giovedì, Dicembre 2

Suprematismo bianco glocal: il ‘New York Times’ duro come non mai con la legittimità mainstream dell’Occidente Attacchi locali, ideologia globale, il problema è dell’Occidente tutto. Ora tutti chiamati a uno scatto di responsabilità: politici moderati, inserzionisti pubblicitari, banche, aziende tecnologiche, religiosi

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Le chiamano, indistintamente, ‘mass shootings’, sono le sparatorie di massa, e dal 1° gennaio 2019, in USA ci sono stati 250 di questi ‘episodi’, che hanno prodotto 8.574 morti e 17.013 feriti. Numeri da guerra, determinati senza dubbio anche dal fatto che nel Paese in cui l’industria delle armi vale 40 miliardi di dollari  –nel 2018 si sono vendute 13,1 milioni di armi da fuoco–  a partire dal 2015, ci sono più armi che abitanti, 112 armi da fuoco per 100 abitanti.
Numeri che però raccontano anche altro dell’America, raccontano, come scrive il ‘New York Times’ nell’editoriale di ieri -firmato dalla Redazione, ovvero che esprime la posizione del comitato editoriale rappresenta le opinioni del consiglio, dell’editor e del  publisher-, dopo le stragi di El Paso e di Dayton, che c’è un problema -e non da oggi- che si chiama suprematismo (la malattia) eWhite Terrorist’ (la conseguenza della malattia): ‘We Have a White Nationalist Terrorist Problem’.

Quella dell’editoriale di ieri della ‘vecchia signora in grigio’ è forse la denuncia più chiara, forte e autorevole sul tema. «Se uno degli autori delle due sparatorie di massa di questo fine settimana avesse aderito all’ideologia dell’Islam radicale, le risorse del Governo americano e dei suoi alleati internazionali si sarebbero mobilitate senza indugio», esordisce l’editoriale. Invece: ‘preghiere’ e ‘auspici’. «Anche un osservatore casuale oggi può capire cosa sta succedendo. Il mondo, e in particolare l’Occidente, ha un grave problema terroristico nazionalista bianco che è stato ignorato o scusato per troppo tempo», «se un certo grado di vigilanza e unità di sforzo fossero rivolti al nazionalismo bianco, saremmo più sicuri».
Da sottolineare che l’editoriale attribuisce il problema all’Occidente, non solo agli USA. E’ un editoriale che in qualche modo parte da un caso, da una situazione specifica, quella americana, per guardare e parlare all’intero Occidente.

In caso di estremismo islamico, prosegue l’editoriale,  «il fantastico potere dello Stato avrebbe lavorato instancabilmente per negare ai futuri terroristi l’accesso a armi, denaro e forum per diffondere la loro ideologia. Il movimento sarebbe infiltrato da spie e informatori. I suoi finanziatori dovrebbero affrontare sanzioni. I luoghi di congregazione sarebbero sorvegliati. Coloro che hanno dato aiuto o conforto ai terroristi sarebbero perseguiti. Verranno istituiti programmi per de-radicalizzare ex aderenti».

 «Nessun americano si accontenterebbe di pensieri e preghierecome strategia antiterrorismo. Nessun americano accetterebbe di dare la colpa a un simile attacco ai videogiochi, come ha fatto domenica il governatore del Texas, Dan Patrick, in un’intervista durante la discussione sulle sparatorie di massa a El Paso che hanno provocato 20 morti e 27 feriti».

«Gli attacchi terroristici nazionalisti bianchi sono locali, ma l’ideologia è globale» afferma l’editoriale, ricordando che il terrorista di El Paso aveva scritto di aver tratto ispirazione dall’attacco terroristico nazionalista bianco a Christchurch, in Nuova Zelanda, mentre altri prima di lui si erano richiamati agli attacchi dei suprematisti bianchi in Norvegia, Stati Uniti, Italia, Svezia e Regno Unito».

Il quotidiano richiama una ricerca dal ‘Times’, la quale rileva  che «almeno un terzo di assassini estremisti bianchi a partire dal 2011 sono stati ispirati da altri che hanno perpetrato attacchi simili, professavano una venerazione per loro o hanno mostrato un interesse per le loro tattiche». «La supremazia bianca, in altre parole, è un’ideologia transnazionale violenta e interconnessa», «un marchio in evoluzione di spargimento di sangue alimentato dai social media».
Certe comunità online sono «diventate focolai di attività nazionalista bianca» che diffondono «contenuti razzisti, sessisti e omofobi progettati per diffondersi sul web. Gli utenti condividono la vecchia narrativa fascista, la propaganda nazista e i testi pseudoscientifici su razza e teoria della sostituzione, orientati a radicalizzare i loro coetanei»

Una responsabilità viene individuata nelle società tecnologiche che «sembrano non voler trattare il terrorismo nazionalista bianco online nel modo in cui hanno affrontato la diffusione online di gruppi terroristici islamici radicali, come lo Stato Islamico. Aziende come Facebook e Twitter hanno intrapreso azioni coraggiose per rimuovere decine di milioni di pezzi di propaganda e account ISIS e Al Qaeda tra il 2014 e il 2018. Standard simili non sono stati applicati ai nazionalisti bianchi, forse perché, come un rapporto del 2018 del ricercatore JM Berger, specializzato in estremismo online, osserva: “Il compito di elaborare una risposta all’alt-right è considerevolmente più complesso e pieno di mine antiuomo, in gran parte a causa della natura intrinsecamente politica del movimento e della sua vicinanza al potere politico”».

Queste comunità non sono nuove, la prima rilevata, Stormfront, è stata aperta da Don Black nel 1996, e però con l’Amministrazione di Donald Trump «il nazionalismo bianco ha raggiunto una nuova legittimità mainstream». I nazionalisti bianchi, «il Presidente li condanna da un lato della sua bocca e esalta l’etnonazionalismo dall’altro».

Il tema degli americani ‘sostituiti’ dagli immigrati, ricorda il quotidiano, è una caratteristica ricorrente in alcuni programmi su ‘Fox News’;    «a maggio, lamentando una ‘invasione’ di immigrati, Trump ha chiesto come gli immigrati potrebbero essere fermati durante una manifestazione in Florida. “Sparagli”, urlò qualcuno tra la folla. Il signor Trump fece un sorrisetto e disse: “È solo nel Panhandle che puoi cavartela con quella roba”, mentre la folla esplodeva in risate sgargianti».

Molto più americani, ricorda l’editoriale, «sono morti per mano dei terroristi interni che per mano degli estremisti islamici dal 2001, secondo l’FBI. Le risorse dell’agenzia, tuttavia, sono ancora pesantemente poche per contrastare il terrorismo internazionale».

«La Nazione aveva un debito con le vittime degli attacchi dell’11 settembre, per agire contro la vile infrastruttura che permetteva ai terroristi di raggiungere i loro obiettivi quel terribile martedì. Non dobbiamo meno debiti verso le vittime di El Paso e verso le centinaia di altre vittime del terrorismo nazionalista bianco in tutta la Nazione».

L’appello finale è ai moderati della politica, chiamati a «fare di più per condannare», agli inserzionisti che  «hanno il dovere di non sponsorizzare programmi televisivi che flirtano con il nazionalismo bianco o di sostenerlo apertamente», alle banche che  «hanno il dovere di non aiutare a finanziare le organizzazioni nazionaliste bianche», ai leader religiosi che «dovrebbero sentirsi chiamati a denunciare il nazionalismo bianco dal pulpito», alle aziende tecnologiche, che «hanno la responsabilità di smantellare la propaganda e le comunità nazionaliste bianche come hanno fatto la propaganda dell’ISIS», alle forze dell’ordine americane, soprattutto loro, che «devono prendere di mira i nazionalisti bianchi con lo stesso zelo che hanno preso di mira i terroristi islamici radicali».
Tutto questo perché, conclude l’editoriale, «Non può esserci via di mezzo quando si tratta del nazionalismo bianco e del terrorismo che ispira. O sei a favore o contro».

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