domenica, Luglio 25

Tagli alle missioni di ‘peacekeeping’, un’opportunità per l’Unione Africana?

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Versando il 22% dei 5.4 miliardi di dollari totali, gli Stati Uniti sono il più importante contribuente per l’ONU, che, da ottobre, potrebbe vedere ridotti di molto i fondi ricevuti da questo Paese.

Il provvedimento di Donald Trump – annunciato già in campagna elettorale – per la riduzione degli aiuti esteri e delle missioni di peacekeeping inizia a delinearsi in un documento che illustra il piano di spesa che verrà attuato da Ottobre di quest’anno. Per quanto riguarda i progetti delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti non pagheranno più del 25% dei costi delle missioni di peacekeeping (coperti ora per il 28.5% da Washington).

Il piano prevede inoltre una riduzione generale del 28% delle spese per gli aiuti esteri, e un aumento di quelle per la difesa, che saliranno di 54 miliardi di dollari. Un posto speciale, comunque, viene riservato a Israele. L’alleato storico riceverà 3.1 miliardi di dollari, in modo che possa «avere la capacità di difendersi dalle minacce». L’amministrazione sembra dunque voler puntare al cosiddetto ‘hard power’, sacrificando il ‘soft power’, l’influenza diplomatica, che aiuti e missioni di peacekeeping dovrebbero, secondo i loro sostenitori, assicurare: «si sta eviscerando il più importante strumento di influenza degli Stati Uniti nei Paesi in via di sviluppo», ha affermato Andrew Natsios, ex-amministratore dell’USAID, l’agenzia governativa che subirà i tagli.

«Sarà la fine dell’USAID e, secondo me, un totale disastro nel lungo periodo […] ne pagheremo il prezzo», continua Natsios. Si prevede che l’agenzia dovrà eliminare dalle 30 alle 35 missioni sul campo, e chiudere il 65% dei suoi uffici regionali.

Nove delle sedici missioni di peacekeeping dell’ONU sono in Africa, continente che richiede più del 75% del totale della spesa di questo tipo dell’Organizzazione. È lecito dunque chiedersi quale sarà l’impatto dei tagli per i Paesi africani. Nonostante il pessimismo dei molti che hanno reagito e risposto al nuovo budget profetizzando gli scenari peggiori, alcuni intravedono delle nuove opportunità per il continente.

È il caso dell’ISS (Institute for security studies), un think tank che si occupa di Africa, che ha pubblicato un’analisi dal titolo ‘Can funding uncertainty improve peacekeeping in Africa?. La tesi di Annette Leijenaar e Gustavo de Carvalho – gli autori – prevede, a grandi linee, la possibilità di rinnovare ruolo e importanza dell’Unione Africana nel ‘vuoto’ che gli americani della USAID lasceranno nel continente.

Allo stato attuale, infatti, «l’UA si è spesso impegnata in operazioni in ambienti in cui mancava il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in particolare in luoghi in cui c’è stato bisogno di interventi più robusti». In assenza di una guida strategica per queste missioni, l’Unione Africana potrebbe ora occupare un ruolo di maggior rilievo e operare in maniera sistematica, riconsiderando le direttive per l’’African Standby Force’, stilate più di dieci anni fa.

L’Unione Africana dovrebbe dunque «sviluppare una dottrina, degli standard e delle linee guida adatte all’ambiente in continuo cambiamento dell’Africa». Da organo principalmente militare, l’African Stanby Force può essere ripensato  per operazioni ‘multi-dimensionali’, estendendo il suo campo d’azione (per esempio includendo le minacce del terrorismo in Nigeria o le operazioni marittime in Somalia) e includendo nella sua organizzazione del personale civile. Naturalmente, conclude l’articolo, è la volontà politica delle singole nazioni africane a rappresentare la vera sfida per Moussa Faki Mahmat, il nuovo Commissario dell’Unione Africana, che dovrà spingere gli Stati al tavolo delle trattative per sfruttare l’opportunità di cambiamento che la ‘ritirata’ degli Stati Uniti potrebbe offrire al Continente.

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