Cina; ciò può essere visto come un segnale che il leader comunista considera il processo di riavvicinamento fra Pechino e Taipei troppo lento. Ma Ying-jeou ha bocciato l’idea, sostenendo che ´un Paese, due sistemi´«non ha nulla a che fare» con Taiwan. Una portavoce di Ma ha poi fatto sapere che la RDC è uno Stato sovrano da 103 anni. Una riunificazione alle condizioni poste dal PCC è dunque inacettabile anche per il Guomindang.

La possibilità di un conflitto fra la Cina e Taiwan rimane dunque aperta. Resta da vedere se le pressioni da parte di Taiwan e Hong Kong renderanno la leadership di Pechino più flessibile al cambiamento e più propensa ad attuare riforme democratiche. Oppure se, come successe nel 1989, la sfida aperta al regime lo renderà più intransigente e conservatore.

 

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