sabato, Luglio 24

Sussidi e lavoro in Germania field_506ffb1d3dbe2

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CeBIT ErËffnung 2010


Berlino
– Si chiama Sozialtourismus e nel 2013 é stata l’espressione tedesca che si è aggiudicata a Darmstadt, lo scorso Gennaio, il primo premio come ‘miglior obbrobrio linguistico dell’anno‘.  Letteralmente significa ‘Turismo Sociale’ e negli ultimi anni, nel linguaggio comune viene utilizzata per descrivere quel fenomeno migratorio che vede tanti, troppi, cittadini europei spostare la propria residenza in un altro Paese dell’Unione Europea per beneficiare dei vantaggi del Welfare del Paese ospitante e non per ricercare attivamente una nuova opportunità lavorativa. La parola, a detta dai cittadini tedeschi che l’hanno votata, nasconde una sottile forma di discriminazione verso tutte quelle persone che si spostano e che beneficiano degli aiuti sociali non tanto perché ‘opportunisti’ ma perché realmente in difficoltà e senza fortuna.

Ma nonostante le critiche negative, il Sozialtourismus è un fenomeno reale, presente in più Paesi europei, non solo un neologismo coniato agli inizi degli anni ’90. Sempre più cittadini europei, specialmente provenienti dall’Est Europa, dopo la liberalizzazione del mercato del lavoro avvenuta lo scorso gennaio, si trasferiscono in Belgio, Germania, Regno Unito, per godere del sistema di sussidi sociali. Non lavorano e si accontentano di vivere con gli aiuti dello Stato. I più cinici potrebbero descrivere il fenomeno come una forma di importazione della disoccupazione. Angela Merkel, annunciando alcune settimane fa le nuove misure mirate a limitare il fenomeno del parassitismo sociale da parte degli immigrati, invece liquida il discorso con poche parole:  «L’ Europa non è un’unione sociale».

D’altronde la direttiva 2004/38/CE parla chiaro e oltre ad assicurare ai cittadini dell’Unione e ai loro famigliari il diritto di circolare e soggiornare liberamente all’interno degli Stati membri, permette alle stesse singole nazioni di porre dei limiti all’applicazione della direttiva. «Non si chiudono le frontiere ai cittadini europei e non si nega l’aiuto a chi ne ha realmente bisogno ma nuove regole verranno introdotte in Germania affinché ci siano meno abusi delle prestazioni sociali tedesche», sottolinea il portavoce della Cancelliera, Steffen Seibert.

La Repubblica federale è molto generosa e spende 33.7 Miliardi di Euro l’anno in aiuti sociali: 26.8 Miliardi vanno ai cittadini tedeschi, la parte restante a stranieri (europei ed Extra-UE) legalmente residenti nel Paese.

Ma la sospensione dei sussidi agli immigrati è solo una delle manovre che il Governo della Cancelliera sta applicando al sistema tedesco per riformare e dare ossigeno a quel tanto agitato mercato del lavoro nazionale, da sempre ambito di riforme e cambiamenti strutturali.

«Alla fine degli anni ’90, successivamente alla caduta del Muro, la Germania veniva denominata ‘il malato d’Europa‘ per poi trasformarsi nel giro di un ventennio nella ‘locomotiva d’Europa’. Una serie di cambiamenti strutturali vennero apportati in particolare al mercato del lavoro, per renderlo piú flessibile e quindi facilmente piú adattabile ad un contesto economico globale in continua metamorfosi» sostiene il ricercatore Christian Dustmann, dell’ University College of London.

«Una riforma del mercato del lavoro, iniziata nei primi anni del Duemila, che si é sviluppata grazie a numerose operazioni strutturali come la decentralizzazione delle trattative sindacali, l’abbassamento del costo del lavoro, l’istituzionalizzazione di nuove tipologie contrattuali e un’organizzazione piú efficiente del sistema di Welfare, nell’ottica di abbassare e controllare il tasso di disoccupazione nazionale. Con la fine della DDR sono stati tanti i cittadini della Germania dell’Est che si sono ritrovati improvvisamente senza un’occupazione stabile, riversandosi in un mercato del lavoro nazionale non ancora pronto per fronteggiare un evento di cosí tanta rilevanza» continua lo studioso.  

Niente di nuovo, se si considera che ancora oggi la lotta alla disoccupazione rappresenta un punto cruciale all’interno dell’agenda della Cancelliera, sia a livello statale che europeo.

Ma torniamo alla riforma. Per quanto concerne i primi due punti, in realtá si tratta di due azioni consequenziali. La concessione istituzionale lasciata alle singole imprese di decidere insieme alle rappresentanze sindacali aziendali il salario minimo e gli orari di lavoro, ha permesso con il tempo di preservare posti di lavoro che altrimenti si sarebbero spostati oltre i confini nazionali. La vicinanza territoriale con i Paesi dell’Est, dal passato politico, economico e sociale simile, avrebbe infatti permesso alle aziende tedesche di esportare la produzione ricevendo in cambio notevoli vantaggi economici, come appunto un basso costo del lavoro. Il mantenimento della produzione dentro i confini nazionali ha invece dato la possibilitá di preservare posti di lavoro con una conseguente diminuzione sul lungo periodo del tasso di disoccupazione nazionale.

In merito al terzo e al quarto punto, il dibattito si amplia notevolemente mettendo in discussione un sistema di aiuti sociali e organizzazione del lavoro definito ultimamente da numerosi economisti come ‘il modello da copiare’ in Europa.

Al centro del welfare tedesco c’è un sistema di sovvenzioni statali concesse ai disoccupati, affinché essi abbiano la possibilità di sopravvivere in Germania, malgrado la mancanza di lavoro. Si tratta della Riforma Hartz IV, che prende il nome dall’ex manager della Volkswagen Peter Hartz, messo alla guida della commissione incaricata di riformare il mercato del lavoro nel 2002 dall’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder. La riforma, introdotta effettivamente nel 2005, si preoccupa di regolarizzare i sussidi statali. Chi non ha un lavoro deve, non solo dimostrare di essere alla ricerca attiva di un impiego, ma viene anche sollecitato con delle proposte interessanti, che non può rifiutare, anche se non in linea con il proprio profilo professionale, pena il pagamento di sanzioni, che possono tramutarsi, in caso di costante rifiuto, nella sospensione dei contributi statali.

Contemporaneamente alle nuove politiche sociali sono stati istituzionalizzate alcune tipologie flessibili di contratto come i part-time, stagionali o a tempo determinato nonché sono stati introdotti i cosiddetti minijob, contratti atipici a costo zero sul piano fiscale per gli imprenditori e con retribuzioni non superiori ai 480 euro mensili. Gli unici contributi previsti sono il minimo indispensabile da versare nelle casse della previdenza sociale, a carico dello Stato. Contratti atipici che rappresentano la reale causa dell’esplosione del mercato del lavoro tedesco e che assicurano alle imprese un esercito di manodopera a basso costo e senza vincoli giuridici, da impiegare soprattutto in occupazioni a medio-bassa qualifica. Di fatto, un aiuto di Stato alla propria impresa nazionale.

Il successo delle esportazioni tedesche nonché il mantenimento di un basso tasso di disoccupazione , si parla del 7, 3 % nell’anno in corso, uno dei piú bassi in Europa, sono dei risultati positivi in gran parte dovuti alla disponibilitá di questa manodopera. Spesso straniera e migrante. La stessa gente oggetto della riforma sulla limitazione dei sussidi sociali. Siamo sicuri che il parassitismo sociale passi dalla nazionalitá indicata sul passaporto?

 

 

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