martedì, Settembre 28

Summit France Afrique, l’inizio della fine field_506ffb1d3dbe2

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Hollande Summit France Afrique

Kampala –Aver rispolverato la politica neo coloniale della France Afrique, nella sua forma più virulenta ed aggressiva, non è l’errore di un Presidente contestato nella propria patria ed in mano ai potentati economici e finanziari, nonostante il suo biglietto da visita socialista e progressista, pieno di unto e quasi illeggibile. É l’errore di una classe politica ed imprenditoriale incapace di superare il trauma Algerino quando fu chiaro che l’epoca dell’Impero era tramontata”, afferma il professore universitario di politica internazionale della Makerere University (Uganda) per descrivere il recente summit dei Capi di Stato Africani che si è tenuto a Parigi il 6 e il 7 dicembre scorsi.

Un summit, offuscato dalla morte di Nelson Mandela e dalla crisi nella Repubblica Centroafricana, che rasenta il paradossale in quanto i promotori hanno tentato di applicare un pesante trucco sul volto della realtà di aggressione militare e politiche di destabilizzazione continentali che la Francia sta applicando dal 2013 nella speranza di ricostruire l’Impero.

Il trucco, pesante e volgare, inizia con il nome dato al summit ‘Sommet Afrique-France’. Uno stratagemma letterale tipico della lingua francese per evidenziare una non-realtà, mettendo la ‘Afrique’ prima di ‘France’ per sottintendere che il continente africano ha maggior importanza che l’ex potenza coloniale. Niente di più falso e assurdo. Negli ambienti della Parigi che conta si parla più onestamente di Summit dell’Eliseo. Gli invitati Capi di Stato Africani rappresentano la classe politica ‘indigena’ su cui la Francia è costretta ad appoggiarsi. La maggioranza di loro sono criminali, dittatori, opportunisti che hanno fondato un regno dove corruzione, povertà, assenza delle istituzioni, mancato rispetto dei diritti umani e dei propri cittadini sono i pilastri portanti: dal Presidente congolese Joseph Kabila a quello ivoriano, Allassane Ouattara.

«La maggioranza dei dirigenti africani presenti a Parigi sono i primi a rappresentare una vera minaccia per la pace e la sicurezza del Continente», sottolinea Jean-Marie Fardeau, il Direttore di Human Rights Watch Francia. Paradossale e ridicola la storia dietro alle quinte di questo summit, organizzato nel maggio scorso dal Presidente Francois Hollande. La Presidenza del summit doveva essere franco-egiziana. Hollande aveva colto l’occasione della visita ufficiale in Francia del ex Presidente Mohamed Morsi per proporre la collaborazione. L’Egitto di Morsi, nelle intenzioni dei strateghi della France-Afrique, doveva far sottolineare come l’asse del centro della cooperazione francese con il Continente si stesse progressivamente spostato dalla capitale alla periferia, coinvolgendo nella direzione dell’importante evento annuale un Paese africano appena uscito da un giusta rivoluzione. Poco importava all’epoca se il Presidente Morsi e la Fratellanza Mussulmana stessero distruggendo la Primavera Araba per instaurare progressivamente un regime islamico estremista dove ben poco spazio era riservato alle libertà.

L’idea originale è stata annullata dai recenti avvenimenti che hanno visto l’entrata di scena dell’esercito e del General Sissi per fermare il rapido deterioramento delle giovani libertà conquistate e il corrosivo processo di islamizzazione dell’Egitto. Mentre la maggioranza del popolo egiziano sembra sostenere il colpo di stato del suo esercito per difendere il principio di un Stato laico, la Francia lo ha condannato rivendicando l’autorità di Morsi scaturita dalle urne, tentando di difendere un personaggio che prima di tutto risponde a logiche religiose e non politiche, un personaggio che durante il suo breve mandato non ha esitato ad allacciare rapporti sotto banco con Al Qaeda Magreb e con tutte le forze estremiste islamiche in Africa contro le quali la Francia sta militarmente combattendo.

Il Ventiseiesimo Summit della France-Afrique è impostato sui temi della Pace e della Giustizia. Una scelta di pessimo gusto attuata dal primo Presidente nella storia degli ultimi venti anni della Repubblica Francese che in un giro di anno ha autorizzato due interventi militari diretti: Mali e Repubblica Centro Africana. Questi interventi rappresentano una chiara interferenza coloniale in paesi sovrani per rimediare ad errori precedenti. I ribelli Tuareg del MNLA come la coalizione dei gruppi ribelli centroafricani Séléka sono stati incoraggiati, finanziati e armati dalla cellula africana della France-Afrique per abbattere governi democraticamente eletti ma “ostili” alla politica francese in terre coloniali. Entrambi sono sfuggiti di mano e gli strateghi sono stati costretti a suggerire costosissimi interventi militari per rimettere le cose in ordine.

Mali e Centroafrica rappresentano la punta dell’iceberg di una anacronistica politica di aggressione che la Francia, in tempi di recessione economica, ha deciso di attuare per mantenere la supremazia economica e politica nelle sue ex-colonie che continuano tutt’oggi a rappresentare il 40% della ricchezza nazionale grazie all’importazione a prezzi ridicoli delle preziose materie prime. Il 80% dell’energia nucleare francese si basa sui giacimenti di uranio in Niger, a titolo di esempio. Questa politica è in realtà la continuazione di quella voluta dal suo predecessore Sarkozi evidenziata con gli interventi militari in Costa d’Avorio e in Libia. Il Presidente Hollande, che durante la campagna elettorale aveva duramente criticato la France-Afrique e promesso di congedare la cellula africana dell’Eliseo, ha continuato ad applicare alla lettera la politica neo coloniale utilizzando le Nazioni Unite e la necessità umanitaria di difendere le popolazioni vittime dell’instabilità, come meri pretesti per giustificare invasioni militari. Sarkozi aveva giocata la carta dell’ONU sia in Costa d’Avorio che in Libia.

É innegabile che la potenza dell’esercito francese a corto termine riesca a debellare le ‘forze negative’ come è altrettanto chiaro che questo avventurismo militare é fallimentare già a medio termine. La Costa d’Avorio stenta a riprendersi dal colpo di stato di due anni fa, mentre in Libia i gruppi armati che sono stati finanziati dall’Eliseo sono il principale ostacolo per il rafforzamento di una Stato di diritto, della democrazia e della ripresa economica. Il fragile governo del dopo Gheddafi é in mano alle milizie islamiche armate ed incoraggiate dalla France Afrique.

In Mali le varie milizie tuareg da quelle laiche a quelle islamiche detengono la forza e il controllo di vaste parti del Paese, rendendo le elezioni Presidenziali e quelle amministrative una farsa attuata su meno della metà del territorio nazionale e con la partecipazione del 38% degli elettori. Nella Repubblica Centroafricana i gruppi ribelli della coalizione Séléka, sconfitti nella capitale, presto costringeranno l’esercito francese a vivere uno scenario afgano già amaramente sperimentato da Armata Rossa e Marines: la capitale e i principali centri urbani saranno controllati dalle truppe straniere mentre il resto del Paese rimarrà  in mano dei ribelli, in attesa che l’Eliseo entri nella famosa fase di “emergenza finanziaria” che rende impossibile sostenere la presenza a lungo termine di contingenti militari.

La Francia, lanciandosi in prima linea nelle ‘guerre nere’ glorificando l’interventismo militare in difesa dei diritti umani, è stata imprigionata in una terribile trappola psicologica che impedisce a Governo ed Esercito di interrogarsi seriamente sull’efficacia della strategia attuata. Le avventure francesi in terra africana sono destinata ad una sconfitta dettata dalla progressiva opposizione dell’opinione pubblica francese e da un semplice quanto devastante calcolo economico. Ogni soldato francese impiegato nelle forze di invasione – occupazione costa allo Stato almeno 3.000 euro al giorno, un ribelle maliano o centroafricano ne costa meno di 20 euro, giusto il prezzo di pasti frugali e di tè caldo o birra a seconda dei paesi. Armi e munizioni sono escluse da questo calcolo, ma da quando mondo é mondo rappresentano l’ultimo dei problemi. Saranno fornite da paesi occidentali o asiatici avversi all’espansionismo francese: poco importa se sia l’Inghilterra, la Russia, gli Stati Uniti o la Cina.

L’insostenibilità finanziaria di un singolo soldato porta alla sconfitta e al caos di una nazione quando l’ultimo di loro abbandonerà il paese africano affidando la sua difesa a governi fantocci ed eserciti inesistenti. Parlare di pace quando sono stati compiuti tutti gli sforzi possibili per far fallire i colloqui di pace di Kampala tra la ribellione M23 e il Governo della Repubblica Democratica del Congo sembra uno scherzo di cattivo gusto, aggravato dalla incomprensibile necessità di regolare i conti con un paese vicino: il Rwanda, dove faticosamente nel 2010 la Francia ha riallacciato la cooperazione diplomatica e quella economica.

La cellula africana della France-Afrique ha impiantato nel cervello del Presidente Hollande la necessità di cambiare il regime ‘dittatoriale’ del Presidente Paul Kagame, per ristabilire passate influenze neo coloniali e vendicarsi delle decine di soldati francesi abbattuti dalle forze di liberazione rwandesi durante gli scontri avvenuti nel nord est del Rwanda nel 1994 quando l’Operazione Turchese tentava di difendere l’esercito genocidario di Habyariamana e sconfiggere i ‘Kmer Neri’.

Il Rwanda ha la colpa di aver resistito ai piani di destabilizzazione della France-Afrique, di essere sopravvissuto divenendo una potenza economica e militare nella regione. Per abbattere Paul Kagame non si usano mezzi democratici ma il gruppo terroristico Force Democratique pour la Liberation du Rwanda (FDLR) che furono gli esecutori dell’Olocausto africano deciso a Parigi.

Nel 2010 la Francia aveva scelto la miglior tattica con il Rwanda: quella della cooperazione economica unica capace di riscattare le pesanti responsabilità della Francia nell’organizzazione e attuazione dei 100 giorni del Genocidio. La ripresa dei rapporti diplomatici ed economici con l’ex nemico fu dolorosa e difficile per il Governo ruandese che dovette affrontare forti opposizioni interne, abilmente gestite dal Presidente Paul Kagame consapevole che era un atto obbligatorio per chiudere il terribile capitolo del paese.

L’attuale appoggio al FDLR attuato dalla Francia attraverso il Congo, la Tanzania e la MONUSCO, il contingente di pace ONU in Congo, non è solo un atto di belligeranza che viola le leggi internazionali ma un terribile errore che riporta in vita orrori e fantasmi di un passato che entrambe le nazioni avevano faticosamente superato. La politica di interventi militari diretti, le guerre per procura e i progetti di destabilizzazione a breve termine sarà  dannosa per gli investimenti francesi, che progressivamente sono messi in pericolo nei Paesi africani anglofoni come Uganda, Kenya e Sud Sudan. Spingere il Presidente Joseph Kabila ad una guerra regionale equivale ad un suicidio oltre ad un crimine contro l’umanità. Al contrario la Francia dovrebbe incoraggiare il piano americano di una integrazione economica e sociale della Regione dei Grandi Laghi. Si assistono già a contro misure attuate dal campo anglofono che rischiano di riportarci al periodo di scontro Anglo Francofono che caratterizzò il periodo post guerra fredda in questa parte del Continente.

L’Uganda, principale alleato degli Stati Uniti, si sta avviando ad uno scontro diretto contro la Francia e il Belgio che potrebbe gravamene nuocere gli interessi petroliferi francesi nella regione. Il Presidente Yoweri Museveni non transige sulla firma degli accordi di pace tra Kinshasa e ribellione come unica garanzia per evitare una guerra regionale che difficilmente il Congo può sostenere. Creando un’alleanza di intenti con il Sudafrica, l’obiettivo è quello di interferire con il progetto della France Afrique di creare un network di solidarietà al Congo capace di intervenire militarmente in caso di scoppio del conflitto generalizzato.

Le interferenze attuate da Parigi sulla Tanzania al fine di distruggere il processo di integrazione economica dell’Africa del Est, creando uno Stato bantu ostile all’interno della East Africa Community, trova immediata risposta da Kenya, Rwanda e Uganda che stanno letteralmente isolando la Tanzania con l’obiettivo di ridurla alla ragione o di scartarla dal processo di sviluppo economico.

Nella Repubblica Centroafricana l’Uganda ha 4.000 soldati che fanno parte della missione delle Nazioni Unite per distruggere il gruppo ribelle ugandese Lord Resistence Army e catturare il suo leader Joseph Kony. Nonostante le incoraggianti notizie che fanno presupporre la volontà di Kony di arrendersi e terminare una guerriglia che dura dal 1986, l’esercito ugandese, assistito da esperti militari americani, di fatto occupa un quarto del Centroafrica ed è militarmente in grado di spazzare via ogni governo post Séléka ostile al campo anglofono.

La politica della France-Afrique sta creando profondo fratture e pericolosi confronti con le potenze africane: Angola, Egitto, Nigeria, Sud Africa. La Nigeria ha deciso di ritirare il suo contingente militare in Mali essendo questo stato umiliato dall’esercito francese e trattato come ‘truppe coloniali’. L’attuale governo transitorio egiziano sta punendo il supporto dell’Eliseo alla Fratellanza Mussulmana, escludendo le ditte francesi da importanti contratti commerciali. L’Angola, tesa nello sforzo di colonizzare economicamente vari paesi europei tra cui Portogallo (già sua colonia economica), Spagna, Grecia e Italia, sta attuando una silenziosa politica di ostruzionismo contro la Francia manifestata dalla non volontà di soccorrere militarmente il Congo in caso di una aggressione da parte di Rwanda e Uganda.

Il Sudafrica, nonostante abbia firmato interessanti accordi economici con la Francia nel settembre scorso, rivendica il suo posto di potenza continentale e membro del BRICS rifiutando di divenire una pedina della France Afrique. In collaborazione con l’Uganda, il Sud Africa intende accellerare l’integrazione tra le due comunitá economica (la East African Community e la SADC) con l’obiettivo di creare entro il 2025 un potentissimo blocco economico dell’Africa anglofona dal Caire a Pretoria dove sarebbero inglobate potenze emergenti quali Angola, Mozambico, Etiopia, Rwanda, Sud Africa e Uganda.

Gli Stati Uniti, vistosi interrompere l’alleanza con la Francia in Africa per controbilanciare la penetrazione economica della Cina, sta contrattaccando militarmente armando i migliori eserciti regionali suoi alleati ed economicamente lanciando un ambizioso e importante piano di investimenti nel Continente.  

Concludendo, parlare di giustizia equivale ad un offesa alla memoria delle centinaia di migliaia di africani trucidati barbaramente dai Capi di Stato che il 6 dicembre scorso hanno stretto la mano al Presidente Hollande e sono stati glorificati durante il Summit.

In Mali, l’Eliseo sta proteggendo i soldati regolari e le milizie tuareg alleate che hanno commesso dei crimini di guerra. In Libia, l’Eliseo resta silenzioso davanti al rifiuto delle milizie di consegnare Saïf al-Islam Kadhafi alla Corte Penale Internazionale. In Costa d’Avorio il Presidente Holland ha di fatto garantito l’immunità al Presidente Ouattara e alla ex ribellione ‘Forces Nouvelle’ responsabili degli stessi crimini contro l’umanità per cui l’ex Presidente Laurent Gbagbo è accusato dal Tribunale dell’Aia. In Congo, il più corrotto presidente africano che ha vinto due elezioni solo grazie a frodi elettorali talmente estese ed evidenti da divenire la migliore barzelletta in Africa, è diventato il difensore della democrazia contro le terribile forze tutsi di Uganda e Rwanda.

Contemporaneamente, come per sottolineare maggiormente la propria malafede, la Francia è particolarmente attiva nel contrastare diplomaticamente gli sforzi compiuti in Malawi, Senegal e Botswana per lottare contro l’impunità, compresa quella dei rispettivi ex Capi di Stato.

Per chiarire che l’orientamento bellico della Francia non viene messo in discussione il Presidente Hollande ha proposto durante il summit la creazione di una forza di intervento rapido, controllata dalla France-Afrique con l’obiettivo di contrapporla a quella che Uganda e Sud Africa stanno creando. Oltre a ragioni strategiche ci sono anche quelle materiali. Il soldato negro, si sa, costa meno di quello francese. Una verità conosciuta fin dalla Prima Guerra Mondiale.

 

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