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Alex Zanotelli: giornalisti italiani ‘rompete il silenzio sull’Africa!’ L’appello per una corretta informazione sull'Africa per contrastare la propaganda della destra europea che sta producendo la paranoia dell'invasione e la xenofobia noi lo abbiamo raccolto da anni
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“So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa”… qualcuno lo fa

Etiopia – Eritrea: dopo 20 anni, un incontro storico ‘Ora possiamo sperare un ventennio di sfiducia e muoverci in una nuova direzione’
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‘Un momento veramente storico, un abbraccio fraterno tra i due leader, la compagnia aerea di bandiera etiope, l’Ethiopian Airlines, che atterra ad Asmara dopo più di due decadi, gli abitanti di Asmara uniti a dare il benvenuto alla delegazione’, ha commentato su Twitter il ministro eritreo dell’Informazione, Yemane Meskel.

Abyot vuole la pace con l’Eritrea Governo di Addis Ababa è pronto ad aprire seri colloqui con il Governo eritreo che ha accettato
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Con una mossa inaspettata, il Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed, lo scorso 5 giugno, durante una sessione al Parlamento, ha dichiarato la guerra con l’Eritrea un grave errore e una insensata disputa tra fratelli, annunciando che il Governo di Addis Ababa è pronto ad aprire seri colloqui con il Governo eritreo per risolvere tutte le dispute di confine che diedero origine alla guerra del 1998, con l’obiettivo di rendere duratura la pace tra le due Nazioni e riprendere i rapporti diplomatici e commerciali con l’Eritrea.

Questa inaspettata apertura di Abyot ha costretto il Presidente eritreo, Isaias Afwerki, ad accettare la proposta. Ieri, Isaias ha annunciato l’invio di una delegazione ad Addis Ababa per riprendere i colloqui di pace, interrotti nel giugno 2016 a seguito della battaglia di Tsorona tra le truppe eritree ed etiopi. L’annuncio è stato fatto durante l’annuale celebrazione dei martiri della Patria ad Asmara, capitale dell’Eritrea.

La guerra etiope-eritrea, scoppiata nel 1998, è stata il primo conflitto africano in cui sono stati adottati metodi di guerra di trincea tipici della Prima Guerra Mondiale. I due eserciti si era trincerati ai confini, e per due anni hanno lanciato attacchi di fanteria nella speranza di rompere la linea di fronte nemica. I fanti venivano falciati dalle mitragliatrici e dalle batterie di cannoni. L’eventuale conquista di una trincea procurava un contrattacco per riconquistarla.

Nella lotta di liberazione dal regime Derg di Menghistu, salito al potere nel settembre 1974, con un colpo di Stato contro l’Imperatore Haile Selassie, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai si alleò con il Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea (EPLF) per abbattere il regime comunista. Nel 1991, Menghistu fu sconfitto e costretto all’esilio nello Zimbabwe. Come compenso all’apporto dato, il nuovo Governo etiope concesse al EPLF la possibilità di creare un Governo autonomo di transizione in Eritrea e di organizzare un referendum per decidere l’eventuale scissione dall’Etiopia. L’esito del referendum fu nettamente a favore della indipendenza, e, nell’aprile 1993, nacque l’Eritrea come Stato sovrano riconosciuto dalle Nazioni Unite.
Fu creata una Commissione etiope eritrea con l’incarico di risolvere tutte le problematiche che potevano sorgere dalla scissione dell’Eritrea e consolidare buone relazioni tra i due Paesi fratelli. La Commissione mista non riuscì a compiere il suo mandato e le relazioni tra i due Stati si deteriorarono progressivamente, facendo emergere una pericolosa disputa di frontiera. Nel novembre 1997 i due governi costituirono un secondo comitato per risolvere tali dispute. Anche questa Commissione si dimostrò incapace di risolvere le varie problematiche e i confini rimasero vaghi, fino a quando il Presidente Isaias decise di rivendicare come territorio eritreo la città di Badme e il suo distretto. Badme all’epoca faceva parte della provincia etiope del Tigrai, la regione natia dell’Esercito di Liberazione e del Primo Ministro Meles Zenawi. Questo spinse Addis Ababa ad una intransigente difesa della città che aggravò la disputa sulle frontiere.
Come reazione il Governo di Asmara iniziò ad appoggiare politicamente e militarmente la guerriglia etiope Fronte di Liberazione Oromo, che aveva iniziato a combattere il Governo di Zenawi, accusato di essere sotto il controllo della etnia tigrina. Come risposta il Governo etiope decise di supportare, assieme al Sudan, la guerriglia eritrea islamica Eritrean Islamic Salvation, che dal Sudan lanciava attacchi in territorio eritreo con l’obiettivo di abbattere il Governo di Isaias e instaurare una Repubblica Islamica.
Dopo una serie di incidenti minori alla frontiera, il 6 maggio 1998 l’Esercito eritreo occupò la città di Badme. Il 13 maggio l’Etiopia dichiarò guerra al Paese fratello, lanciando una massiccia offensiva militare per riconquistare la città perduta. L’offensiva fu fermata e iniziò una lunga e devastante guerra di trincea. Le vittime tra i soldati di entrambi gli eserciti sono state stimate tra le 80.000 e le 100.000 (i dati certi non sono mai stati forniti dai rispettivi governi). Quasi 50.000 civili eritrei ed etiopi perirono durante il conflitto e 77.000 tra eritrei ed etiopi che vivevano nei due Paesi furono brutalmente espulsi dai governi di Asmara e Addis Ababa.
L’economia di entrambi i Paesi crollò a causa dello sforzo bellico che si aggiungeva a decenni di guerra civile contro il regime Derg. L’Etiopia perse la possibilità di sfruttare i porti eritrei divenendo un Paese chiuso al mare e creando enormi difficoltà per le importazione e le esportazioni fino a quando non raggiunse l’accordo per lo sfruttamento del porto di Gibuti. La guerra, inoltre, inasprì entrambi i governi. Quello eritreo si trasformò in una mostruosa dittatura -stile Corea del Nord- mentre quello etiope limitò drasticamente gli spazi democratici. La guerra di trincea cessò il 18 giugno 2000, quando gli eserciti stremati e i governi privi di risorse finanziarie per continuare il massacro accettarono gli accordi di pace di Algeri. Fu stabilita una zona demilitarizzata di 25 km lungo il confine disputato controllata da una forza militare neutrale delle Nazioni Unite: la United Nations Mission in Ethiopia and Eritrea (UNMEE). Il 12 dicembre 2000 fu firmato un accordo di pace tra i due governi.
Nell’aprile 2002, la Commissione Etiope Eritrea per i Confini, con la supervisione della Corte Permanente di Arbitraggio dell’Aia, stabilì che la città di Badme diventasse territorio eritreo. Nel settembre 2003, Addis Ababa chiese una nuova ridefinizione dei confini nel tentativo di riportare Badme nel proprio territorio. Richiesta rifiutata dal Governo di Asmara. Nel dicembre 2005, il Governo eritreo fece un gesto di distensione ritirando le sue truppe dai territori circostanti la città pur mantenendo il controllo di Badme. A causa dell’isolamento internazionale e delle pressioni di Stati Uniti e Unione Europea, la Corte Permanente di Arbitraggio dell’Aia nello stesso mese condannò l’Eritrea per aver invaso l’Etiopia dando inizio alla guerra nel 1998. Questa decisione fece riesplodere con violenza la contesa frontaliera.
I rispettivi eserciti si concentrarono al confine e gli spazi per una soluzione pacifica si azzerarono. Dal 2007 si susseguirono una serie di battaglie tra i due eserciti. Il conflitto si estese a livello regionale. Il Governo di Asmara iniziò ad appoggiare i terroristi salafisti somali di Al Shabaab per contrastare l’invasione etiope in Somalia, con l’obiettivo di instaurare un Governo laico e federale. Appoggiò anche dei movimenti guerriglieri gibutini con l’intento di destabilizzare il porto di Gibuti che era diventato l’unico accesso al mare per l’Etiopia. Nel giugno 2008 scoppiò una breve guerra tra Eritrea e Gibuti, mentre, giugno 2016, il conflitto etiope eritreo scoppiò nuovamente con la battaglia di Tsorona. Un conflitto faticosamente chiuso dagli sforzi della comunità internazionale che costrinse i rispettivi governi a non continuare le operazioni militari.
La coraggiosa e inaspettata scelta di Abyot di risolvere la conflittualità tra i due Paesi fratelli è apertamente contrastata da una nutrita minoranza dell’Esecutivo del Fronte Democratico Popolare Rivoluzionario Etiope, la coalizione al potere dal 1991, in quanto Abynot sarebbe disposto a cedere la sovranità della città di Badme. Questa offerta è stata considerata dai cittadini etiopi di Badme come un grave insulto. La scorsa settimana sono scoppiati dei disordini al nord dell’Etiopia a causa delle proteste della etnia tigrina contro la decisione del Primo Ministro.
La pace con l’Eritrea rappresenta la più seria sfida politica di Abyot, in quanto la principale forza politica della coalizione di Governo sulla questione dei confini con l’Eritrea sta subendo forti pressioni dalla sua base. L’opposizione a cedere la città di Badme ad Asmara è portata avanti dalla popolazione del distretto di Badme, in larga maggioranza di etnia Irob, culturalmente e socialmente vicini ai tigrini. Al momento Abynot deve trovare compromessi interni per rendere la pace con l’Eritrea definitiva e iniziare rapporti commerciali proficui e necessari ad entrambe le parti.

La questione della città di Badme potrebbe portare, se mal gestita, ad una profonda crisi all’interno del Governo e mettere in pericolo le riforme che Abyot sta coraggiosamente portando avanti. Due i punti a favore della politica di distensione che il Primo Ministro etiope può abilmente sfruttare. Il primo è la necessità per il Governo etiope di stabilizzare i suoi rapporti con l’Eritrea per poter accedere ai porti che erano parte integrante e strategica dell’economica prima della scissione. Il secondo è la necessità per il Presidente Isaias Afwerki di uscire dall’isolamento internazionale che dura da oltre un decennio. L’antico nemico etiope potrebbe ora tramutarsi in un prezioso alleato per convincere la comunità internazionale a porre una fine all’embargo economico che ha praticamente distrutto l’economia dell’Eritrea. Il progetto di Abyot di pace tra le due Nazioni rientra a pieno titolo negli interessi delle potenze occidentali e dell’Unione Africana, che intravvede in questa iniziativa un’ottima occasione per rafforzare la stabilità regionale già compromessa dalle guerre civili in Libia e Somalia e dall’instabilità politica in Egitto e Sudan.