lunedì, Giugno 14

Tagli in Francia, l'UE approva field_506ffb1d3dbe2

0

hollande

Mentre gli occhi della stampa internazionale sembrano puntati esclusivamente sulla sua condotta coniugale, il Presidente francese François Hollande ha presentato il proprio piano di riforme per rilanciare l’economia nazionale, la seconda per grandezza in Europa. Le misure sono state particolarmente apprezzate fuori dai confini dell’’Hexagone’, in particolar modo dalla Commissione Europea, che, per tramite del suo portavoce Olivier Bailly, ha sostenuto che gli obiettivi seguono le raccomandazioni fatte l’anno scorso e che quanto annunciato da Hollande dovrebbe «rafforzare la competitività dell’economia francese ed avere un effetto favorevole sulla crescita e sull’occupazione in Francia». Elogi anche da Berlino, col Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier che ha definito le riforme «coraggiose».

Un aggettivo quanto mai corretto, visto la veemente opposizione che le riforme hanno trovato invece in patria. Proponendo tagli alla spesa pubblica per più di cinquanta miliardi di euro fino al 2017, la progressiva abolizione dei contributi alle famiglie da parte di imprese e liberi professionisti e la revisione delle leggi sul lavoro, il Presidente francese si attirato gli strali da entrambe le ali estreme dell’arco parlamentare. Critiche quindi dal Fronte Nazionale di Marine Le Pen, per essere divenuto «ultraliberista», ma anche dalla sinistra e dai sindacati, che vedono nel piano economico una decisa svolta al centro di Hollande. Oggi, ‘Le Monde’ riportava a supporto di questa tesi una comparazione tra le politiche economiche di Nicolas Sarkozy e quelle dell’attuale Presidente, che però ha ribadito la propria appartenenza all’ala socialdemocratica ed ha parlato del «più grande compromesso sociale da decenni».

Di sicuro, la speranza che l’economia francese possa riprendersi ha trovato oggi un appiglio nella pubblicazione del rapporto annuale della Banca Mondiale. Secondo quest’ultima, infatti, le maggiori economie del pianeta dovrebbero «finalmente svoltare» fuori dalla crisi, creando una dinamica virtuosa che favorirebbe anche la crescita delle economie emergenti. Molto dipenderà, asserisce il rapporto, dall’impatto del ritiro degli incentivi economici statunitensi. Passando ai dati concreti, le previsioni indicano una crescita del PIL globale pari al 3,2%, ossia superiore di 0,8 punti percentuali rispetto al 2013, con una crescita per i Paesi in via di sviluppo del 5,3%, anch’essa quindi in aumento rispetto al 4,8% dell’anno scorso.

Ed è un punto di svolta, benché sotto la parvenza di una nota di costume, anche la nomina di una donna, Jamila Bayaz, a capo di un distretto di polizia in Afghanistan. Sono infatti 2000 le agenti operanti nel Paese governato da Hamid Karzai, ma questa è la prima nomina di spessore per una di loro, a maggior ragione visto che si tratta del I distretto di Kabul. «Non è un’opportunità solo per me, ma anche per le donne afghane» ha dichiarato Bayaz, che ha anche ringraziato gli Stati Uniti e la comunità internazionale, senza i quali «non sarei qui oggi». Finora, l’amministrazione afghana aveva sempre sfigurato in materia di pari opportunità, con leggi fortemente limitative approvate anche dal Presidente Karzai.

Stati Uniti e comunità internazionale sono invocati invece dal Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliki, il cui Paese rimane instabile a due anni dal ritiro delle truppe statunitensi. Oggi almeno sessantadue persone sono morte nelle esplosioni avvenute a Baghdad e nella città settentrionale di Baquba, ma, più in generale, il livello di violenza raggiunto nel Paese oggi ricorda ormai quello di cinque anni fa, nel momento peggiore dello scontro fra sciiti e sunniti. Mentre Al Qaeda sembra tornare in forze, a tre mesi dal voto non sembrano esserci speranze per la riconciliazione tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita di cui fa parte  lo stesso al-Maliki, che verrà probabilmente rieletto, nonostante tutto.

La comunità internazionale, intanto, sta raccogliendo fondi per fronteggiare la disperata situazione della Siria. Le Nazioni Unite hanno infatti raccolto 2,4 miliardi di dollari in donazioni dai Paesi dell’Occidente e del Golfo Arabo, poco più di un terzo della cifra record di 6,4 miliardi richiesta dal Palazzo di Vetro a dicembre. L’Italia ha contribuito con 38 milioni di euro. Va detto, comunque, che si tratta di ‘promesse’: ad una precedente raccolta di fondi, fu poi il 70% della cifra promessa ad essere effettivamente raccolta. Intanto, mentre il Segretario Ban Ki-moon segnala i danni ingenti che il conflitto sta lasciando al Paese mediorientale, emerge da fonti diplomatiche che i servizi segreti di quattro nazioni europee (Regno Unito, Francia, Germania e Spagna) avrebbero preso contatti sin da novembre col Governo di Baššar al-Asad per ottenere dati su un migliaio di jihadisti combattenti in Siria e provenienti dall’Europa: contatti avviati, dunque, nonostante il ritiro delle missioni diplomatiche a Damasco.

Il Quinto Summit dei Capi di Stato della Regione dei Grandi Laghi (ICGLR), che sta avendo luogo nella capitale angolana Luanda, ha invece il compito di fare il punto sui conflitti in Repubblica Centrafricana e Sud Sudan. L’agenda prevedeva originariamente altri temi, ma l’evolversi della situazione nei due Stati ha portato ad un cambio nel programma. L’impressione è che il passaggio di leadership dall’Uganda all’Angola possa portare ad un minor rilievo della ICGLR, anche nel gestire le crisi prese in considerazione nel vertice attuale. Da segnalare la presenza all’incontro di Uhuru Kenyatta, attualmente in attesa di essere processato dalla Corte Penale Internazionale per le violenze post-elettorali in Kenya nel biennio 2007-2008.

La tensione inizia a manifestarsi nuovamente a Bangkok, dove la villa del leader dell’opposizione Abhisit Vejjajjiva è stata il bersaglio di un ordigno esplosivo e due partecipanti alle manifestazioni contro il Governo di Yingluck Shinawatra sono stati feriti nel corso di una sparatoria. Per contro, proprio il Primo Ministro ostenta una certa tranquillità e sembra voler persistere nell’intenzione di portare il Paese alle urne il 2 febbraio, nonostante l’annunciato boicottaggio da parte dell’opposizione. Effetto pratico di questo atteggiamento è la quasi totale assenza di scontri con i manifestanti, il cui proposito è paralizzare la capitale Bangkok: Shinawatra è infatti conscia di avere i numeri politici ed elettorali per riuscire a superare questa fase qualora si riuscisse ad andare al voto tra poche settimane.

Situazione differente in Egitto, giunto ormai al secondo giorno di voto per il referendum costituzionale. La giornata di ieri è stata caratterizzata da forti violenze, con 11 morti, mentre quella di oggi ha visto l’arresto di numerose persone, tra cui 55 manifestanti a favore dell’ex Presidente Mohamed Morsi. Al rafforzamento delle misure di sicurezza, però, non ha fatto eco un incremento dei votanti: giunti quasi alla chiusura delle urne, l’affluenza sembra essere stata scarsa. I sostenitori di Morsi parlano addirittura di percentuali inferiori al 10%, benché non siano ancora stati rilasciati dati ufficiali dalla Commissione Centrale Elettorale, che nella serata di ieri ha anche annullato una conferenza stampa.

Al di là del confine settentrionale, hanno creato un mezzo incidente diplomatico le infelici dichiarazioni del Ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon. Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano ‘Yediot Ahranot’, il titolare del dicastero avrebbe pesantemente criticato il piano di sicurezza presentato dal Segretario di Stato statunitense, che «non vale la carta su cui è scritto», e lo stesso Kerry, «mosso da un’incomprensibile ossessione e da un fervore messianico». Le parole di Yaalon, sarebbero state espresse in privato, ma, all’atto della loro pubblicazione, sono state condannate anche dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu. In giornata, sono arrivate le scuse da parte del Ministro, che, spiega, non aveva intenzione di offendere Kerry, per il cui operato anzi esprime apprezzamento.

Ma oggi Israele è stato anche al centro delle dichiarazioni del Vicesegretario Generale della NATO Alexander Vershbow, il quale ha rassicurato il Primo Ministro turco Recep Tayyp Erdoğan sull’uso dello scudo missilistico a cui Ankara contribuirà ospitando sul proprio territorio un radar. Il timore di Erdoğan era che lo scudo potesse servire a coprire eventuali operazioni di Israele contro i siti nucleari iraniani. Sempre in giornata, lo stesso Premier turco ha dato istruzioni alle proprie ambasciate di diffondere la «verità» per cui l’operazione anticorruzione che, in dicembre, ha scosso il suo Governo non sarebbe altro che un complotto per sabotare la posizione internazionale di Ankara.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->