mercoledì, Settembre 22

'Syria Speaks': arte e cultura dal fronte field_506ffbaa4a8d4

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Syria Speaks’, pubblicato da Saqi Books (Londra) nel 2014, è una raccolta di esperienze artistiche (brani, saggi, installazioni, illustrazioni, vignette, graffiti, fotografie, film e filmati, dipinti ecc.) che raccontano la Siria di oggi e celebrano la creatività e la determinazione di un popolo che rivendica per sé la libertà di esprimersi.

I tre curatori, Malu Halasa, Zaher Omareen e Nawara Mahfoud, hanno lavorato, tra il 2012 e il 2013, a una serie di mostre sull’arte fiorita a partire dal sollevamento del 2011. Le mostre in questione hanno girato l’Europa del nord con notevole successo, da Amsterdam (Prince Claus Fund Gallery), a Copenaghen (Roundtower), a Londra. L’antologia nasce, ci racconta Malu Halasa, proprio da questa iniziativa.

La domanda sottesa all’intera opera è, in effetti: qual è il valore dell’arte e della cultura di fronte alla tragedia che si sta consumando in Siria? Qual è il ruolo dell’arte e della cultura in una rivoluzione? Una prima risposta viene offerta nelle primissime pagine di ‘Syria Speaks’: «La creatività non è solo un modo di sopravvivere alla violenza, è un modo di ricusarla».

Per spiegare la valenza straordinaria dell’esperienza artistica rivoluzionaria, Malu Halasa ci ha parlato del panorama culturale della Siria degli Assad (vale a dire della Repubblica Siriana dal 1971). Il volume lo definisce, in breve, un silenzio durato quarantanni. “Prima del sollevamento, lo scenario culturale era in larga parte sotto il controllo dello Stato. A volte, nei teatri o al cinema, era concesso uno sfogo, uno sbuffo di vaporema larte e la cultura erano fortemente regolamentate, soggette a un rigido controllo e allapprovazione del regime”. Non che il dissenso non esistesse. Per anni, le prigioni sono state riempite di prigionieri politici e di artisti ‘scomodi’. Per questo, quando si è presentata l’occasione, un torrente di libera espressione si è riversato su tutta la Siria. Una piena che ha stupito gli stessi custodi della cultura ufficiale. “È stata la prima volta che la gente, in tutto il Paese, si è sentita libera di esprimersi. Prima del 2011, i Siriani esitavano a unirsi ad iniziative della società civile per non attirare su di sé le attenzioni delle mukhabarat, o Polizia segreta. Nel momento in cui lintero Paese è stato attraversato da un movimento verso la libertà d’espressione, come scrive Ali Ferzat [nato ad Hama nel 1951, Ali Ferzat è conosciuto in tutto il Medio Oriente per le sue vignette umoristiche e le sue caricature, NdA]nel suo saggio, la barriera della paura si è dissolta”.

È stata questa la rivoluzione siriana, in origine: un movimento nonviolento, un movimento sociale inclusivo, culturale ed estetico che chiedeva nient’altro che libertà e dignità per tutti. È stato, invece, proprio il regime di Bashar al-Assad che ha cominciato a parlare di estremismo religioso e di confessionalismo, sottolinea Malu Halasa. È stato il regime di Bashar al-Assad a creare un clima di terrore e di violenza, forzando la gente a reagire di fronte alla brutalità che sperimentava quotidianamente, ai massacri e agli stupri.

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