sabato, Maggio 15

Svizzera, la monade dell'egoismo field_506ffb1d3dbe2

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Cominciamo a chiedere l’esame del DNA agli Edelweiss: non sia mai che a un seme bastardo e non puramente svizzero gli sia capitato di attecchire fra i Monti di Guglielmo Tell… Dati i risultati del recente referendum in Isvizzera riguardante il tetto al flusso di immigrati, potrebbe essere questo l’esito estremo di una scelta certamente non plebiscitaria in quanto fa visto prevalere i ‘sì’ sul filo di lana, con uno scarto di poco meno di 20mila schede.

Il desiderio di confermare uno sorta di apparentemente splendido isolamento rispetto ad un’Europa che, sia pure fra mille ostacoli, si sta concentrando in un blocco unico, appare una sorta di salto all’indietro nella storia. Tanto più se si pensa che la percentuale più alta di votanti anti-immigrati si sarebbe registrata nel frontaliero Canton Ticino. Insomma, tutto ciò potrebbe apparire come una specie di virtuale equazione: più si è vicini alla frontiera italiana e più si vogliono evitare meticciati.

I giornali ci informano che, quotidianamente, sono circa 60mila i cittadini italiani che, in qualità di lavoratori in Svizzera, attraversano i confini. Incalcolabile è, invece, la quantificazione dei capitali di origine italiana che trovano riparo negli accoglienti anonimati di banche svizzere grandi e piccole. Una pratica underground che va avanti da sempre e verso tutti, dai dittatori sanguinari agli evasori fiscali a reddito zero e jet intestato, modus agendi che ha costituito la fortuna di questo Stato federale incastonato nelle Alpi. Anzi, era in corso una trattativa fra i due Stati, italiano e svizzero, per diradare l’impenetrabile segreto bancario che vige in quest’offshore alle porte di casa, ma procedeva già a rilento; figuriamoci ora, dopo questo pronunciamento popolare, che costituisce un vero schiaffo al consolidato andirivieni di lavoratori italiani dalla Svizzera!

E’ evidente, infatti, che a Berna non arrivano barconi come a Lampedusa – anche per questioni geografiche!!!) e neanche vi approdano fuggitivi dai CIE, o ciò accade in maniera molto limitata. Non certo in ondate tali da giustificare un arroccamento così rigido, da vittoria ad un referendum, sia pure di stretta misura.

E poiché, certo, quei 60mila pendolari giornalieri non partono da Cirò Marina, né dalla Terra dei Fuochi, e neppure da Firenze o Bologna, ma è tutta gente delle Regioni frontaliere, ad esempio, delle province di Como, Milano e Varese – persino dalla Brianza de’ ‘Il capitale umano’ di Virzì – mi sembra una sorta di contrappasso dantesco rispetto ai fiumi di veleno più attossicati del mitico Olona con cui i leghisti hanno, re Cresi all’incontrario, attossicato ogni cosa che toccavano. Persino i dirimpettai svizzeri, con l’effetto di moltiplicare la loro diffidenza verso gli italiani (avranno avuto una visione di Renzo Bossi quale prototipo, che quella basta e avanza…).

Scavo nella memoria qualche elemento personale per ‘condire’ quest’articolo, perché le mie idee mi sembrano troppo vicine a quelle di altri commentatori, Sergio Romano sul ‘Corsera’ in testa. Certo, c’è da considerare che il risultato cozza contro i Trattati che regolano i rapporti fra Svizzera e Unione europea, dunque si dovrà trovare un punto di equilibrio per non far saltare una costruzione di interscambio che va avanti dal 2000. 

Se mi soffermo a riflettervi, la vicenda mi richiama alla mente un film di ‘denuncia’, dai contenuti fortemente sociali, ‘Pane e cioccolata’, di Franco Brusati, col grande Nino Manfredi. Mi è rimasto vividamente in mente persino dove l’ho visto: era il settembre 1973, ero con gli zii esule a Fiuggi, giacché dalle parti di casa mia imperversava il colera, quello del vibrione maledetto a Napoli. Vedendo il manifesto della proiezione nel cinema più vicino, trascinai con me tutti, sostenendo che certamente si trattava di un film divertentissimo, visto che il protagonista era Manfredi. All’uscita fui dichiarata critica cinematografica inaffidabile, con gli zii tutti commossi dalla trama drammatica del film, che raccontava, appunto, le avventure di un povero cristiano emigrato in Isvizzera. Ma allora mica c’era il web, dove ci si poteva aggiornare sui film in sala! L’odissea del protagonista del film, Giovanni Garofoli, in una Svizzera ostile e xenofoba pareva, ormai, roba da preistoria, completamente superata.

E, invece, il risultato di questo referendum ci dice che se si gratta una superficiale patina di ‘modernità’, il 50,3% dei votanti svizzeri (ma quale è la percentuale degli elettori recatasi alle urne? Non si sa) si è espressa per l’isolamento, il chiudere a sette mandate le porte di casa. Quasi come Maria Martirano (ricordate il giallo di via Monaci?) che, secondo il racconto contenuto nel recente libro di Palmegiani & Sanvitale ‘Omicidio a Piazza Bologna’, dopo una presunta prova generale del delitto, in cui qualcuno tentò di aprire la porta di casa con le chiavi (poi la serratura venne fatta sostituire dalla donna il giorno dopo), mise dietro la porta persino dei mobili.

Così fanno gli svizzeri, si tutelano costruendo invalicabili muri contro una presunta orda barbarica di lavoratori che, non sia mai, possano avanzare pretese occupazionali riducenti le opportunità per i locali! Sono discorsi che, dalle parti delle valli leghiste, abbiamo sentito fare fino alla nausea dagli autoctoni nei confronti dei meridionali; una sorta di contagio vizioso che si è persino rivelato un boomerang. Un metal detector metaforico, però, rende meno impermeabile la monade che è stata sancita dal referendum: se l’individuo che si presenta alle frontiere ha una dotazione di montagne di euro, allora: ‘Benvenuto in Svizzera!’

 

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