martedì, Gennaio 18

Summit for democracy, un’altra declinazione di ‘America is back’ Un’altra declinazione di quell’‘America is back’ che – in campo internazionale – è stato il principale slogan dell’amministrazione Biden. Uno slogan che, tuttavia, per il momento, non sembra essere ancora riuscito a convincere del tutto proprio gli alleati

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Il summit delle democrazie annunciato da Joe Biden sin dai mesi della sua campagna elettorale si è aperto a Washington in un momento delicato per la politica internazionale. La tensione intorno alle frontiere ucraine ha rilanciato il tema dei rapporti fra Mosca e Washington e riportato al centro della scena il dibattito sul ruolo internazionale degli Stati Uniti. Parallelamente, l’avvio del summit ha coinciso con una ripresa delle tensioni con la Cina, le cui autorità, nei giorni scorsi, hanno rilasciato una serie di dichiarazioni assai critiche verso il sistema politico statunitense e il suo funzionamento e suggerito la possibile esistenza di un ‘modello cinese’ di democrazia, più efficace, credibile e rappresentativo di quello statunitense. Queste schermaglie erano ampiamente previste e non sembrano destinare a influire in modo particolare sui lavori del summit né sulle loro ricadute politiche. Resta, tuttavia, da definire l’impatto che il summit stesso potrà avere e il modo in cui i suoi esiti potranno rafforzare la posizione della Casa Bianca in un momento politicamente delicato sul piano interno, sia su quello internazionale.

Da questo punto di vista, l’elenco dei Paesi partecipanti offre qualche indicazione. Oltre a Russia e Cina, il numero degli esclusi è significativo. I circa centodieci partecipanti al summit rappresentano poco più della metà dei membri dell’Assemblea generale ONU. Inoltre, fra i presenti, parecchi presentano credenziali di democraticità non molto diverse da quelle di Paesi che esclusi dall’incontro. Anche se l’amministrazione ha rilevato in più occasioni come l’invito al summit non costituisca un ‘certificato di democraticità’ (o la non partecipazione una forma di stigma), questo ha provocato tensioni, per esempio con l’Ungheria, la cui esclusione ha avuto ricadute anche nell’Unione Europea. Certe regioni, infine, appaiono ampiamente sottorappresentate: per esempio, al summit sono presenti solo due Stati del Medio Oriente (Iraq e Israele) e quattro dell’Asia centro-meridionale (India, Maldive, Nepal e Pakistan), a fronte di una presenza pressoché completa dell’Europa (sole escluse, oltre all’Ungheria, Bielorussia e Bosnia-Erzegovina) e dell’America meridionale (sole escluse: Bolivia, Guyana francese e Venezuela).

In effetti, dietro la scelta degli invitati, non sembra essere mancata una certa logica ‘geopolitica’, né una certa attenzione agli equilibri regionali. In alcuni casi, sembra, anzi, che questi tipo di considerazioni abbia fatto premio sugli indici quantitativi elaborati dagli analisti. In quest’ottica sembra potere essere letta l’inclusione fra i partecipanti di Paesi come il Pakistan o le Filippine (entrambi oggetto di critiche da parte dello stesso Dipartimento di Stato), ma anche di vari Stati africani e asiatici (Angola, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Zambia, Malesia), la cui ‘performance democratica’, misurata in termini assoluti, appare non del tutto soddisfacente. Il fatto che, in alcuni Paesi (come il Brasile, le Filippine o il Kenya), nei prossimi mesi, siano in programma importanti appuntamenti elettorali sembra avere anch’esso favorito il loro inserimento nella lista dei partecipanti. Nella stessa direzione sembra, inoltre, avere spinto il ruolo svolto da altri Paesi (fra cui Armenia, Georgia, Moldova, Ucraina, Corea del Sud, Giappone e Taiwan) nel contenere le ambizioni regionali rispettivamente di Russia e Cina.

Difficilmente questo insieme eterogeneo di Stati potrà davvero sostenere le ambizioni di Washington di proporsi quale leader di una ‘grande coalizione di democrazie’. D’altra parte, il fatto di essere riuscita a mettere insieme un parterre così ampio di Paesi rappresenta una conferma di come al di là della ragione ‘ufficiale’ dietro a questa mobilitazione la Casa Bianca possieda ancora una significativa capacità di influenza a livello globale. Anche il fatto che la maggior parte dei partecipanti provenga dell’Europa (trentanove), dell’emisfero occidentale (ventisette) e dell’Asia-Pacifico (ventuno) non appare senza significato. Alla fine di un anno nel quale gli screzi non sono mancati, il summit delle democrazie rilancia la centralità degli Stati Uniti in un Occidente rispetto al quale il concetto stesso di ‘democrazia’ è individuato come l’elemento unificante. Non si tratta di una posizione nuova. Essa è, piuttosto, un’altra declinazione di quell’‘America is back’ che – in campo internazionale – è stato il principale slogan dell’amministrazione Biden. Uno slogan che, tuttavia, per il momento, non sembra essere ancora riuscito a convincere del tutto proprio gli alleati che il summit ha voluto chiamare a raccolta.

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