mercoledì, 1 Febbraio
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Tagikistan tra Russia, Cina e ISIS

Il Tagikistan, repubblica centroasiatica ex sovietica di cultura musulmana, vanta, come si suol dire, parecchi primati, per lo più, in realtà, poco invidiabili. Uno è addirittura mondiale: nessun altro paese del pianeta riceve in proporzione tante rimesse degli emigrati. Nel più ristretto ambito regionale, è il più povero tra i suoi vicini e parenti nonchè quello che ha maggiormente stentato ad acquistare un minimo di stabilità politica, grazie però ad un regime platealmente repressivo. Al disfacimento dell’URSS che gli regalò l’indipendenza seguì infatti una lunga ed aspra guerra civile (150 mila le sue vittime) tra la fazione postcomunista, appoggiata dalla Russia, e un variopinto schieramento di opposizione.

Gli eredi del vecchio regime riuscirono vincere il confronto con l’aiuto di un compromesso che, sulla carta, lasciava agli avversari un certo spazio, ma che di fatto fu sempre meno rispettato. Secondo gli osservatori indipendenti nessuna elezione è mai stata regolare. La deriva autoritaria è culminata, nello scorso marzo, nell’esclusione dal parlamento del partito della Rinascita islamica, il più forte e temuto tra gli oppositori benché relativamente moderato, mediante le  consuete manipolazioni del voto. Subito dopo, il clima regnante nel Paese è stato messo in risalto dall’assassinio a Istanbul, in circostanze rimaste oscure, del leader di un altro partito scomodo per il presidente Emomali Rachmon, al potere da quasi 23 anni.

Tutto ciò, in un contesto internazionale reso preoccupante dalla contiguità e dalla parziale parentela etnica con l’Afghanistan vicino all’abbandono da parte americana e più di recente dalla dilagante minaccia dell’ISIS, cui il Tagikistan è particolarmente esposto proprio dall’ostracismo governativo alla rappresentanza politica dell’islam locale. Si è ulteriormente appesantita perciò la dipendenza politico-militare dalla Russia, controbilanciata tuttavia dall’allacciamento di sempre più vistosi e prevalenti legami economici con la Cina.

Su questo sfondo non privo di contraddizioni il Paese è stato proiettato alla ribalta nei giorni scorsi dalla coincidenza, forse neppure casuale, tra l’ennesimo scossone interno e alcuni importanti appuntamenti internazionali. Il 4 settembre, a quanto si è appreso, un gruppo armato ha improvvisamente attaccato due sedi del governo nella capitale, Duscianbe, e in una località vicina, provocando scontri e una cinquantina di vittime prima che i suoi membri venissero catturati o messi in fuga. La responsabilità ne è stata ufficialmente attribuita ad Abdulahim Nezarzoda, ex vice ministro della Difesa appena destituito sotto l’accusa di associazione al partito della Rinascita islamica, peraltro smentita da quest’ultimo (che del resto, in base agli accordi di pace del 1997, aveva diritto a ricoprire il 30% delle cariche governative).

Dodici giorni più tardi è stata annunciata la totale liquidazione del gruppo, bollato naturalmente come terrorista, al termine di ulteriori scontri con diecine di vittime da entrambe le parti, tra le quali lo stesso Nezarzoda, e nuovi arresti. L’atmosfera  è rimasta tuttavia tesa per il timore di nuovi attacchi, giustificato anche dal fatto che numerosi tagichi risultano essersi uniti alle milizie del califfato e che due studenti connazionali sono stati arrestati al Cairo per avere svolto attività di proselitismo all’università Al Azhar. Cosa non sorprendente, se si tiene conto che Rachmon, non contento della messa al bando del partito islamista dopo la ripulitura del parlamento, aveva ordinato agli uomini di tagliarsi la barba (e un giovane disobbediente è stato bastonato a morte) e vietato alle donne di indossare il velo.

Ad alimentare il malcontento popolare, peraltro, concorre verosimilmente il grave deterioramento della situazione economica del Paese. Per effetto del crollo del rublo e della recessione nel grande vicino, le rimesse degli emigrati in Russia, che contribuivano al PIL nazionale per poco meno della sua metà ma erano già sensibilmente diminuite nel 2014, si sono praticamente dimezzate nel primo semestre di quest’anno. E poiché la crisi russa non accenna a placarsi, è facilmente prevedibile un rimpatrio in massa degli emigrati per lavoro con tutte le relative ripercussioni politico-sociali. Nel frattempo, la svalutazione del rublo ha comportato automaticamente il deprezzamento della moneta tagica e un’impennata dell’inflazione.

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