Summit for Democracy: la missione impossibile della carica dei 110 La due giorni voluta da Biden ha sollevato molte perplessità su chi c'è e chi no, lo spirito dei diversi convenuti è perfino diffidente, ma il vertice deve mettere in discussione e ampliare la definizione di democrazia, se no sarà tempo perso

E’ iniziata oggi la due giorni del Summit for Democracy fortemente voluta dall’Amministrazione Biden. Freddezza nei casi migliori, critiche taglienti e polemiche nella maggior parte dei casi e più o meno a tutte le latitudini hanno accolto l’evento.
«La democrazia non succede per caso, dobbiamo combattere per difenderla, rafforzarla e rinnovarla». E’ questa l’idea che ha spinto Joe Biden a convocare il vertice con l’obiettivo di riunire leader politici, della società civile e del settore privato per formulare «un’agenda per la rinascita democratica e per affrontare le grandi sfide che le democrazie oggi devono affrontare con un’azione collettiva», come rende noto il Dipartimento di Stato.

Al centro di critiche e polemiche, la lista dei 110 partecipanti. A causare critiche, polemiche, scontri diplomatici, sono sia gli invitati, sia gli esclusi. I grandi esclusi sono Cina e Russia, a seguire,Turchia (alleato NATO problematico) e Ungheria(il solo Paese UE ad essere escluso), e poi importanti alleati USA del mondo arabo quali Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Emirati,Giordania. Non sono esclusioni che possono passare inosservate e senza lasciarsi strascichi diplomatici, basti pensare alla ritrovata leadership dell’Egitto nel contesto della regione mediorientale, nonché grande alleato USA.
Nel fine settimana Pechino ha pubblicato un libro bianco sulle virtù della sua democrazia(‘Cina: la democrazia che funziona‘), seguito il giorno successivo da un rapporto sul malessere terminale del modello politico statunitense (‘Lo stato della democrazia negli Stati Uniti). La conclusione principale è che la Cina è più democratica degli Stati Uniti. E’ la risposta della Cina all’esclusione.

Secondo l’ONG Freedom House, che ogni anno assegna ai Paesi un punteggio di libertà da 0 a 100 in base ai diritti individuali dei cittadini, gli Stati Uniti ottengono un punteggio di 83, mentre la Cina, con un punteggio di 9, è tra i Paesi meno liberi del mondo. Naturalmente, anche alcuni degli invitati di Biden rientrano in quella categoria. La Repubblica Democratica del Congo, i cui punteggi di democrazia alla Freedom House sono inferiori a quelli dell’Ungheria è stata invitata, a differenza dell’Ungheria.
Tra gli invitati che suscitano perplessità: l’Indiadel Primo Ministro nazionalista indù Narendra Modi, accusato di repressione della comuninità musulmana, e il Brasile del Presidente di estrema destra e alleato di Donald Trump, Jair Bolsonaro, entrambi contestati in patria da diversi settori della società civile, come il Presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, anche lui invitato; Duterte come Bolsonaro eletto democraticamente, ma entrambi sono stati apertamente sprezzanti nei confronti delle principali norme democratiche. I soli Paesi mediorientali che risultano nella lista degli invitati sono l’Iraq nonostante la costruzione della democrazia sia ancora agli albori e il percorso pieno di ostacoli, e Israele, nonostante la situazione dei Territori palestinesi. A intervenire a nome dell’Unione Europea sarà la Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, malgrado l’Ungheria abbia tentato di bloccarne la partecipazione.
Una lista di invitati che, molti osservatori ritengono essere stata stesa in base agli interessi politico-diplomatici degli USA, piuttosto che indicazione di brillanti prestazioni in termini di diritti umani, rispetto dello stato di diritto, libertà fondamentali. L”Economist‘ ha sottolineato che «la lista degli invitati riflette più interessi geopolitici che i valori democratici», e equilibrismo diplomatico, per esempio l’invito al Pakistan si può spiegare alla luce della volontà di non creare un incidente diplomatico con un Paese con il quale gli USA devono lavorare, considerando anche, si fa notare, la cruciale collaborazione di Islamabad nel gestire i rapporti con i talebani tornati i padroni dell’Afghanistan, avendo incluso l’India. Insomma: tatticismi e interesse americano. Rispondendo ad una domanda a proposito, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha difeo la linea dell’Amministrazione affermando, che «l’inclusione o l’invito non è una forma di approvazione al loro approccio alla democrazia, e l’esclusione all’opposto non è il segnale della disapprovazione».
Ai partecipanti si chiede di assumere degli impegni specifici per far avanzare la democrazia nei propri Paesi, la cui applicazione verrà verificata nel secondo vertice che Biden vuole programmare per fine 2022,.

Impegni, si diceva. In realtà non è così ben definito l’obiettivo concreto di questo vertice. SostieneStephen M. Walt, professore di relazioni internazionali del Robert e Renée Belfer all’Università di Harvard, tra gli editorialisti di punta di ‘Foreign Policy‘: «non è ancora chiaro quale sia l’obiettivo finale del raduno».

«Dovrebbe produrre risultati tangibili -nuovi impegni o programmi con un impatto misurabile sulla solidità della democrazia in tutto il mondo- o sarà un talk-fest che alla fine emette alcuni proclami devoti ma genera poca sostanza? Questa è una domanda importante perché il vero modo per vendere la democrazia, come ha affermato lo stesso Biden, è dimostrare che le società democratiche possono superare lealternative autocratiche. Ciò significa offrire ai cittadini vite più prospere, sicure e soddisfacenti preservando le libertà e le virtù civiche da cui dipende la vera democrazia. Sfortunatamente, gli Stati Uniti non sono nella posizione migliore per guidare questo sforzo in questo momento. L’Economist Intelligence Unit ha declassato gli Stati Uniti alla categoria di ‘democrazia imperfetta‘ prima che l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump fosse eletto, e non è successo nulla per invertire tale status. Al contrario», tutto quello che è accaduto dopo, fino agli eventi del 6 gennaio 2021 non hanno fatto che peggiorare la situazione.

«Considerata nel suo insieme, l’impresa illustra due problemi ricorrenti nella politica estera degli Stati Uniti: l’incapacità di stabilire priorità chiare e attenersi ad esse e la tendenza a proclamare obiettivi ambiziosi e quindi a non raggiungerli. Una grande potenza può perseguire più di un obiettivo alla volta, ovviamente, ma ha bisogno di riconoscere i compromessi tra loro e sapere quale obiettivo viene prima. Deve anche stare attento a non assumersi troppo perché ci saranno sempre sviluppi inaspettati che divorano tempo, attenzione e risorse. Quindi qual è la principale preoccupazione di politica estera dell’amministrazione Biden?», domanda Walt. «Se pensa che il pericolo principale oggi sia l’autocrazia‘ in generale e la minaccia che rappresenta per le democrazie del mondo, allora riunire le democrazie del mondo per un discorso di incoraggiamento e alcune iniziative lungimiranti potrebbe avere senso. Ma se la difesa della democrazia e dei diritti umani è la stella polare della politica estera statunitense, allora dovrebbe smettere di sostenere i governanti autoritari in Egitto e Arabia Saudita e prendere invece le distanze da Stati che virano in direzioni autocratiche (come Turchia e Ungheria) o che negano sistematicamente i diritti politici a milioni di persone (come Israele e Cina)», afferma Walt.

«Se il problema centrale oggi è una Cina in ascesa e sempre più assertiva, al contrario,Washington non può essere così esigente su chi siano i suoi amici». Insomma, il « punto è che se la Cina è la sfida centrale che gli Stati Uniti devono affrontare oggi, enfatizzare la democrazia potrebbe non essere il modo migliore per affrontarla». Se l’interesse è promuovere la democrazia, se «questa è la priorità assoluta di Biden, è probabile che un vertice che escluda consapevolmente molti Paesi grandi e importanti sia controproducente».

Se questo vertice e quelli che verranno, nonché il lavoro condotto tra un vertice e l’altro «non daranno risultati reali, rafforzeranno la percezione che la democrazia stessa non sia più adatta al suo scopo. Una critica ricorrente alla politica degli Stati Uniti è che si parla a lungo e si fa poca azione, e che le élite sono più brave a costruire i propri nidi e a proteggere i loro amici piuttosto che a provvedere alla popolazione nel suo insieme».

Walt afferma di temere, a questo punto, che il summit «sia una distrazione non necessaria». Il modo migliore per curare i mali degli Stati Uniti, e sono seri, è fornire agli elettori risultati reali. Questo è anche il modo migliore per rendere la democrazia attraente per i cittadini altrove e incoraggiarli a desiderare qualcosa di simile per se stessi». «Se l’Amministrazione Biden non può mantenere gli Stati Uniti -e il Partito Repubblicano ha già dimostrato che farà tutto ciò che è in suo potere per impedirgli di migliorare le condizioni degli americani- allora sarà un Presidente a un mandato e Trump, o uno dei suoi cloni, lo sostituirà. Se ciò accadrà, lo sforzo per rivitalizzare la democrazia subirà un brusco arresto e considereremo questo vertice come una perdita di tempo ben intenzionata ma fuorviante».

E poi la sostanza. Qui ci sono due livelli. Il primo,quellopoliticante‘, il secondo, quello più propriamente politologico.

Il livello politicante è forse quello di maggior rilievo in quanto influisce sull’evento stesso e sui suoi esiti concreti. Riguarda il come ci arrivano i 110 Paesi, cioè cosa ne pensano, in quali condizioni ci arrivano e quali sono le condizioni perchè il vertice abbia successo incarnato nei prossimi mesi e anni.
Qui
le posizioni e situazioni sono molto diverse. Si prenda l’Africa, del continente sono stati invitati 17 Paesi (su 54). Diatriba su esclusi e inclusi a parte, Zainab Usman, senior fellow e direttrice del Programma Africa presso il Carnegie Endowment for International Peace di Washington, spiega che c’è da considerare il momento particolarmente cruciale. «Gli obiettivi generalidichiarati del vertice -difesa dall’autoritarismo, lotta alla corruzione e promozione dei diritti umani-devono affrontare le pressanti esigenze socioeconomiche di questi diciassette partecipanti africani», afferma Usman. «Un secondo parametro di successo è il modo in cui il vertice rafforza i fattori economici strutturali della democrazia. A livello nazionale all’interno di questi Paesi, la democrazia è sostenuta dalla prosperità materiale dei cittadini in termini di buoni posti di lavoro, aumento dei redditi e benessere generale». Qui un tema importante per la democrazia, per esempio, sarebbe «mobilitare un’azione globale per combattere i flussi finanziari illeciti, anche da parte di alcune élite africane corrotte e società multinazionali che evadono le tasse. Questi flussi illeciti drenano quasi 90 miliardidi dollari all’anno dall’Africa, denaro che altrimenti potrebbe essere utilizzato per investire nei servizi pubblici necessari nel continente». Sono i problemi della democrazia incarnata, in Africa ma non solo, quelli che Usman solleva.
Erin Jones, analista di ricerca nel programma Democracy, Conflict, and Governance presso Carnegie Europe, fa notare che
certi ambienti europei non sono tanto entusiasti dell’iniziativa, quanto invece ha dimostrato esserlo l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell, che si annovera tra coloro che vedono il vertice come un’opportunità per facilitare la cooperazione internazionale. Una delle obiezioni è quella dei prescelti a partecipare. «Alcuni in Europa temono che la narrativa alla base del summit sulla democrazia di Biden, che divide il mondo in democrazie adatte all’impegno e non democrazie da evitare, non tenga conto del mondo complesso di oggi. Un vertice basato su questa visione del mondo può confortare i partecipanti, ma manca di una più ampia applicabilità».
«In un momento in cui tante altre questioni importanti affollano l’agenda politica», dalle crisi alle porte dell’Europa o quasi -Afghanistan, Etiopia, Myanmar e Sudan, sia interne all’Europa come Polonia e Ungheria- fino alla Conferenza per il futuro dell’Europa, «
il vertice è passato in qualche modo in secondo piano negli ambienti europei», riconosce Elisa Lledo, senior program manager nel programma Democracy, Conflict, and Governance presso Carnegie Europe.
«
L’Europa condivide l’obiettivo di far rivivere la democrazia globale, ma non si fida della leadership degli Stati Uniti. Non presentandosi come didascalici ma piuttosto imperfetti e uguali, gli Stati Uniti possono attirare un maggiore impegno europeo»

Oliver Stuenkel, professore associato presso la School of International Relations della Fundação Getulio Vargas (FGV) a San Paolo, in Brasile si pone il problema degli esclusi. «Numerosi Paesi in tutta l’America Latina sperimentano una regressionedemocratica, è uno sviluppo positivo intensificare l’attenzione internazionale sul rafforzamento della democrazia. Il prossimo vertice sulla democrazia di Biden è un’opportunità per riformulare la narrativa dominante a livello globale secondo cui la democrazia è sulla difensiva e che gli autocrati stanno lentamente prendendo il sopravvento» E però Stuenkel mette in guardia dal rischio che in questa sede venga enfatizzato troppo il fattore Cina. «Se il vertice enfatizza eccessivamente le preoccupazioni sulla crescente influenza cinese o russa nel mondo, gli scettici del vertice nella regione dipingeranno rapidamente il raduno come poco più di uno sforzo per rafforzare l’alleanza guidata dagli Stati Uniti contro Pechino e Mosca. Nessun leader latinoamericano, nemmeno il fervente Presidente del Brasile filo-Stati Uniti, sarebbe in grado di aderire, visti i forti legami economici della regione con la Cina».
La posizione di molti Paesi dell’Asia meridionale è definitascettica‘ da Aqil Shah, visiting scholar nel South Asia Program presso il Carnegie Endowment for International Peace. «In primo luogo, i critici sostengono che gli Stati Uniti devono correggere i propri deficit democratici prima di predicare i valori democratici all’India e ad altre nazioni. Negli ultimi anni i Paesi dell’Asia meridionale hanno assistito al regresso della democrazia statunitense . I punteggi di Freedom House per gli Stati Uniti ora scendono al di sotto di quelli delle nuove democrazie come la Mongolia a causa di un forte calo delle libertà civili e dei diritti politici statunitensi. I governi regionali sono meno inclini a seguire l’esempio di Washington sulla democrazia».

«In secondo luogo, mentre l’Amministrazione Biden ha affermato che un impegno condiviso per i valori democratici è il fondamento delle relazioni bilaterali India-USA, è rimasta in silenzio sul costante degrado della democrazia indiana sotto il governo nazionalista indù del Primo Ministro Narendra Modi, che Washington vede come un partner democratico cruciale nella sua strategia indo-pacifica per bilanciare la Cina». «L’India èpassata da ‘libera’ a ‘parzialmente libera’ nella classifica di Freedom House a causa delle politiche discriminatorie del governo Modi che colpiscono la consistente minoranza musulmana del Paese, un giro di vite sulle proteste pacifiche e l’assalto alle libertà civili nei media e nella società civile». Aqil Shah critica molti inviti e molte esclusioni, dalle Maldive al Nepal al Pakistan, invitati, all’esclusione di Bangladesh e Sri Lanka.

Come arrivano al summit i padroni di casa? Come è stato rilevato da tutti gli osservatori, certo non nel modo migliore. La democrazia negli Stati Uniti non è per niente in salute.

«L’Amministrazione Biden non è stata in grado di arginare l’emergere di forze antidemocratichenegli Stati Uniti. Sullo sfondo del vertice, il Paese deve affrontare un continuo assalto alle proprie istituzioni democratiche. Diciannove Stati hanno approvato leggi che renderanno più difficile per gli americani votare. Un sondaggio dell’ottobre 2021 ha rilevato che il 52% degli americani crede che la democrazia statunitense sia sottograve minaccia‘», annota Ashley Quarcoo è una studiosa non residente del Carnegie Endowment for International Peace’s Democracy, Conflict and Governance Program.

«Sfortunatamente, il principale vertice globale di Biden deve affrontare una battaglia in salita: non ha ancora portato a una conversazione interna significativa su un programma di rafforzamento della democrazia a casa. Come la maggior parte dei governi partecipanti, gli Stati Uniti non hanno previsto i propri impegni al vertice con la società civile e non hanno coinvolto gli attori nazionali nella consultazione sul contenuto di tali impegni.

Al fine di massimizzare il valore del vertice e del conseguenteanno di azione’, l’Amministrazione Biden dovrebbe impegnarsi, all’indomani del vertice, in consultazioni con una serie di gruppi della società civile statunitense sui suoi impegni annunciati. Questo può servire da modello per altri governi che non si sono ugualmente impegnati in un processo consultivo.

In secondo luogo, in assenza di un chiaro punto focale per la politica democratica all’interno del governo, l’Amministrazione Biden dovrebbe istituire un meccanismo di coordinamento permanente, che includa rappresentanti delle agenzie nazionali competenti, per aiutare a monitorare e sostenere l’attuazione degli impegni del vertice del Paese. Questo sarebbe un contributo importante alla costruzione di un’infrastruttura più sostenibile per la democrazia oltre l’anno di azione.

Infine, l’Amministrazione Biden dovrebbe utilizzare l’anno di azione non solo come un’opportunità per attuare i suoi impegni al vertice, ma anche per costruire un’agenda politica a lungo termine per rafforzare la democrazia in patria».

Il secondo livello, quello politologico, è quello che dovrebbe stare nel DNA dell’obiettivo di questo vertice: discutere del declino della democrazia globale e di come rinnovarla, rinnovamento «essenziale per affrontare le sfide senza precedenti del nostro tempo», per dirla con Biden. Il quale prosegue affermando: «Nessuna democrazia è perfetta e nessuna democrazia è mai definitiva», piuttosto «il risultato di un lavoro determinato e incessante».
E’ a questo lavoro incessante che
guarda Hélène Landemore, politologa alla Yale University e già consulente dei governi francese, finlandese e belga, nonché del Parlamento europeo sulla partecipazione dei cittadini e sulle innovazioni democratiche, tra coloro che hanno firmato una lettera a Biden proprio sulla ‘sostanza’ di questo vertice, richiamandosi al suo libro sul tema, ‘Open Democracy..

Dobbiamo chiederci, afferma Landemore «se valga la pena di restaurare i sistemi politici che abbiamo o se dovremmo modificarli in modo più sostanziale, anche attraverso profonde riforme costituzionali. Tale discussione non è mai stata più vitale», afferma Landemore.

La parola si traduce dal greco originale come ‘potere del popolo’. Ma il popolo «non detiene il potere» nei regimi democratici. «Le élite sì. Negli Stati Uniti, «secondo uno studio del 2014 dei politologi Martin Gilens e Benjamin Page, solo il 10% più ricco della popolazione sembra avere un effetto causale sulle politiche pubbliche. L’altro 90 percento, sostengono, è rimasto con la ‘democrazia per coincidenza’: ottiene ciò che vuole solo quando capita voglia la stessa cosa delle persone che comandano.

Questa discrepanza tra la realtà -la democrazia per coincidenza- e l’ideale del potere popolare è dovuta a difetti di progettazione fondamentali risalenti al XVIII secolo. L’unico modo per correggere questi errori è rielaborare il design, re-immaginare completamente cosa significa essere democratici. Armeggiare ai bordi non funzionerà», afferma Landemore.
La politologa passa in rassegna quelli che definisce come gliantenatidella democrazia, ovvero il governo rappresentativo, nato nel XVIII secolo, la democrazia parlamentare e la democrazia di partito, con l’approdo alle società moderne definite ‘democrazie’ -intorno al 1830 negli Stati Uniti e in Francia e nel 1870 nel Regno Unito, nonostante le donne fossero escluse dal voto. «Mentre c’è stato qualche progresso reale ma limitato verso l’uguaglianza sociopolitica, il potere decisionale effettivo, su qualsiasi cosa, dalla politica economica a quella estera, è rimasto nelle mani delle élite». La distribuzione ineguale e la concentrazione del potere è difficilmente compatibile con l’ideale della democrazia, anzi, «rende il sistema vulnerabile a fallimenti sistematici di governo». Le democrazie rappresentative«campionano solo la saggezza di un ristretto sottoinsieme della popolazione, vale a dire quella che vince le elezioni». Un sottoinsieme che Landemore identifica in maschi, ricchi, istruiti e dell’etnia dominante a livello locale, piuttosto che carismatici, finanche ‘estroversi‘. «Non è chiaro che nessuna di queste qualità – innegabilmente utili per vincere le campagne elettorali – abbia alcuna attinenza con le capacità della nostra classe dirigente di legiferare bene». Così, «i parlamenti, come li formiamo, potrebbero essere troppo omogenei per una buona legislazione. Nel frattempo, il resto della popolazione, compresi gli introversi, inarticolati, bassi e timidi, nonché, in genere, poveri e neri o altre persone di colore, è lasciata a opinare, nella migliore delle ipotesi, da lontano, se non si tirano del tutto fuori dal sistema».
La chiave, secondo la politologa, «è coinvolgere quel gruppo più ampio di persone in un modo più deliberativo e partecipativo. Lasciarli fuori crea enormi punti ciechi, risentimento latente e un fallimento sistematico nel soddisfare i bisogni e le preferenze di una parte, a volte anche della maggioranza, della popolazione»..

Secondo Landemore, «tali aree di sottorappresentazione potrebbero spiegare gli eventi politici che hanno sorpreso la nostra classe di esperti: la vittoria elettorale del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il voto sulla Brexit nel Regno Unito e la ribellione dei gilet gialli contro una tassa sul gas in Francia», questi ultimi, caso da manuale dell’incapacità delle istituzioni elettorali di rispondere agli interessi e alle preoccupazioni di una parte significativa della popolazione che si sente letteralmente invisibile, fino, in alcuni casi, a rinunciare del tutto al voto.

«Questi difetti democratici al centro della democrazia rappresentativa sono sufficientemente gravi da spiegare almeno in parte la sua attuale crisi istituzionale, che può essere meglio descritta come una malattia cronica dovuta a un difetto congenito».

Secondo la politologa, «dovremmo costruire nuovi modelli di processo decisionale democratico in modo che possano mettere da parte quelli vecchi man mano che diventano obsoleti. Questa, credo, è la nostra migliore speranza per rinnovare la democrazia».

Secondo Landemore, «un’autentica democrazia si concentrerebbe sui cittadini comuni piuttosto che sui politici eletti. Un modo per andare avanti, quindi, è rompere con il dogma della rappresentanza elettorale come l’unica, figuriamoci la più democratica, forma di rappresentanza».

Se la democrazia è veramente il governo del popolo, afferma la politologa, «allora tutti noi dovremmo essere in grado di rappresentare ed essere rappresentati a nostra volta, cioè, avere le stesse possibilità di impegnarci nel processo legislativo e politico per conto del resto del gruppo. Il governo, in altre parole, non dovrebbe essere un lavoro riservato a chi può vincere le elezioni. Dovrebbe essere accessibile a tutti». Hélène Landemore ripercorre esempi di questa capacità del popolo impegnato nel processo legislativo e di governo, espletate attraverso le così dette ‘assemblee dei legislatori cittadini‘, e che la politologa disegna come ‘Camera del popolo’, alle quali partecipano cittadini scelti a caso. I cittadini comuni, dice, negli ultimi tempi «hanno dimostrato la loro competenza su tutti i tipi di questioni, da quelle più tecniche», come con l’Assemblée des citoyens de la Colombie-Britannique -l’Assemblea dei cittadini sulla riforma elettorale del 2004 nella provincia canadese della Columbia Britannica-, «a quelle più controverse», come con la Convenzione costituzionale del 2012 e 2016 della Ireland Citizens’ Assembly -l’Assemblea dei cittadini in Irlanda– che ha deliberato rispettivamente sull’uguaglianza del matrimonio e sull’aborto, fino a questioni essenziali per il futuro del pianeta, quali la Convention Citoyenne pour le climatConvenzione cittadina per il clima-, voluta dal Presidente francese Emmanuel Macron, nel contesto della quale, la democrazia partecipativa ha visto 150 cittadini selezionati a caso che durante sei fine settimana hanno stilato una lista di proposte concrete per rispondere alla crisi climatica che hanno poi consegnato al governo.
Il Summit per la democrazia di Biden assumerà qualcuna di queste idee? Si può solo sperare, afferma Landemore. «Per lo meno, se non deve essere una perdita di tempo, deve evitare due insidie. In primo luogo, il vertice deve mettere in discussione e ampliare la definizione di democrazia. Se lo scopo delle forze pro-democrazia è semplicemente quello di tornare a qualche immaginaria utopia pre-Trump o pre-Brexit, allora non avremo imparato nulla. Se la soluzione è semplicemente conferire potere ai tribunali e aumentare le soglie di maggioranza per cercare di proteggere il sistema dalle ondate populiste, allora probabilmente peggioreremo il problema causato dall’elitarismo e dai deficit democratici in primo luogo. Tornare all’idea centrale del potere delle persone -e interrogarsi sulle condizioni in cui la saggezza dei molti può essere incanalata nel diritto e nelle decisioni politiche- dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi conversazione».
«
La seconda trappola da evitare è tenere un vertice sulla democrazia che sia esso stesso elitario ed escludente. Gli unici invitati, per quanto ne sappiamo, sono più di 100 leader mondiali, che probabilmente saranno molto istruiti, ricchi e piuttosto anziani». E allora Hélène Landemore conclude con una proposta. Posto che «la leadership democratica può provenire da luoghi sorprendenti», gli organizzatori del vertice«potrebbero iniziare a pensare di istituzionalizzare il principio di un’assemblea dei cittadini internazionali per le prossime iterazioni del vertice», sul modello della prima Global Assembly sulla crisi climatica, che ha visto la partecipazione di cittadini da tutto il mondo (chiunque ha potuto partecipare), tenutasi alla riunione della COP26 a Glasgow.

I 110 sono al lavoro, i risultati, se ci saranno, si vedranno tra qualche anno. I tempi della democrazia sono lenti.