sabato, Maggio 15

Sulle tracce di Jacopo del Casentino image

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Jacopo del Casentino due

Le grandi Mostre in questo periodo si accavallano ad un ritmo quasi frenetico in una città come Firenze che attraverso l’arte ha costruito la propria identità. L’offerta è abbondante e generosa, in grado di soddisfare tutti i gusti: sia quelli del visitatore mordi e fuggi, attratto prevalentemente dalle icone più celebrate, sia quella di palati più raffinati e selettivi.

L’ultimo grande evento, in ordine cronologico, è quello che ha visto il ricongiungimento del Forte di Belvedere con il giardino di Boboli, grazie alla Mostra delle sculture ispirate agli alberi ed alla natura di Giuseppe Penone il cui percorso espositivo si snoda tra lo stupendo affaccio del Forte Mediceo sulla città e lo storico Giardino annesso a Palazzo Pitti, già casa dei Medici, dei Lorena e di Vittorio Emanuele II, per il breve periodo di Firenze Capitale. Di questa Mostra, dal titolo Prospettiva vegetale, avevamo già descritto le intenzioni, in occasione della posa della prima scultura in Boboli, presente l’autore. Ora che le 22 sculture ( non solo alberi ma anche marmi) dell’artista di Cuneo si trovano disposte strategicamente a ricollegare i due prestigiosi luoghi ( una via di fuga per il Granduca Ferdinando I che aveva commissionato sulla fine del ‘500 all’architetto Bernardo Buontalenti la costruzione del Forte, rivolto verso la “riottosa” città), si può dire che i famosi alberi intarsiati in legno e bronzo, sembrano far parte quasi naturalmente del paesaggio, integrandosi con esso in maniera leggera, non invasiva.

Certo, il Forte finalmente riaperto al pubblico dopo le dolorose vicende ( la morte accidentale di due giovani) che ne avevano imposto la chiusura e la messa in sicurezza, è di una bellezza unica, in grado di assorbire ed esaltare qualsiasi cosa ( come era avvenuto con le Grandi mostre del passato, anche recente). Una terrazza straordinaria, da cui il guardo avvolge e sorprende un panorama che dalle Apuane scorre fino al Pratomagno. Ed è là, nel Casentino, dove l’Arno che scorre sotto i nostri occhi è ancora quel “fiumicel che nasce in Falterona e cento miglia di corso nol sazia…” cantato da Dante, ci spostiamo per assaporare il gusto di una Mostra di rara bellezza, lasciandoci alle spalle il frastuono di una città sovraffollata come sempre di turisti ( con buone prospettive per i ritorni economici).

La Mostra di cui vogliamo parlare oggi è dedicata a “ Jacopo del Casentino e la pittura a Pratovecchio nel secolo di Giotto”. Chi è Jacopo del Casentino così chiamato dal Vasari? E’ un contemporaneo di Giotto, riconducibile al pittore Jacopo di Landino, originario appunto di Pratovecchio, del quale però non vi sono dipinti nella sua terra. Non si firmava, ma forse non si era mai identificato con il nome di battesimo seguito dal patronimico. Era noto come Iacobus pictor, meglio conosciuto come Iacobus de Casentino. L’unica sua opera firmata è un piccolo trittico donato agli Uffizi nel ’47 da un privato (Guido Cagnola) e che, ora per iniziativa della Galleria è esposto insieme alle opere dei suoi contemporanei, nell’antico Teatro degli Antei di Pratovecchio-Stia. Si sa per certo che lasciò il Casentino, di cui andava fiero, per trasferirsi a Firenze dove insieme a Bernardo Daddi, dipintore, viene registrato come Jacopo di Chasentino, dipintore consigliere e cofondatore della Compagnia di San Luca, che sarebbe diventata il polo di riferimento del mondo artistico fiorentino. Era il 1339. Non è certa la data di nascita, mentre è sicura quella della sua morte, a Pratovecchio: nel 1349. E’ ragionevole pensare – osserva Isabelle Chabot – che Jacopo fosse nato nell’ultimo decenniuo del XIII secolo, poiché la critica storico artistica data le prime opere intorno al 1320 e uno dei suoi figli, Francesco, sarebbe nato nel 1325. Di lui Filippo Villani scrisse che trattasi di “uomo umile e retto”.

Come annota Cristina Acidini, del Polo Museale Fiorentino, Jacopo è un artista che morendo allo scadere di metà Trecento interpreta e declina il lascito artistico giottesco entro linguaggi rinnovati da un’aria cortese proveniente d’Oltralpe. Un pittore sul quale molto c’è ancora da dire e del quale è palese il successo avuto in Firenze con quel tabernacolo di Santa Maria della Tromba ch’era il vanto della zona del Mercato Vecchio nel cuore operoso della città. Ma nelle sue opere è ben presente la sua terra d’origine, ovvero il Casentino del Medioevo dominato da poteri forti locali, irto di selve e di castelli, pronto a trasfigurarsi in scenario da fiaba cavalleresca raccolta da Emma Perodi. Ma Jacopo non era il solo. Proprio qui, già alla fine del XIII secolo ebbe inizio una fervente vita artistica locale che si protrasse fino al ‘400.

Ce lo rivela questa Mostra che fa parte della “collana” La città degli Uffizi, una fortunata serie espositiva ideata e fortemente sostenuta dal Direttore della Galleria, Antonio Natali. La città, stavolta ha scelto il Casentino per ritessere e riproporre al pubblico gli antichi legami di quel territorio con Firenze all’insegna della storia, della cultura e dell’arte. Le opere sapientemente esposte nelle sale rosse ricavate all’interno del teatro, sono la tavola della Madonna con Bambino di Romena del Maestro di Varlungo, il polittico murale di Taddeo Gaddi di Poppi, raffigurante la Madonna con Bambino e Santi, il Graduale miniato verso il 1330-40, il Trittico della Chiesa di Pagliericcio del Maestro di Barberino e le opere di Giovanni del Biondo, anch’egli di probabile origine casentinese, seppur formatosi a Firenze nella bottega di Nardo di Cione. Al periodo a cavallo tra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘400 risalgono le testimonianze di pittura tardogotica riconducibili ad artisti sofisticati come il Maestro della Madonna Straus, il Maestro di Borgo alla Collina, identificato recentemente con Scolaio di Giovanni-, cioè pittori che portano in Casentino le tendenze più aggiornate della pittura fiorentina dell’epoca: da Lorenzo Monaco a Gherardo Starnina. Inoltre, dei polittici di Bicci di Lorenzo si può ammirare quello commissionato nel 1414 dal conte Neri della casata dei Conti Guidi. Altri capolavori esposti: il finto trittico di Poppiena dipinto da Giovanni dal Ponte, il quale aveva eseguito per le monache camaldolesi una pala d’altare oggi alla National Gallery di Londra.

Insomma, la Mostra è un’occasione per riproporre ai visitatori anche le illustri personalità che a questa terra devono la loro origine: come il letterato Donato Albanzani da Pratovecchio, amico di Petrarca e Boccaccio che insegnò retorica e grammatica a Venezia, Francesco Landini, figlio del pittore Jacopo, detto anche Francesco degli Organi, uno dei più grandi organisti e compositori di musiche del Medio Evo, fino all’umanista Cristoforo Landino, pronipote di Jacopo. Il “sogno” così l’hanno definito i promotori di questa iniziativa, in particolare l’ex sindaco di Stia, si è potuto concretizzare grazie all’impegno di più enti: le Soprintendenze di Firenze e Arezzo, il Polo Museale fiorentino, la Diocesi di Fiesole, la Pro Loco di Arezzo, il Comune di Pratovecchio-Stia, unificati recentemente, l’Opera Laboratori Fiorentini e la Galleria degli Uffizi, il cui apporto è stato determinante. “Sembra incredibile immaginare che quell’idea buttata là, potesse essere raccolta immediatamente dal Direttore degli Uffizi e portata in pochi mesi a realizzazione”, dice entusiasta il neo sindaco di Pratovecchio-Stia, il giovane Niccolò Caleri. “Realizzare in questo piccolo centro, una Sala degli Uffizi costituisce per noi un momento di grande svolta, inserendo cioè l’Alto Casentino in un circuito artistico e culturale di primaria importanza! Sarà questo anche un modo per farne una meta ambita per gli amanti del buon vivere, in cui arte natura e storia sono strettamente legate. La perfezione delle opere e la bellezza dei luoghi dimostrano come la storia dell’arte si incroci con la storia delle genti”.

E a questa storia dell’arte, nata qui per la devozione delle sue genti, anche oggi le varie comunità sono legatissime, tant’è, spiegava Daniela Parenti, curatrice della Mostra insieme a Sara Ragazzini, che si sono dovute vincere alcune resistenze per ottenere il prestito di opere custodite nelle Chiese. Presentando la Mostra il Direttore degli Uffizi Antonio Natali, ha colto l’occasione per sottolineare con l’impeto e la passione ormai note, le linee guida di chi opera nel settore pubblico, in aperta polemica con quanti con superficialità saccente e banalità varie, trattano anche sui media la gestione dei beni culturali. Innanzitutto smantellando le accuse ( avanzate anche nella trasmissione di Santoro), circa il divario che esisterebbe – in termini numerici tra i visitatori del Louvre ( nove milioni l’anno) quelli degli Uffizi ( due milioni). Senza dire però che il Louvre è dodici volte più grande della Galleria fiorentina. Semmai è il museo parigino ad essere in grave difetto rispetto agli Uffizi. Riguardo poi al polverone costantemente sollevato sulla condizione del nostro patrimonio artistico e culturale che genera l’idea di un sfascio generale, non basta dire che l’Italia è un museo diffuso, bisogna fare in modo che questo museo sia percepito e goduto. Se ne ragiona tanto ma si fa poco o nulla per dare sostanza alle parole. Il fatto è che noi italiani destiniamo ai nostri “beni” una quantità di denaro irrisoria. E, tanto per darne un’idea, mentre da noi un patrimonio di 6 mila opere è affidato alla responsabilità di quattro funzionari, al Louvre uno studioso si occupa di soli 100 disegni! Ma il punto che sta a cuore di Natali è che diversa è la responsabilità tra pubblico e privato: mentre quest’ultimo mira a realizzare mostre che facciano cassetta, basate sul feticismo dell’esposizione temporanea, allo Stato ( e specialmente ai suoi musei più frequentati), compete il dovere di allargare gli orizzonti della comunità. Se a educare non è lo Stato, chi lo farà? Certo, quando si vede il declino dell’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole pubbliche, il dubbio che nello Stato questa consapevolezza possa essere vigente è forte. Ma non può morire la speranza di una rinascita.

Questa Mostra, corredata da un bel catalogo edito da Maschietto, dovrebbe costituire l’occasione per visitare una delle più selvagge tra le vallate che circondano la città di Arezzo, almeno è quanto auspica il Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della provincia di Arezzo, Agostino Bureca, un territorio in parte impervio, dominato dai boschi e dai massicci rocciosi dell’Appennino, segnato da luoghi di culto e di intensa spiritualità, con i centri di Camaldoli e della Verna, dove l’Arno è ancora un fiumicello fresco, limpido, trasparente nel quale è possibile immergersi, dove si percepiscono i segni della storia: nella piana di Campaldino tra Poppi e Pratovecchio, l’11 giugno del 1289, ci celebrò la celebre battaglia che vide prevalere i Guelfi (prevalentemente di parte fiorentina) sui Ghibellini ( di parte aretina), segnando dal quel giorno l’egemonia di Firenze sul territorio, una battaglia descritta anche da Dante che vi prese parte tra i fiorentini. E dove l’arte è ben presente attraverso le pitture di Taddeo Gaddi che avrebbe lavorato con al fianco Jacopo, e degli altri artisti già citati (e, secondo una fonte cinquecentesca lo stesso Giotto avrebbe lavorato nel santuario francescano della Verna su un dipinto andato perduto) . Un luogo celebrato anche in letteratura (si è detto di Dante) e che dette i natali a quel Donato di Pratovecchio che ebbe un ruolo fondamentale di collegamento tra i grandi poeti e i loro seguaci, amico personale di Boccaccio e Petrarca, il quale lo chiamava “Donatus Appenninigena” per essere nato appunto tra i monti dell’Appennino. Qui, non transitano i grandi flussi turistici: per scoprire l’incanto di Pratovecchio e del Casentino, bisogna venirci apposta. Ne vale la pena. La Mostra resta aperta fino al 19 ottobre prossimo.

 

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