sabato, Maggio 15

Svezia, tra immigrazione e criminalità

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Poche nazioni hanno una reputazione immacolata quanto quella della Svezia. Lo stereotipo della pacifica e tranquilla nazione è così radicato che non ci si può stupire dell’indignazione provocata da una recente affermazione di Donald Trump, a proposito dei problemi che l’immigrazione di massa verso quel Paese starebbe portando.

Sabato scorso, durante una conferenza, il Presidente americano si è espresso così:«Dobbiamo mantenere la nostra Nazione al sicuro. Guardate a cosa sta accadendo in Germania, o cosa è successo l’altra notte in Svezia! Svezia, chi lo avrebbe mai detto? Hanno accolto troppe persone, ora stanno avendo problemi che mai avrebbero immaginato. Guardate a Brusselles, guardate Nizza e Parigi».

Diversi politici, svedesi e non, hanno immediatamente reagito con stupore e indignazione. Il Presidente è stato accusato di aver ‘inventato un attentato’, di confondersi, e di mentire spudoratamente. Il ‘New York Times‘ ha scritto della Svezia come di una nazione ‘confusa’ dalle affermazioni di Trump.

Tuttavia, le parole del Presidente si riferiscono a un evento particolare, un’intervista a ‘Fox News’ in cui Ami Horowitz, video reporter, racconta il suo breve documentario in cui espone la realtà svedese e le trasformazioni sociali che il paese ha conosciuto in seguito a una lunga politica di apertura per quanto riguarda l’immigrazione extraeuropea.

L’immagine della Svezia che il report di Horowitz dipinge è molto diversa da ciò che il clichè della pacifica nazione nordica suggerirebbe. Un’intervista con due poliziotti svedesi mostra come le stesse forze armate abbiano una lista dino-go zones’: Enclavi nelle periferie delle maggiori città in cui il crimine e il fenomeno delle gang sono così radicati da rendere futile e troppo rischioso qualsiasi intervento della polizia.

Lo stesso Horowitz, quando arriva nel quartiere di Rinkebyarea in cui più del 90% della popolazione ha background non svedese -, viene attaccato da una banda che gli intima di smettere di filmare. Rinkeby è un quartiere periferico di Stoccolma in cui, tre soli giorni dopo le affermazioni di Trump, una banda di immigrati ha sfondato le vetrine di alcuni negozi, dato fuoco a un’automobile e lanciato pietre alla Polizia che tentava di sedare la rivolta.

Sono proprio due poliziotti, nel documentario di Horowitz, a confermare la presenza nel Paese di 52 zone in cui le forze armate svedesi non possono semplicemente operare in sicurezza.

Non è bizzarro che la polizia di uno dei paesi, fino a poco tempo fa, più sicuri del mondo trovi difficile adattarsi a una situazione che negli ultimi anni è stata completamente stravolta. Ma ci sono motivi per credere che il crimine svedese sia legato alla recente politica di accoglienza?

Innanzitutto un po’ di numeri: nel 2015 la Svezia ha accolto circa 160.000 richiedenti asilo  immigrati da Paesi extraeuropei, come la Siria, l’Iraq, la Somalia e l’Afghanistan. Un flusso del genere, in un Paese di 10 milioni di abitanti, si è tradotto in un incremento della popolazione del 2% in un anno. Nel 2016 la proporzione di popolazione straniera era del 18%. L’accoglienza svedese non prevede ‘tendopoli’ simili alla ‘giungla’ di Calais in Francia. Agli immigrati sono stati offerti alloggio e istruzione per quanto riguarda la lingua e la cultura svedesi. Il Governo ha anche varato diversi programmi per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro.

Tuttavia la differenza tra il livello di occupazione dei nativi (82%) e quello degli immigrati (57%) resta alto, il secondo più preoccupante d’Europa, dopo quello dei Paesi Bassi. Il programma per preparare i rifugiati al mondo del lavoro dura due anni ma, una volta completato, solo il 22% degli uomini e l’8% delle donne riesce effettivamente a trovare un’occupazione. L’economia della Svezia si basa sull’innovazione e praticamente tutti i nativi hanno almeno un diploma. Questo è il mercato del lavoro nel quale i rifugiati devono competere.

Ufficialmente, per il Governo, sarebbe proprio questo il dato chiave per capire la disparità di crimine e il degrado nei quartieri a maggioranza straniera. Un documento del Governo svedese ammette che il 13% della popolazione è stato vittima di crimine, e che il dato rivela un aumento del fenomeno. Si legge poi che «uno studio dell’Università di Stoccolma mostra che la differenza in termini di crimine tra i nativi svedesi e gli immigrati era dovuta alle diverse condizioni socioeconomiche in cui essi nascono e vivono in Svezia».

Se si analizza solo il numero di omicidi il Governo svedese può effettivamente affermare di aver visto una riduzione delle morti. Ma questo è avvenuto in tutte le nazioni occidentali, e se si confrontano le percentuali, il declino degli omicidi in Svezia appare meno imponente di quello nel resto dell’Europa occidentale.

Controverse anche le statistiche sulle violenze sessuali. L’alto numero di stupri viene giustificato dal Governo con la definizione stessa del crimine – molto ‘aperta’ – che viene usata nelle corti svedesi. In ogni caso, i numeri e, soprattutto il trend del problema sono preoccupanti: 65.6 casi di stupro ogni 100.000 abitanti nel 2016. Un aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Erano 42 nel 2006. Commentando queste statistiche Jerzy Sarnecki, professoressa di criminologia all’Università di Stoccolma, insiste comunque sull’importanza della stessa legislazione svedese in materia di stupro e sulla percentuale di donne che decidono di denunciarlo.

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