lunedì, Maggio 17

Summit Nato: ultima occasione per strategia comune field_506ffb1d3dbe2

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Oggi nella cittadina di Newport in Galles si sono incontrati 67 capi di Stato e di Governo per uno dei vertici NATO più delicati della storia recente: «Un vertice cruciale in un momento cruciale perché le condizioni della sicurezza sono cambiate drammaticamente» dichiara il Segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen. Infatti, questo summit, che durerà due giorni, sarà forse l’ultima possibilità per l’occidente e per la Nato di definire una strategia comune e di lungo termine per affrontare con decisione e coerenza le principali crisi internazionali che stanno degenerando: Ucraina in primis, la situazione in Medioriente con la minaccia dell’Isis.

Tra i primi ad arrivare è stato Barack Obama ricevuto dal Premier britannico David Cameron. Presente, il Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, affiancato dal ministro degli Esteri, Federica Mogherini, da poco designata Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue e dal Ministro della Difesa, Roberta Pinotti.

Tra i leader europei presenti, il Presidente francese François Hollande la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko che ha ottenuto con loro un incontro separato pre-vertice per avere chiarimenti e rassicurazioni sul sostegno della Nato a Kiev contro l’escalation militare nei territori dell’est e per ‘raccontare’ il contenuto degli ultimi colloqui con Vladimir Putin per un possibile cessate il fuoco permanente.

La Russia, però, non sta a guardare e mette in guardia Kiev e la Nato sulle possibili conseguenze di un’adesione dell’Ucraina all’Alleanza, come dichiara prontamente il Ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov «Questo rischia di far deragliare la ricerca di una soluzione alla crisi attuale»  e ancora «Si tratta di un tentativo evidente di far deragliare tutti gli sforzi per avviare un dialogo al fine di garantire la sicurezza nazionale».

Putin, infatti, sta giocando la carta della mediazione con Kiev, ma il suo atteggiamento bastone e carotanon convince l’Occidente: invadere il territorio ucraino per poi ‘telefonare’ al Presidente Poroshenko per tendere la mano del cessate il fuoco. Per questo i leader Nato, prima di pronunciarsi unilateralmente sulle iniziative da prendere nei confronti di Mosca, attendono l’esito dell’incontro di domani a Minsk tra Poroshenko e Putin, incontro che dovrebbe portare alla stipula di un cessate il fuoco permanente nelle zone sotto il controllo dei ribelli filorussi. Ma per ora sono solo speranze.

In realtà sulla questione ucraina, la Nato al suo interno presenta una spaccatura molto importante tra l’approccio soft dei leader europei da una parte e la volontà di usare il pugno di ferro contro Mosca espressa da Obama e Cameron. Questo perché pesa, sui paesi Ue, la dipendenza energetica dal gas russo e Putin ha più volte usato questa debolezza come ricatto nei confronti dell’occidente.

Tuttavia, come dichiarato oggi in conferenza stampa dallo stesso Rassmussen: «La Nato sta con l’Ucraina perché un’Ucraina libera è la chiave per la pace in Europa. L’alleanza si impegnerà quindi affinché questo Paese possa tornare a riavere la sovranità e il controllo su tutto il proprio territorio. Noi non riconosciamo la Crimea russa e chiediamo a Mosca di lasciare i territori occupati e tornare sulla strada del dialogo». Poi affronta il problema dell’aiuto militare a Kiev chiarendo che «la Nato è un’alleanza tra Stati e in quanto tale non possiede né equipaggiamenti né uomini. Saranno i singoli stati a decidere se e come aiutare militarmente l’Ucraina».

Per quanto riguarda il disimpegno in Afghanistan, Rasmussen conferma la volontà nella Nato di assistere il Paese nel percorso verso la creazione di uno Stato democratico, aprendo un nuovo capitolo con il lancio della missione di addestramento ‘Resolute Support’ che disimpegna le forze Nato sul campo, puntando a formare una forza di sicurezza nazionale in grado di mantenere l’ordine nel Paese. Inoltre, l’assistenza non sarà più incentrata sul piano strettamente militare, ma punterà a un sostegno economico e soprattutto a una partnership durevole sul piano politico: «l’Afghanistan è oggi un Paese molto diverso da quello che ci si presentava davanti solo 10 anni fa». Dichiara Rassmussen: «I cittadini afgani voglio guardare avanti e la Nato si impegnerà affinché si possa giungere alla creazione di uno stato democratico, pacifico e sicuro».

Sempre nella giornata di oggi due importanti incontri sono avvenuti in Vaticano, dove Papa Francesco ha ricevuto prima l’ex Presidente israeliano Shimon Peres, per poi accogliere Il principe giordano Hassan bin Talal.

Scopo dell’incontro è stato quello di promuovere la creazione di un’Onu delle religioni, così l’ha definita Shimon Peres: «L’Onu ha fatto il suo tempo: quello che ci serve è un’Organizzazione delle Religioni Unite. Il modo migliore per contrastare i terroristi che uccidono in nome della fede». Papa Francesco, spiega il portavoce della sala stampa vaticana Padre Federico Lombardi, non ha preso nessuna iniziativa personale a riguardo, ma ha prestato attenzione alle parole e alla proposta di Peres. Da ricordare che l’8 giugno scorso Peres era stato, con il Presidente palestinese Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, uno dei protagonisti dello storico vertice di preghiera convocato da Francesco nei Giardini Vaticani per promuovere il dialogo tra le religioni. Stessa motivazione alla base dell’incontro con il principe giordano Hassan bin Talal, ricevuto subito dopo, che nel maggio scorso fu tra le personalità che accolsero papa Francesco nella sua visita ad Amman.

Nel susseguirsi quasi incessante di avvenimenti sul fronte iracheno si segnala oggi l’uccisione di Abu Hajer al-Suri, uno dei più stretti collaboratori del leader del’Is Abu Bakr al-Baghdadi. Al-Suri è stato ucciso in un raid aereo condotto sulla città di Mosul, probabilmente ad opera dell’Esercito iracheno regolare.  Mentre diciotto persone, tra le quali otto bambini, sono rimaste uccise da un bombardamento compiuto con mortai su Falluja, città a 60 chilometri a Ovest di Baghdad che dal gennaio scorso è sotto il controllo dell’Is e viene costantemente bombardata dalle forze lealiste. I miliziani dell’Is reagiscono rapendo una cinquantina di civili in un villaggio vicino Kirkuk. Non è la prima volta che lo Stato islamico compie sequestri di massa in Iraq, come denuncia Amnesty che ha accusato l’Is di ‘pulizia etnica  sistematica’ e di ‘’atti disumani di proporzioni inimmaginabili’’.

 

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