mercoledì, Giugno 16

Svizzera, l’UE blocca i negoziati field_506ffb1d3dbe2

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European Commission spokesperson

Dopo le iniziali dichiarazioni di disappunto, giungono le prime repliche concrete al referendum tenutosi in Svizzera sull’introduzione di quote per l’immigrazione. L’Unione Europea ha infatti congelato i negoziati intrapresi con Berna. È infatti di ieri sera l’annuncio della Commissione Europea della sospensione dei negoziati in materia di elettricità. «Dobbiamo verificare il da farsi nell’ambito del più ampio contesto delle relazioni bilaterali» è stata la motivazione addotta dalla Portavoce, Pia Ahrenkilde-Hansen. Le possibili conseguenze del voto (che potrebbe portare ad una revisione o ad una denuncia da parte svizzera dell’Accordo di libera circolazione stipulato con l’UE nel 1999) hanno infatti portato il Ministro degli Esteri greco Evangelos Venizelos, il cui Paese detiene attualmente la Presidenza del Consiglio dell’UE, a richiedere che la Svizzera «onori i propri obblighi derivanti dagli accordi stipulati con l’Unione Europea nel quadro del diritto pubblico internazionale».

In giornata, intanto, è stato reso noto che, in preparazione dell’incontro settimanale del Coreper (il Comitato dei Rappresentanti Permanenti dell’UE), l’approvazione del mandato negoziale alla Commissione in vista del ‘trattato istituzionale’ con la Svizzera è stato rimosso dall’agenda. Ciò non ha impedito al Governo elvetico di annunciare che entro la fine dell’anno verrà stilato il testo della legge per limitare l’immigrazione, secondo l’esito del controverso referendum. Va tuttavia ricordato che la posizione del Governo non coincide con quella uscita dalle urne, al punto che sono previsti contatti con Bruxelles al fine di tenere aggiornata quest’ultima ed agevolare negoziazioni formali. «È una situazione difficile quella con cui dobbiamo convivere», è stato il commento del Ministro degli Esteri ed attuale Presidente svizzero Didier Burkhalter.

Un altro voto contestato è stato confermato oggi: quello delle elezioni tenutesi in Thailandia il 2 febbraio. La Corte Costituzionale ha infatti respinto le obiezioni sollevate dall’opposizione, guidata dal Partito Democratico. Nonostante quest’ultima avesse sostenuto l’incostituzionalità della tornata elettorale, per cui aveva anche invitato al boicottaggio, la Corte ha rilevato l’assenza di validi motivi per annullarne l’esito. Erano vari gli scenari prefiguratisi qualora il voto fosse stato invalidato. Ora l’opposizione, che col suo boicottaggio era riuscita a far chiudere più dei 10% dei seggi, prende atto della decisione dei giudici ma non si rassegna: «Il caso è chiuso», ha infatti asserito il legale del Partito Democratico Wiratana Kalayasiri, «ma se il Governo commetterà altri errori, presenteremo un’altra rimostranza».

Si salva anche il Governo socialista del Primo Ministro Plamen Oresharski, in Bulgaria. Nonostante il malumore sociale dominante nel suo Paese, l’Esecutivo di coalizione è riuscito a passare indenne alla terza mozione di sfiducia presentatagli contro dalle elezioni vinte nel maggio scorso. Il voto era stato richiesto dal partito conservatore GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) con le accuse di non aver contrastato efficacemente l’afflusso di migliaia di rifugiati siriani e di non essere in grado di garantire una soddisfacente sicurezza sociale al Paese. Tuttavia, su 217 parlamentari, 116 hanno respinto la mozione ed è ora improbabile che il GERB possa presentare altre mozioni nel breve periodo. Il prossimo esame atteso dal Governo bulgaro sarà perciò quello delle elezioni europee.

Si sfalda invece il Governo della Nigeria. Dopo aver rimosso tutti i vertici militari meno di un mese fa, il Presidente Goodluck Jonathan ha oggi destituito quattro ministri del suo Esecutivo, tra cui spicca il nome di Stella Oduah, Ministro dell’Aviazione e considerata fino ad oggi molto vicina allo stesso Jonathan. La rimozione avviene a due giorni da quella del Capo del Personale Mike Oghiadome ed ha coinvolto anche Godsday Orubebe, Ministro per gli Affari del Delta, Yerima Ngama, Ministro delle Finanze, ed il Ministro della Polizia Caleb Olubolade. Mentre la rimozione dei vertici militari fu attribuita agli scarsi esiti nella lotta ai militanti Boko Haram, quella di Oduah sarebbe legata ad accuse di corruzione, respinte dall’interessata.

Ben più pesante la situazione nella vicina Repubblica Centrafricana, dove, secondo Amnesty International, starebbe avendo luogo una ‘pulizia etnica’ dei civili musulmani nella zona occidentale del Paese. Il fatto di stare assistendo ad una «pulizia etnico-religiosa» è d’altronde ribadita anche dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Antonio Guterres, che non esita a parlare di «catastrofe umanitaria», specialmente dopo che oggi è stata scoperta una fossa comune in un campo militare occupato delle milizie Seleka (musulmane). Attualmente, però, in seguito alle dimissioni del Presidente Seleka Michel Djotodia, sarebbe in atto una violenta controffensiva da parte delle milizie cristiane anti-balaka, che hanno appunto già portato all’esodo forzato di migliaia di civili musulmani.

Crisi umanitaria ed evacuazione sono temi centrali anche per un’altra parte del mondo, la Siria. Dopo la sospensione di ieri, sono riprese infatti l’assistenza umanitaria e le procedure di evacuazione per i civili assediati della città vecchia di Homs. Secondo il Governatore della città, Talal al-Barazi, sarebbe possibile anche un prolungamento del cessate il fuoco per facilitare le operazioni, da studiare con l’ONU. Nel frattempo, però, proprio la risoluzione per gli aiuti umanitari di quest’ultima è stata respinta dalla Russia, che ha minacciato di porre il proprio veto. Secondo il Cremlino, infatti, nella sua versione attuale la risoluzione favorirebbe le azioni militari dirette contro il Presidente Baššar al-Asad. Per domani è previsto un incontro del mediatore del Palazzo di Vetro, Lakhdar Brahimi, coi rappresentanti di Stati Uniti e Russia. Oggi, Brahimi ha intanto ricevuto il piano dell’opposizione per regolare un possibile dopoguerra siriano: secondo quanto appreso dalla ‘Reuters’, nel documento di cinque pagine è previsto un Corpo Governativo di Transizione che prepari e supervisioni un cessate il fuoco totale attraverso misure volte a fermare violenze militari, a proteggere i civili ed a stabilizzare il Paese in presenza di osservatori ONU.

In attesa di quel giorno, i combattimenti proseguono: in particolare, sono stati segnalati scontri nella città di Yabrud, al confine col Libano. Le forze presidenziali, supportate da militanti alleati di Hezbollah hanno infatti colpito ripetutamente la zona in quella che sembra essere una preparazione ad un’offensiva contro le formazioni di opposizione in un’area considerata strategica. Si teme che l’intensificarsi dei combattimenti possa nuocere anche ai fragili equilibri religiosi libanesi. Proprio oggi, peraltro, l’esercito del Libano ha arrestato Naim Abbas, militante legato ad al Qa’ida sospettato di essere la mente dietro alle esplosioni di autobombe in zone del Paese popolate da sciiti. La speranza delle autorità è che l’arresto porti a sradicare la rete dell’organizzazione in Libano, già autrice di numerosi attentati contro le Forze Armate e la formazione sciita di Hezbollah.

Attentati hanno avuto luogo ieri sera anche in Libia, benché nel mirino non si trovassero gruppi religiosi, bensì un’emittente televisiva di impronta anti-islamista e liberale.  La sede di Al-Aseema, questo il nome della tv privata, era già stata oggetto di attacchi nel marzo scorso ed è nota, oltre che per i legami con l’ex Primo Ministro Maḥmūd Jibrīl, anche per le critiche rivolte al Congresso Generale Nazionale, il parlamento interinale la cui scadenza era prevista per il 7 di questo mese ed è invece stata prorogata per ragioni di stabilità nazionale. E la stampa continua ad essere a rischio anche in Messico, dove oggi è stato identificato il cadavere del giornalista Gregorio Jiménez de la Cruz, scomparso appena una settimana fa. Si tratta del decimo giornalista ucciso nello stato di Veracruz dal 2011 e l’ottantasettesimo nel Paese dal 2000.

Come annunciato ieri dal Ministero per l’Unificazione di Seul, si è tenuto oggi l’incontro fra rappresentanti di Corea del Nord e Corea del Sud. La riunione, avvenuta nel villaggio di confine di Panmunjom, era la prima di alto livello da sette anni e non prevedeva un’agenda prestabilita. Ciononostante, i temi dell’incontro erano prevedibili: l’incontro tra famiglie separate tra i due Paesi, prevista per questo mese, e l’irritazione di Pyongyang per la prosecuzione delle esercitazioni congiunte tra esercito sudcoreano e militari statunitensi. Obiettivo della Corea del Nord, che aveva proposto sabato l’incontro (la cui organizzazione è stata sorprendentemente rapida), era appunto chiedere l’annullamento di tali attività, ma gli analisti credono che il raggiungimento di un accordo di massima sia utile per il Presidente nordcoreano Kim Jong-un anche in vista di una possibile visita in Cina.

Sebbene anche i rapporti tra India e Italia rimangano tesi in merito al caso della Enrica Lexie, l’invocazione da parte del Ministro degli Esteri Emma Bonino di un intervento da parte dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani non ha sortito gli effetti sperati. «È meglio che la questione venga affrontata bilateralmente piuttosto che col coinvolgimento delle Nazioni Unite», ha infatti sostenuto il Segretario Generale Ban Ki-moon. In giornata, il Sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura è partito da New Delhi per Roma, dove si consulterà col Governo in vista dell’udienza della Corte Suprema indiana prevista per martedì 18.

 

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