mercoledì, Agosto 4

Superare la legge Fornero

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Ogni tanto succede. Ogni tanto anche in Italia qualche rappresentante della cosiddetta società civile abbandona il sarcasmo sterile e l’invettiva piazzarola, virtuale o reale che sia la piazza, e si ricorda del celebre aforisma di John Kennedy sul contributo che un cittadino può dare al suo Paese, invece di attenderlo a braccia conserte.

Paolo Ercolani è un ingegnere quasi sessantenne, con una vasta esperienza di grandi lavori soprattutto nel settore delle infrastrutture, pubblico e privato. Inoltre, ha maturato anche una notevole esperienza da Mobility Manager Aziendale presso una ASL, occupandosi di conseguenza della cosiddetta “mobilità sostenibile”.

Ed ecco che all’ing. Ercolani viene in mente di elaborare una proposta su un tema molto importante, direi cruciale per la politica nazionale, autentico crocevia tra welfare, riforme e sviluppo economico: la modifica ormai urgente della legge Fornero, salvifica a suo tempo ma sporca del sangue di tante, troppe persone.

Ing. Ercolani, ci racconta la storia della sua proposta?

Volentieri. Sono partito dalla “quota 100”, il concetto base della proposta  presentata dall’onorevole Cesare Damiano, ex ministro del lavoro nel governo di Enrico Letta. Quota 100 significa 60 anni di anzianità sommati a 40 di contributi pensionistici versati. Ma il nome corretto della mia proposta sarebbe “quota 100 con esodo volontario”.

Parliamone.

Certo. Si tratta di una interpretazione della proposta Damiano, elaborata constatando quanto accade nel nostro Paese, dove gli anziani non riescono più ad andare in pensione e, di conseguenza, i giovani non riescono più a trovare un’occupazione.  Si ponga il caso di un lavoratore che al compimento dei 60 anni maturi 40 anni di anzianità contributiva (cioè ha iniziato a versare contributi sin dall’età di 20 anni). Costui raggiunge quota 100 ma è ancora relativamente giovane e pertanto avrà una buona aspettativa di vita. Se ha delle risorse proprie che gli consentono di mantenersi per altri due, tre o più anni senza una pensione, potrà essere incentivato a lasciare il lavoro anche in mancanza di un assegno pensionistico immediato, ma con l’impegno dell’INPS che la pensione non erogata al momento del pensionamento gli verrà comunque garantita successivamente, nel tempo, con una maggiorazione proporzionale al tempo atteso per riceverla.

Ipotizziamo che il suddetto lavoratore maturi una pensione di 1.000 Euro al mese e sia disponibile ad utilizzare 24.000 o 36.000 Euro di risorse proprie con lo scopo di mantenersi autonomamente per due o tre anni. Perché non permettergli di lasciare il mondo del lavoro a favore dei giovani che sono disoccupati?

Durante quei due o tre anni lo Stato non dovrà sborsare nulla, perché il lavoratore si manterrà autonomamente. Lo Stato inizierà ad erogare la pensione solo al termine di quei due o tre anni e potrà “rifondere” il pensionato corrispondendogli un assegno pensionistico maggiorato di una percentuale che permetta di recuperare in un accettabile lasso di tempo la pensione maturata ma non percepita. Nel caso in questione si tratterebbe di corrispondere una maggiorazione sull’assegno pensionistico che permetta di recuperare 24.000 o 36.000 Euro e gli interessi corrispondenti all’inflazione (peraltro modestissima). Se pertanto si pensasse di “spalmare il recupero” nell’arco di 5 anni o 10 anni, invece di 1.000 Euro/mese nel primo caso al pensionato in questione andrebbe corrisposto un assegno mensile di poco più di 1.400 Euro/mese o di 1.600 Euro/mese e nel secondo caso un assegno mensile di poco più di 1.200 Euro/mese o di 1.300 Euro/mese. La spesa per l’erogazione della pensione verrebbe perciò non solo “traslata” nel tempo di due o tre anni, quando la prevedibile ripresa economica e l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani attualmente disoccupati permetterà di “rimpinguare” le casse dell’INPS, ma verrebbe anche “diluita” nel corso di un congruo periodo di tempo.

Sembra tutto interessante, ben argomentato e, soprattutto, logico. Ha intenzione di far pervenire un documento dettagliato agli organi competenti?

Ho già esposto  a diverse personalità del mondo politico, tra le quali alcuni componenti delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, alcuni Sottosegretari dei Ministeri del Lavoro della Funzione Pubblica e anche al Prof. Boeri, nuovo Presidente dell’INPS. Speriamo, e non ho motivo di ritenere il contrario, di ricevere delle risposte. E’ importante smuovere le acque, perché il tema è particolarmente urgente. L’attuale rigidità in uscita dal lavoro introdotta dalla Legge Fornero rischia infatti di creare gravi problemi sociali. La notizia dell’ultim’ora è una risposta, interlocutoria e piuttosto ambigua, ricevuta da uno dei rappresentanti qualificati del mondo politico, da me interpellati: «Ho fatto una ricognizione con gli uffici e ho parlato con chi è competente in materia, mi hanno detto che la proposta non è applicabile per legge». Mi riservo di conoscere questa legge, che vieta di applicare la mia proposta e quale legge invece permetterebbe invece di applicare altre penalizzazioni alle pensioni dei lavoratori. E anche di conoscere il parere decisivo del prof. Boeri, del quale apprezzo la volontà di apportare cambiamenti e che non potrà che valutare positivamente i risparmi per la collettività che la mia soluzione comporta. Anche davanti all’Europa. 

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