mercoledì, Ottobre 20

Tacchi vertiginosamente mortali 25 colpi di tacco prima di andare a morire

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Proprio come insegnano le scuole di giornalismo, che esortano i futuri reporter a catalizzare la propria ricerca di notizie sulle 5 S (Sangue, Sesso, Soldi, Spettacolo e Sport), ha fatto scalpore la storia, avvenuta in un lussuoso condominio di Houston, nel Texas, della donna di origini messicane, la 45enne Ana Trujillo – il feroce dittatore suo omonimo era dominicano… – che ha ucciso il suo ‘fidanzato’ lo scorso giugno con 25 colpi di tacchi a spillo da 14 cm.

Il clamore rispetto a questa vicenda noir deriva anche dall’insolita arma del delitto che è stata portata in aula, come corpo del reato, ancora coperta del sangue della vittima, il 59enne professore universitario d’origini svedesi Alf Stefan Andersson, un esperto di salute riproduttiva femminile e, se vogliamo dirla tutta, anche discretamente affascinante, secondo le foto che si trovano sul web.

La scomodissima moda delle scarpe su trampoli vertiginosi sembra che sia venuta in soccorso alla donna  -anche la sua foto è sul web e, non vorrei essere accusata di misoginia, ma a me sembra una vera cozza: un uomo algido e biondo poteva essere stato attratto della fattezze ispaniche di lei… – che alla Corte ha dichiarato di essersi semplicemente difesa dall’aggressione dell’uomo con la prima cosa che aveva sottomano.

Quasi umoristico è il fatto che i giornali anglosassoni abbiano specificato che le scarpe assassine costavano 1.500 dollari (oltre mille euro). Sempre stando alle foto diffuse, la rea non sembra affatto una femme fatale: la scarpa non fa la … monaca!

Certo, però, è che ci ha messo un bel po’ di energia se ha trapanato il cranio dell’ucciso con 25 colpi andati a segno. Un elemento che è stato preso in considerazione dalla Corte per comminarle la condanna (forse l’ergastolo, ancora non l’ha quantificata) è la circostanza che la Trujillo era indenne da qualsiasi ferita, elemento che collide con la sua versione dei fatti.

Circa il movente, l’assassina si è abbandonata a geremiadi sulla condizione di alcolizzato del biondo ucciso, questione che sarebbe stata la causa del loro alterco.

Comunque, la paradossale dinamica del crimine ha fatto fare alla notizia del suo processo il giro del mondo, anche perché ormai il femminicidio è diventato ormai quasi… una tragica routine.

Molto spesso gli assassini delle donne se la cavano con condanne piuttosto lievi, fatto che, qui in Italia, ha generato una vera alleanza al femminile contro l’ingiustizia e la scarsa considerazione della gravità del fenomeno, divenuto quasi una pandemia … così come dimostrano i dati statistici.

Di contro, può considerarsi un segnale positivo in direzione di un riconoscimento di un disagio sociale pervasivo e devastante la condanna all’ergastolo dell’assassino di Pina Di Fraia, la donna di Pianura (Napoli) efferatamente uccisa il 14 febbraio (sic!) del 2013 dal marito Vincenzo Carnevale.

L’uomo è stato condannato in primo grado all’ergastolo. Secondo la sentenza, è lui che l’ha inseguita, investita, picchiata, cosparsa di benzina e data alle fiamme, consegnandola a tre giorni di agonia. Una dinamica di reato che lascia inebetiti tanto appare feroce.

Questa sentenza, però, presenta un aspetto processuale (e pratico) di grande interesse: non solo la famiglia  -le figlie in particolare- godranno del risarcimento, bensì tutte le Associazioni costituitesi parte civile e il Comune di Napoli, su iniziativa dell’allora Assessore alle Pari Opportunità, Pina Tommasielli che, a partire da questo caso, si costituirà parte civile ad ogni femminicidio. Un riconoscimento, questo, che scrive una pagina nuova nella giurisprudenza italiana. Ne parlo qui, perché pare che i colleghi giornalisti non abbiano colto i risvolti in termini di ‘giustizia’ che tale decisione del Tribunale di Napoli assicura. Si sono fermati, infatti, semplicemente alla considerazione che, nel caso specifico, l’assassino è un disoccupato parassita della moglie, cui mai sarà possibile spremere neanche un euro.

Ma, stabilito il principio, a esso potranno appellarsi tutti gli altri legali che intervengono in casi simili  -a volte persino più orribili: e, purtroppo, ciò s’avvera!

Penso al processo a Brescia contro Mario Albanese, l’assassinio, il 4 marzo 2012, di Francesca Alleruzzo, sua moglie in via di separazione, Chiara Matalone, la figlia 19enne di lei; Domenico Tortorici, il fidanzato di Chiara e Vito Macadino, un amico di Francesca che si trovava casualmente in compagnia della donna.

In primo grado, il Tribunale di Brescia, pur avendo condannato Albanese all’ergastolo, ha escluso dalla costituzione di parte civile di alcune associazioni. Peccato che, alla luce di questa decisione della Corte partenopea, in appello, non si potrà tentare il recupero della costituzione di parte civile contro costui: anche per sottolineare l’efferatezza dei delitti perpetrati dall’uomo.

 

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