martedì, Settembre 21

Sulle tracce di Dante

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Dante frequenta la vita elegante e cortese della città, coltiva buoni studi come quelli di arte retorica intrapresi sotto la guida del suo maestro Brunetto Latini, mentre rivendica a sé stesso l’apprendistato poetico grazie al quale si lega d’amicizia ai poeti stilnovistici che condividevano il suo ideale di vita raffinato e aristocratico. «Guido, i’ vorrei che tu Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio…», come non ricordare quei versi?

Sono anche gli anni in cui coltiva l’amore non corrisposto per Beatrice (Bice di Folco Portinari), conosciuta fin dall’età di nove anni ( anche lei frequentava la chiesetta di fronte a casa sua), andata in sposa a Simone de’ Bardi e morta prematuramente nel 1290. Lei sarà al centro della sua opera più celebre ma già nella ‘Vita Nova‘ essa fa la sua apparizione: «Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare»…. Altri versi indimenticabili.

Di quell’immaginario incontro col suo desiato amore, è visibile il celebre dipinto del pittore inglese Henry Holiday (l’opera è del 1883), che la Walker Art Gallery di Liverpool ha prestato al Museo Ferragamo che lo espone nell’ambito della Mostra dedicata agli anni di Firenze Capitale. Palazzo Spini Ferroni, in quel 1865, fu sede provvisoria del Comune di Firenze e lì si tennero, come in tutta la città, le celebrazioni per il 600 anniversario della nascita del poeta. Fra le opere esposte a Palazzo Ferragamo troviamo una copia della ‘Divina Commedia‘ a cura di Giuseppe Fortunato Passerini, con la prefazione di Gabriele D’Annunzio e un manoscritto in carta della ‘Vita Nova‘ del XV secolo prestato dalla Biblioteca nazionale.
Ma è quel Dante imbronciato perché apparentemente ignorato dalla soave Beatrice avvolta in un angelico panno bianco, che costituisce l’elemento di maggior suggestione (riprodotto anche in poster pubblicitari). La scomparsa dell’amata e idealizzata creatura lo getterà in una profonda crisi religiosa dalla quale si risolleverà dedicandosi agli studi filosofici che lo condurranno a rafforzare la sua coscienza politica e civile. Del resto, già in precedenza, animato da grande passione civica aveva preso parte alla battaglia di Campaldino (1289) contro i Ghibellini di Arezzo: a quella battaglia il grande cartellonista del cinema Silvano Campeggi, in arte ‘Nano’, ha dedicato qualche tempo fa una straordinaria mostra di disegni, mentre ora l’editore Luca Giannelli di Scaramasax ha dedicato un volume, da poco uscito, ed ha realizzato un plastico formato da quattromila soldatini di piombo e stagno dipinti a mano, esposto nel castello di Poppi dei conti Guidi.

Del 1295 è il matrimonio di Dante con Gemma Donati, già prestabilito dalle rispettive famiglie, dal quale avrà quattro figli. E’ proprio in quegli anni che prende parte attiva anche alla vita politica della città, iscrivendosi alla corporazione dei Medici e degli Speziali (che era l’unico modo, in seguito agli ordinamenti di Giano della Bella, consentito ai nobili non magnati di prender parte al governo del comune).

La Firenze medievale è divisa in fazioni, guelfi e ghibellini bianchi e neri, e in classi contrapposte: magnati (che vivevano di rendita), mercanti (coloro che producevano ed esprimevano le varie arti e corporazioni, cioè la classe in ascesa) e popolani (popolo grasso). In mezzo a tali conflitti riconducibili anche alla contrapposizione tra potere religioso (Chiesa) e potere imperiale, lui, Dante, giovane nobile aderisce alla fazione dei guelfi bianchi, quella vicina al papato, tuttavia più laica e moderata. Fa parte del Consiglio dei 100 e per sei mesi diviene uno dei 7 priori della città, conducendo varie missioni nel tentativo di tutelare l’autonomia della sua amata Firenze, anche nei confronti del papato.

E proprio mentre si trova in missione a Roma, presso Bonifacio VIII nel tentativo di placare il tentativo del Pontefice  di rovesciare il governo dei Bianchi attraverso il suo inviato Carlo di Valois, Corso Donati e i Neri si impadroniscono di Firenze dando vita ad una spietata repressione che colpisce anche il poeta. Accusato (ingiustamente) di baratteria, concussione e opposizione al Papa, giudicato in contumacia è condannato al rogo. E’ il 1301. Lui resta in esilio,  dove vi rimarrà per 19 anni, peregrinando di città in città, fino alla morte che sopraggiunge a Ravenna il 14 settembre del 1321 (soltanto la discesa in Italia di Arrigo VII, gli aveva acceso la speranza di un ritorno nella sua città. Ma la morte improvvisa di Arrigo VII spense questo suo desiderio).

E’ nell’esilio che Dante inizia a comporre la Commedia, opera sublime di cui non parleremo in questa occasione. Non stupisca, perciò, il fatto che in quest’opera si trovino 40 personaggi di Firenze, 32 dei quali collocati nell’Inferno, mentre i personaggi di Ravenna, città che ne custodisce (e difende ) le spoglie dove Dante concluse i suoi giorni all’età di 56 anni, sono tutti collocati in Paradiso.

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