lunedì, Giugno 27

Svezia e Finlandia nella NATO: il prezzo della Turchia Che cosa Ankara sarà capace di ottenere per un allargamento che, spostando ancora più a nord il baricentro dell’Alleanza, non potrà non avere effetti sulle sue dinamiche interne?

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Negli scorsi giorni ha attirato parecchia attenzione la posizione negativa assunta dalla Turchia rispetto alla questione dell’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza atlantica. La ragione addotta delle autorità di Ankara per giustificare la loro opposizione all’allargamento riguarda in primo luogo il sostegno che Stoccolma e Helsinki garantirebbero alle formazioni del nazionalismo curdo, fra cui il Partito di lavoratori del Kurdistan (PKK), già guidato da Abdullah Ocalan, che Ankara considera da tempo organizzazioni terroristiche. Questa posizione è stata ribadita in diverse occasioni, sia prima, sia dopo la presentazione della domanda ufficiale di ammissione da parte dei due Paesi scandinavi. Nonostante ciò, il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, si è detto fiducioso riguardo alla possibilità di un ripensamento da parte del governo turco; un ripensamento legato – sempre secondo il Segretario generale alla capacità dell’Alleanza atlantica e dei due nuovi aspiranti membri di andare incontro ai timori espressi da Ankara riguardo a quella che considera una questione centrale per la sua sicurezza.

Con il deteriorarsi dei rapporti con la Russia, il valore strategico della Turchia è tornato a crescere, data anche l’attenzione che la guerra in Ucraina ha proiettato sull’area del Mar Nero. L’aumentata presenza NATO in Romania (Paese che ospita la Multinational Division Southeast), il possibile dispiegamento di un nuovo gruppo da battaglia in Bulgaria e una più attiva presenza navale nel Mediterraneo orientale e nello stesso Mar Nero hanno ridato centralità al teatro in cui la penisola anatolica si colloca. Il controllo sugli Stretti è un asset importante in mano alla Turchia. Il Paese rappresenta, inoltre, un importante elemento di raccordo con il teatro mediorientale e con i territori caucasici dell’ex Unione Sovietica e ambisce a proiettare la sua influenza verso le aree di lingua e cultura turca dell’Asia centrale, in cui da vari anni Russia e Cina stanno consolidando la loro posizione. Il contributo che Ankara può portare all’Alleanza atlantica è, quindi, molteplice sia nel breve, sia nel medio/lungo periodo e si gioca anche attraverso i tentativi di mediazione che le autorità truche hanno portato avanti nelle scorse settimane.

L’ostilità della Repubblica anatolica all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO non è, quindi, un fatto da sottovalutare. D’altra parte, un veto di Ankara non rappresenta neppure un risultato inevitabile. Negli ultimi anni, fra Turchia e NATO si è consolidata più di una vena di irritazione reciproca, culminata nelle tensioni che hanno accompagnato l’offensiva turca nella Siria nordorientale nell’ottobre-novembre 2019 e nello scontro intorno all’acquisto di sistemi d’arma russi da parte di Ankara. Sul fronte turco si è invece lamentata in modo sempre più aperto la scarsa attenzione dell’Alleanza atlantica per le priorità strategiche del Paese, percepita come particolarmente grave dopo l’‘onorato servizio’ prestato negli anni della Guerra Fredda. Sul lungo periodo, questo stato di cose non sembra, però, avere aiutato nessuno, esponendo, anzi, Ankara al rischio di trovarsi sempre più isolata in un sistema internazionale in rapida evoluzioneIn questo senso, l’invasione dell’Ucraina e la crescente militarizzazione della regione hanno fatto molto per cambiare le coordinate di sicurezza in cui il governo turco si trova a operare.

Il confronto sull’ammissione dei due Paesi nordici potrebbe, quindi, costituire il banco di prova per un riavvicinamento utile sia alla Turchia, sia alla NATO. Gli ostacoli non mancano e i rapporti freddi fra il governo turco e l’amministrazione statunitense non aiutano a superarli. Altrettanto freddi sono i rapporti fra Ankara e le due capitali nordiche, la cui politica (al di là del diverso modo di guardare al problema curdo) diverge da quella turca su vari punti qualificanti, per esempio in tema di diritti umani e di ruolo delle donne nella società. La volontà del Presidente Erdogan di sfruttare la ritrovata centralità turca in vista degli appuntamenti elettorali del 2023 è un altro punto di cui tenere conto. Gli osservatori sono concordi nel ritenere che, alla fine, tutti gli ostacoli saranno superati. La strategia turca di subordinare la sua ‘luce verde’ alle iniziative della NATO all’ottenimento di determinati compensi non è nuova. L’interrogativo riguarda, piuttosto, il prezzo che Ankara sarà capace di spuntare per un allargamento che, spostando ancora più a nord il baricentro dell’Alleanza, non potrà non avere effetti sulle sue dinamiche interne.

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