sabato, Ottobre 23

Tabucchi, biblioteche e librerie Passaggio in Portogallo, dove resistono i libri e la memoria... e una scoperta un po’ amara

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Prima che il breve viaggio si perda nel ricordo di una stagione, vorrei annotare che quella mattina, a Porto, scendevo la rua das Carmelitas e pensavo a non so che. D’un tratto mi si parò innanzi una fila composta di persone, la cui testa presidiava la vetrina di una libreria. Chiesi se all’interno stessero presentando il volume di un autore prestigioso. «No», rispose la commessa, «qui è così tutti i giorni». Mi trovavo alla livraria Lello & Irmão, monumento nazionale, sempre presente in ogni classifica tra i più bei siti del mondo.
Fondata da un editore francese nel 1869, anni dopo era stata rivenduta a José Pinto de Sousa Lello, che nel 1906 avrebbe fatto costruire un nuovo edificio da destinare a libreria. Il progetto dell’ingegnere Xavier Esteves era stato assai ambizioso: erigere in pieno centro una cattedrale neo-gotica ove potessero accedere i lettori e si celebrassero gli scrittori e gli intellettuali di Portogallo. Del resto, nessuno avrebbe mancato all’inaugurazione: da Guerra Junqueiro a Lopes Texeira, ad Afonso Costa… c’erano tutti. Un secolo dopo, la libreria Lello & Irmão è ancora il simbolo più vivo di una grande città europea.

Non facciamo che viaggiare, noi italiani, e dirci che «da noi invece!…».
Da noi, invece, le librerie stanno chiudendo una dopo l’altra, gocce cinesi di un sistema che non funziona, con la scusa della rete, dell’e-commerce, degli e-book, dell’iPad… In realtà, i giovani scrittori italiani sono patetici, accartocciati su loro stessi, pretenziosi da far ridere, spesso esaltati da tutor che evidentemente non sanno più quel che leggono; gli Editori, al più, non hanno idee, ciascuno a sperare in Autori occasionali che soddisfino pruderie tra l’altro inesistenti, ciascuno a coltivare gli orticelli fin troppo annaffiati di ex primatisti da bancarella; quanto ai librai, manca loro il coraggio di cambiare immagine, offerta, persino colore alle pareti, falsamente convinti che la clientela, prima o poi, tornerà al benedetto cartaceo. E invece il punto è che da noi persino le librerie storiche hanno abbassato le saracinesche, perché della nostra storia non frega nulla a nessuno, né della tradizione, né di cosa significhino generazioni di lettori che per cento anni si sono ritrovate nel medesimo luogo a sfogliare e ad acquistare romanzi meravigliosi, saggi fulminanti, trattati, manuali, poemi che avrebbero scritto e firmato la loro vita, le idee pur sbagliate, gli amori e i disamori di milioni di persone… A loro italiani, che non ci sono compatrioti nemmeno di passaporto, di tutto questo non importa un ètte. Sarebbe una colpa o la normale conseguenza di una storia patria deviata da ideologie e da odiologie?

Non cercavo risposte nemmeno quel pomeriggio in cui, accompagnate le bimbe al Jardim da Estrela, insieme scorgemmo un chiosco, come tanti se ne vedono nei parchi cittadini, la cui insegna però annunciava una presenza inattesa: BIBLIOTECA MUNICIPAL. Vi giravano intorno adulti e bambini. Ci avvicinammo, le piccole scartabellarono tra i pochi scaffali, di volumi per l’infanzia ce n’erano parecchi. Loro sceglievano e me li portavano a leggere. Dovevo tradurre al volo una lingua che non conoscevo, tranne che per assonanze o per conoscenza delle storie. Sui tre porcellini però giganteggiai. Infine, siccome non avevo compreso bene il meccanismo, mostrai quattro titoli al responsabile del baracchino, il quale li ritirò senza batter né ciglio né cassa. Quella biblioteca era lì da ottant’anni; nessuno l’aveva mai tagliata insieme alla spesa pubblica. E poco dopo, nell’area giochi di quello stesso parco, incontrai Marco Sabatino, un blogger palermitano che mi rammentò il nome del cimitero dove riposavano le spoglie di Antonio Tabucchi.
Il 30 marzo 2012 ‘La Repubblica’ aveva pubblicato quanto segue: «Da ieri Antonio Tabucchi riposa accanto all’amato Fernando Pessoa. Le ceneri dello scrittore morto domenica scorsa a Lisbona sono state portate nel cimitero dos Prazeres, dove si trova anche la tomba del grande autore lusitano. Giovedì, prima della cremazione, c’era stata la camera ardente nel Palacio Galveias, qui lo scrittore di ‘Sostiene Pereira’ aveva ricevuto l’ultimo omaggio di amici e intellettuali. C’era anche il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. «È stato un grande amico del Portogallo» ha detto il capo dello Stato Anibal Cavaco Silva. Il Paese d’adozione ricorderà ancora Tabucchi lunedì. La Fondazione Pessoa promuove infatti una maratona di lettura di ‘Requiem’, opera che l’autore italiano scrisse in portoghese. E al cinema Nimas sarà proiettata la versione cinematografica diretta da Alain Tanner».
E allora, solo soletto, mi sono recato al cimitero dos Prazeres. Era mattina, soffiava un vento leggero. Tabucchi mi piaceva. Era semplice e aveva un grande tenuta letteraria. Uno stile privato che me lo rendeva ancor più stimevole. E i suoi racconti mi avevano reso partecipe di una giovinezza gagliarda, ‘Donna di Porto Pim’ un racconto bellissimo, il suo romanzo aveva riscosso un successo meritato: «Non si sentì rassicurato, sentì invece una grande nostalgia, di cosa non saprebbe dirlo, ma era una grande nostalgia di una vita passata e di una vita futura, sostiene Pereira.» E allora ho chiesto al custode del camposanto se avesse notizia di una certa tomba, di uno scrittore italiano… «Tabucchi Antonio?!?! Siga-me!» Mi ha indicato il percorso e mi ha salutato. In genere, andando verso le tombe, mi sento sempre fieramente solo. E così è stato, fin quando davanti a una cella mortuaria piuttosto spoglia ho letto tre nomi: Matilde Rosa Lopes Araújo, Carlos Alberto Serra de Oliveira, Antonio Tabucchi. Il nostro era tra una eccellente narrattrice per bambini e un ottimo romanziere neorealista. Ma mi addolorò l’incisione accanto a tre nomi: ESCRITORES PORTUGUESES. Avevamo abbandonato Antonio Tabucchi al suo esilio, e lui se n’era andato del tutto. Non per niente, ‘Requiem’ lo aveva scritto in portoghese. Non per nulla in quell’attimo, per via di un’immediata e confusa fratellanza, mi sono illuso di essere portoghese anche io. «Il Portogallo è il luogo dell’anima, il luogo dell’affetto». Avevi proprio ragione, riposa in pace e altrove, caro Antonio.

 

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