sabato, novembre 17

Summit BRICS: l’Africa prima di tutto La guerra commerciale americana contro la Cina potrebbe danneggiare il libero commercio mondiale dei Paesi africani, nel contesto dei quali la Cina, anche nome dei BRICS, punta fondi e sforzi politici enormi

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Dal 25 al 27 luglio a Johannesburg si è svolto il decimo summit dei BRICS, l’unione delle potenze emergenti  -Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Al centro delle discussioni, la difesa del libero mercato e il ruolo dell’Africa sulla scena mondiale. L’offensiva del Presidente cinese Xi Jinping contro gli Stati Uniti è stata frontale. Il leader cinese ha accusato gli Stati Uniti di destabilizzare l’ordine mondiale. «La guerra commerciale iniziata unilateralmente dagli Stati Uniti deve essere rifiutata in quanto non porta a nessun vincitore. Occorre contrapporre i concetti di cooperazione e dialogo» .

Il leader dei BRICS hanno supportato all’unanimità il messaggio di Xi Jinping, sottolineando che è vitale mantenere e difendere un’economia mondiale aperta basata sui liberi scambi commerciali regolamentati dal WTO (World Trade Organisation). Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica concordano nel lotta contro le misure protezioniste unilaterali. «Il messaggio che è scaturito dal decimo summit BRICS è la necessità di lavorare in armonia tutti insieme per difendere gli interessi comuni dei cinque Paesi membri, per sostenere la quarta rivoluzione industriale e il libero mercato mondiale attualmente sotto attacco», afferma Nhlanhla Nene, Ministro sudafricano delle Finanze. Il summit ha prodotto l’aperta condanna alle misure protezioniste e alle barriere doganali imposte dal Presidente Donald Trump giudicate ingiuste e pericolose.

La guerra commerciale imposta da Trump è un argomento estremamente sensibile per i Paesi africani, rappresentati a Johannesburg dal Sudafrica, in quanto le conseguenze negative si fanno già sentire sull’economia continentale. Vari Paesi africani stanno aderendo alla zona di libero scambio commerciale continentale. Contemporaneamente, stanno creando parchi industriali destinati a interagire con investitori stranieri e attuare forme di libero commercio mondiale. Le misure protezioniste americane rischiano di destabilizzare i flussi commerciali compromettendo la crescita di produttività delle economie africane.

Con l’accordo alla zone di libera scambio commerciale, i Paesi africani stanno tentando di aumentare del 52,3% gli scambi commerciali interni al continente eliminando i diritti di importazione e le barriere doganali in Africa. I principali beneficiari sono le piccole e medie imprese africane che rappresentano l’80% delle imprese della regione. Una volta realizzato l’accordo, questo permetterà di mettere in atto investimenti strategici nelle infrastrutture transfrontaliere e di sostenere le piccole e medie imprese, anche attraverso partenariati internazionali capaci di accrescere la loro qualità produttiva e competitività sul mercato mondiale.

Due terzi dei Paesi africani si trovano a fronteggiare una crisi del debito estero. Tramite il libero mercato e l’abbattimento delle barriere doganali intendono equilibrare la loro bilancia commerciale con l’Occidente e l’Asia. Questo permetterebbe di rafforzare le loro riserve di valuta straniera e diminuire il debito estero. La guerra commerciale varata dal Presidente Trump rischia di influenzare negativamente il commercio di materie prime e prodotti finiti dall’Africa. Si vanificherebbero tutti gli sforzi che vari Paesi africani stanno compiendo per rendere competitive le industrie locali e per esportare prodotti finiti sul mercato europeo e americano. Questo è quanto fanno osservare Peter Lindert e Jeffrey Williamson, economisti della Banca Mondiale.

Particolarmente esposta l’economia del Sudafrica, già affetta da ritmi di crescita considerati troppo lenti e dall’instabilità politica che ha costretto il Governo a sbarazzarsi del Presidente Jacob Zuma. «La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina rischia di danneggiare gravemente la nostra economia. Il Sudafrica esporta indirettamente prodotti e materie prime verso gli Stati Uniti, attraverso l’Europa, l’India e la Cina. Queste esportazioni possono venire sensibilmente diminuite o bloccate sul mercato americano causa le barriere doganali imposte dal Presidente Trump alla Cina e ora anche all’Unione Europea»,  spiega il professore Adrian Saville del Gordon Institute of Business Science
La protezione dell’economia africana è al primo posto nell’elenco delle preoccupazioni del Presidente Xi Jinping, che ha appena terminato un lungo e importante tour africano. «L’Africa è il continente che contiene una elevata percentuale di Paesi in via di sviluppo e un potenziale economico maggiore rispetto a tutti gli altri continenti. Per questo dobbiamo proteggere l’Africa dalle guerre economiche e rafforzare il nostro contributo al suo sviluppo. Dobbiamo triplicare gli scambi commerciali BRICS -Africa facendoli diventare un modello per tutti i Paesi del Sud del mondo», ha affermato il Presidente cinese.

All’interno del summit si è svolto il Forum BRICS-Africa con la partecipazione di dieci Stati africani. Dal forum è scaturito l’impegno di superare gli accordi bilaterali con i singoli Stati africani passando ad un partenariato continentale comunitario con le economie regionali africane. Questo nuovo approccio, mai tentato prima, permetterà, secondo vari esperti economici, di aumentare il potenziale di investimenti in Africa e la crescita economica, stabilizzandola al 6% a livello continentale, aumentando, inoltre, di 2 o 3 punti il PIL mondiale.

I BRICS intendono investire in Africa nei settori tradizionali: idrocarburi, minerali, agricoltura; rafforzare l’industria pesante e leggera, quella agro alimentare; le nuove tecnologie dell’informazione e sul capitale umano, considerato indispensabile per sostenere l’attuale crescita economica del continente. I BRICS hanno deciso di creare una piattaforma multilaterale con tutti i Paesi africani che superi gli accordi bilaterali tra Stati e favorisca l’integrazione e lo sviluppo del continente africano. Il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha annunciato che nelle prossime settimane verranno firmati a Johannesburg importanti accordi di partenariato economico tra i BRICS e otto potenze emergenti africane, adottando la nuova strategia di accordi multilaterali.

La guerra commerciale voluta dal Presidente Donald Trump sembra una manna per la Cina, in quanto accelererà il piano strategico in atto in Africa, che tende ad elevare il continente a quarto polo industriale ed economico mondiale, diminuendo le esportazioni di materie prime (che servono all’industria continentale), aumentando le esportazioni di prodotti finiti o semi lavorati. All’interno di questo piano si inseriscono gli immensi investimenti della tratta africana della Nuova Via della Seta e il processo di delocalizzazione dell’industria cinese che sta favorendo l’avvio della rivoluzione industriale in Africa.

La scelta di porre lo sviluppo dell’Africa al centro del decimo summit del BRICS  è stata voluta da Pechino, in quanto i BRICS in Africa sono monopolizzati dalla Cina, come fa notare l’economista specialista della Cina Jean Raphael Chaponniere. Gli scambi commerciali tra BRICS e l’Africa non hanno lo stesso peso. La Russia detiene una quota pari a 4 miliardi di dollari. Il Brasile 6 miliardi, l’India 52 miliardi. La Cina 100 miliardi di dollari.  
In considerazione di questi dati, Chaponniere afferma che «La Brics-Afrique è in realtà la Chine-Afrique. Gli scambi commerciali con l’Africa sono determinanti così come gli investimenti di Pechino nel continente. La Cina sta diventando una potenza economica in Africa a scapito dell’Occidente. Pechino è stato il primo beneficiario dell’annullamento di parte del debito estero concesso dalle potenze occidentali a vari Paesi africani che hanno potuto investire in infrastrutture, mercato dove le multinazionali cinesi predominano.  Le autorità cinesi stanno promuovendo la rivoluzione industriale in Africa, come hanno fatto a casa loro vent’anni fa. Questo sta rafforzando la crescita economica africana. Le ditte cinesi che investono in Africa ora si stanno rivolgendo al mercato domestico e riescono occupare mercati normalmente controllati dalle ditte europee e americane. Le zone economiche speciali che stanno sorgendo un pò ovunque in Africa stanno avvantaggiando la Cina, che investe in modo determinante in questi progetti. Oltre agli investimenti diretti e alla delocalizzazione industriale, la Cina ha compiuto un altro passo importante, la creazione di un terzo tipo di zone commerciali speciali in Africa, dove le ditte cinesi private creano queste zone per permettere agli investitori occidentali di installarsi sotto però il controllo della Cina».

Pechino sta garantendo anche la protezione militare all’espansione dei BRICS nel continente e all’aumento degli scambi commerciali BRICS-Africa. Lo scorso 26 giugno a Pechino si  è svolto il primo summit militare Cina-Africa con la partecipazione di 50 Paesi africani. Il China-Africa Defence and Security Forum ha avuto come obiettivo quello di lanciare una cooperazione strategica militare con l’Africa in grado di contrastare eventuali azioni eversive e destabilizzatrici occidentali. Il Forum si è concentrato sulle tematiche di sicurezza continentale, lo sviluppo indigeno delle forze di difesa africane, e sulla cooperazione militare con la Cina.

Il maggior generale Hu Changming, posto al comando dell’Ufficio Internazionale per la Cooperazione Militare presso il Commissariato Centrale Militare di Pechino, insiste nell’importanza strategica della cooperazione tra Cina e Africa per affrontare le sfide del terrorismo internazionale e per assicurare un clima di pace favorevole allo sviluppo economico afro-asiatico. La cooperazione militare verrà definita nei particolari nel summit che si svolgerà a Pechino il prossimo settembre. Stati Uniti e Unione Europea stanno osservando con forti preoccupazioni questi summit, mentre cresce la sensazione che le ex colonie africane stiano diventando sempre più aliene e ostili ai padrini occidentali.

Durante il forum le delegazioni africane hanno visitato varie fabbriche di armi. La vendita di armi cinesi in Africa è aumentata del 55% dal 2013 al 2017, secondo le indagini del SIPRI (International Peace Research Intitute) di Stoccolma. La Cina è considerata da molti Paesi africani come il miglior fornitore di armi in quanto riesce ad offrire ottimi prodotti a prezzi contenuti. Al classico mercato di armi cinesi, le armi leggere tra cui la versione cinese del fucile mitragliatore d’assalto russo Kalasnikow più leggera e quindi adatta ai bambini soldato, si è recentemente affiancata la vendita di armi più sofisticate: aerei supersonici, carri armati, sistemi missilistici di difesa anti aerea, veicoli blindati, incrociatori. Queste armi vengono vendute assieme a un pacchetto di addestramento svolto nelle migliori accademie militari cinesi.

L’industria bellica cinese sta facendo ottimi affari in quanto è strettamente legata alla politica estera del Partito Comunista che indirizza le proprie industrie alla vendita di armi presso gli alleati africani considerati strategici, quali la Repubblica Democratica del Congo, il Burundi, il Sudan, e il Sud Sudan. Le armi cinesi sono presenti in gran quantità nei peggiori conflitti del continente: Centrafrica, Somalia, Sud Sudan. Jerome Pellistrandi, professore della Università  Clermont-Ferrand e direttore della rivista ‘Defense Nationale, fa notare che vari governi africani trovano conveniente acquistare sofisticate armi di difesa e di attacco dalla Cina non solo per il prezzo competitivo, ma per la totale assenza di riserve e restrizioni legate alla violazione dei diritti umani, classici ostacoli per le industrie belliche europee e americane. Paesi europei, quali Francia e Gran Bretagna, ricorrono ai fornitori d’armi cinesi tramite triangolazioni finanziarie per fornire armi a regimi dispotici africani, quali il Burundi, in quanto una vendita diretta di armi a questi regimi è impedita dal Parlamento Europeo. Secondo il CSIS (Center for Strategic and International Studies) con sede a Washington, dal 2008 al 2017 la Cina ha venduto in Africa armi e munizioni per un valore di 3 miliardi di dollari. Nonostante queste impressionanti cifre, Pechino rimane il terzo esportatore di armi nel continente. Al primo posto si posiziona la Russia, con 12,4 miliardi di dollari, al secondo posto gli Stati Uniti, con un venduto pari a 4,9 miliardi di dollari. La Francia si attesta a 2,8 miliardi e l’Italia è al quinto posto, con un volume d’affari di 1,7 miliardi di dollari. Occorre precisare che questi dati sono relativi alle vendite regolarmente tracciate. I totali potrebbero aumentare almeno del 30% se si potessero tracciare tutte le vendite di armi, per tanto anche quelle clandestine, che questi Paesi produttori realizzano in Africa, Italia compresa.

La vendita di armi e la cooperazione militare cinese all’Africa è parallela all’aumento degli investimenti, che stanno superando i 100 miliardi di dollari. Questi investimenti solo legati al piano strategico di creare un blocco economico e industriale afro-asiatico in competizione con le potenze occidentali. Gli investimenti e la strategia geo-politica a lungo termine obbligano il Partito Comunista cinese ad aumentare la cooperazione militare per difendere i propri interessi in Africa. «Pechino ha superato, per necessità, la sua politica di non intervento. Ora è pronta a difendere i propri interessi in Africa da eventuali attacchi, interferenze o azioni destabilizzanti effettuate dalle potenze occidentali in quanto il continente africano è diventato l’epicentro economico della Cina»,  spiega Nelson Alusala, ricercatore senior presso l’Istituto di Studi di Sicurezza del Sud Africa.
Questa politica ha comunque dei limiti. Pechino al momento mantiene ancora una politica prudente, preferendo la politica preventiva diplomatica al diretto impegno militare nel continente. Questa tattica la si può osservare bene in Congo e Burundi, dove la Cina ha sempre bloccato ogni risoluzione contraria ai due regimi dittatoriali presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Pur sostenendo politicamente e militarmente i dittatori Joseph Kabila e Pierre Nkurunziza, la Cina non invierà alcun soldato a difenderli in caso di aggressione esterna.

La politica preventiva diplomatica non esclude, però, la presenza militare cinese nel continente, iniziata con la base militare a Gibuti e la presenza di un contingente militare di 700 uomini in Sud Sudan al fianco del Governo di Juba. «Per il momento la presenza militare cinese in Africa è allo stadio embrionale e forse potrebbe non subire una accelerazione. L’approccio militare di Pechino in Africa rimane limitato. Si usa piuttosto la partecipazione ai contingenti di Pace ONU per difendere i propri interessi nei teatri di guerra africani. Pechino è consapevole dei rischi della sua presenza militare in Africa e preferisce limitarla usando il potere economico e la sua grande capacità di influenzare il Consiglio di Sicurezza ONU per bloccare iniziative occidentali contrarie ai propri interessi. È anche capace di cogliere le occasioni che si presentano e siglare temporanee alleanze con potenze europee e Stati Uniti, laddove vi siano interessi comuni in un determinato Paese africano», spiega Liu Hongwu, direttore del ISA Institute of African Studies presso l’Università di Zehejiang.

La nuova politica imperiale cinese in Africa sta innervosendo particolarmente gli Stati Uniti, che stanno studiando contro mosse per contenere l’espansione di Pechino nel continente, mosse destinate aumentare con l’aggravarsi della guerra commerciale tra le due potenze mondiali.  Nel marzo 2018 il Generale Thomas Waldhauser, Comandante delle truppe americane in Africa, ha affermato che la presenza militare cinese a Gibuti rappresenta un serio pericolo per gli interessi americani. I cinesi hanno come obiettivo quello di diminuire le capacità di rifornimenti alla base americana a Gibuti e la capacità di operazioni della marina militare americana nel Mar Rosso, vitali per contenere l’espansione dell’Iran. Il Generale Waldhauser ha avvertito il Congress che se la Cina si espanderà militarmente in Gibuti gli interessi americani e l’operatività militare nella regione potrebbe essere compromessi. Di conseguenza gli Stati Uniti devono aumentare i loro sforzi per impedire l’insediamento militare cinese nello strategico porto africano.  «La strategia dei BRICS sotto guida di Pechino, è chiara. Si intende rendere sicure le rotte commerciali tra Asia e Africa, compreso il Canale di Suez, che sono vitali per il grande progetto One Belt One Road Initiative. La Cina sta aumentando le relazioni con l’Africa, che diventano sempre più attraenti e complesse. Per Pechino è di vitale importanza che in Africa vi sia stabilità e pace, solo così gli investimenti sono al sicuro. Per questo i BRICS e la Cina in prima linea aumenteranno la loro cooperazione militare. I BRICS stanno già pensando di finanziare l’Unione Africana affinché crei una propria forza di pace per escludere dal continente i Caschi Blu delle Nazioni Unite, visti come la lunga mano delle potenze occidentali per tutelare i propri interessi nel Continente a scapito dei BRICS.  Nel prossimo decennio una dura lotta economica, politica e militare verrà giocata in Africa. Da una parte gli Stati Uniti e l’Europa vogliono mantenere il loro controllo coloniale. Dall’altra i BRICS, che vogliono spezzare questo dominio scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla caduta del blocco sovietico, per creare un blocco economico e politico afro-asiatico da contrapporre allo strapotere occidentale.”, spiega Cobus van Staden, esperto di Cina presso il SAIIA (South African Institute for International Affairs).

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