venerdì, Settembre 17

Switzerland is better, secondo Jacopo Fo Un pamphlet che spiega perché gli Svizzeri sono più intelligenti, usando la pace come volano di benessere

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Risuona anche nella vostra mente quella canzone che dice: ‘La Svizzera, la Svizzera, la Svizzera è una Nazion! Gli svizzeri, gli svizzeri, gli svizzeri son cittadin’?

Non so perché la memoria – che può fare brutti scherzi – l’accosta al cabaret ed a Cochi e Renato. Ficcanaso su Google e scopro che è una strofa di un canto popolare triestino, sulla melodia del canto natalizio O Tennenbaum, e questa riguardante i cugini d’Oltralpe è la più nota, ma ce ne sono altre che inneggiano a diverse nazioni.

E’ a tale canzoncina galleggiante nei ricordi che ho pensato, domenica scorsa, allorché, senza lasciarsi influenzare da fole e demagogie e rispondendo in massa al democratico strumento del referendum – gli italiani sono ben meno sensibili, facendo per lo più fallire i referendum, il che la dice lunga sulla loro sensibilità democratica – gli svizzeri hanno respinto, col 66% dei voti, la proposta dei sindacati per un salario minimo di 3.270 euro mensili, ovvero una retribuzione da 18 euro l’ora.

Una misura che avrebbe interessato 330.000 lavoratori, per lo più concentrati in settori quali il commercio al dettaglio, la ristorazione, i servizi alberghieri, l’economia domestica (saranno i collaboratori familiari?), l’agricoltura.

Si trattava di una cifra più del doppio del salario minimo tedesco di 8,5 euro l’ora e utopistica rispetto ai 10 dollari l’ora obamiani.

Tre mesi prima, i cittadini svizzeri avevano partecipato ad un altro referendum – senza annoiarsi di questa concentrazione delle consultazioni – dove avevano respinto la libera circolazione degli immigrati.

Visto che la loro Nazione non fa parte dell’UE, per gli svizzeri tutti sono immigrati, pure coloro che abitano di fronte alla dogana di Chiasso. Anche in tale consultazione, se si potesse adottare una simile metafora , quasi una maggioranza ‘bulgara’, ovvero il 68%.

Pensavo a questi tasselli di un mio personale puzzle di notizie svizzere, leggendo un pamphlet fornitomi dal mio solito pusher di libri – che ha capito che vado in sollucchero rispetto ad opere dotate di un minimo di ironia – ‘Perché gli svizzeri sono più intelligenti’ di Jacopo Fo e Rosaria Guerra (Barbera editore) che una fascetta in colori della Confederazione (bianco e rosso) proclama aver esaurito due edizioni in una settimana.

Poiché vengo da una tradizione di spocchiosa considerazione della superiorità intellettuale della Magna Grecia, mi sono approcciata alla lettura con una sorta di paraocchi preconcetto. Suoi elementi fondanti sono, in verità, assai flebili: la lontana, adolescenziale visione di un film di Franco Brusati, con Nino Manfredi, intitolato ‘Pane e cioccolata; la ritrita frase di Orson Welles – per la verità utilizzata, per smentirla, anche dagli Autori, nel risvolto di copertina – che contrappone il terrore generante genio nell’Italia rinascimentale alla democrazia pacifista della Svizzera, produttiva giusto di orologi a cucù; la delusione amorosa di un’amica, intortata da un marito fedifrago di nazionalità svizzera (delusione che ha creato più segni nella mia percezione dei maschi svizzeri che cicatrici sull’ego della mia amica, risorta splendidamente).

Troppo poco per giudicare, specie a fronte di una mia collaborazione interessante con la rivista di bordo di una linea aerea svizzera, oggi ceduta agli arabi dell’Etihad. Insomma, il volume di Fo & Guerra – quasi paradossale che una Guerra parli del Paese neutrale per antonomasia… – mi ha aperto un mondo, facendomi riflettere su molti particolari che, magari, erano archiviati in qualche cassettino della mia memoria in maniera automatica.

Innanzitutto, attingo dal capitolo uno, che subito spiega why Switzerland is better. Forse per motivi legati al trauma post ‘Porta a Porta‘ con Beppe Grillo, plastico e assegno (si erano dimenticati il ‘contratto con gli italiani’ in questo concentrato degli oggetti capaci d’incidere sull’immaginario dei nostri connazionali) scelgo: ‘Perché in Svizzera non c’è Bruno Vespa’. Ciò non perché non ritenga importanti le altre buonissime ragioni, ben più ampie di questa – neutralità, meritocrazia, benessere, sburocratizzazione e servizi pubblici efficienti, meno illeciti, poca corruzione e meno criminalità, più pulizia e libertà di stampa etc – ma Bruno Vespa è, secondo me, il simbolo di come l’opinione pubblica italiana sia influenzabile e indirizzabile.

Come settant’anni fa non si riuscì a capire come mai il fascismo avesse guidato l’Italia per il famoso Ventennio, visto che, alla fine della fiera, tranne un manipolo di nostalgici inveterati, non si riusciva a trovare un fascista che fosse uno; ora, sempre escludendo gli aficionados col prosciutto sugli occhi, non si è in grado di comprendere chi, per l’omologo quasi ventennio, abbia ciecamente creduto nell’Innominato.

Si tratta di un libro divertente, che fa una gran quantità di considerazioni storiche – e sapete bene che ho una passione invereconda per la storia -, compresa una rilettura di qualche capitolo di ‘De Bello Gallico’, gentilmente somministratoci già tradotto, sì da salvarci da qualsivoglia trauma da latino mal digerito. Inoltre, fa un’analisi storico-sociologica dello spirito di enclave della popolazione che, dal proprio isolamento, ha tratto un imprinting pacifista, pur avendo costruito con le truppe mercenarie la propria fortuna economica. Mercenarie, ovvero ‘scritturate’ per andare a combattere le tante guerre continentali che, comunque, non lambivano la loro terra, naturalmente protetta dalle montagne scoscese. Tant’è che son 160 anni che la Svizzera è riuscita a preservare la propria neutralità, pur se ha una cittadinanza in continua, potenziale mobilitazione per autodifesa e la diffusione più ampia – credo al mondo – dei rifugi antiatomici.

E’ un’opera che ci mette, castigat ridendo mores – stavolta, questo latino mio è una bazzecola – di fronte all’abisso di civiltà e di benessere che ci divide con chi abita a pochi passi da noi ed è riuscito a valorizzare tutto quel poco di cui disponeva, sia sotto il profilo d’insediamento naturale, sia sotto quello della propensione all’operosità.

Non si riesce a capire come mai – e se lo chiede Jacopo Fo nella chiusa – malgrado tutto sia contro di noi (mi risuona nella mente l’esordio di Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi del 10 agosto 1946: ‘Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato […]’) abbiamo un tasso di longevità così alto da piazzarci ai primi posti dell’apposita classifica e ci ficchiamo in conflitti interni ed esterni a volontà, senza perdere la nostra improntitudine e la voglia di replicare i nostri errori all’infinito… il che la dice lunga sulla scarsa popolarità del referendum e della democrazia nelle nostre lande.

Vagheggiamo il politico forte, chi decida per noi e il referendum appena svoltosi in Svizzera, sul salario minimo, da noi sarebbe stato approvato con impeto plebiscitario, in barba al problema di dove si vadano a pescare le risorse… talmente risicate che ora, persino la distribuzione dei pani e dei pesci ad una fetta della popolazione sostanziata nei mitici 80 euro renziani, pare creerebbe questioni di copertura finanziaria.

I soliti disfattisti sussurrano che ci sarà un contributo ‘volontario’ (leggi, prelievo forzoso) dai conti correnti per 1,5 mld di euro. Eppure cicaleggiamo e abbiamo per lo più ridotto una campagna elettorale per l’elezione dei parlamentari europei ad una disputa da cortile.

Ha ragione Jacopo Fo nella chiusa: a tutti noi italiani, ci piace vivere pericolosamente.

 

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