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Sulla scia di sangue in Yemen

Yemen, 18 luglio 2016. Due autobomba colpiscono due posti di blocco presso la città di Mukalla, sorvegliati dalle Forze Armate locali: il bilancio dell’attacco è di cinque militari yemeniti morti. La città di Mukalla, situata nella zona costiera meridionale del Paese, è stata sede di altre tristi vicende legate al terrorismo: lo scorso 27 giugno perdevano infatti la vita 43 persone in un attentato rivendicato dalle cellule di Daesh in Yemen.

Il sangue scorre dunque a Mukalla, città strappata recentemente dalle truppe governative alle milizie di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), le quali controllano ancora alcuni quartieri della città, mentre rischia di riaccendersi la miccia della guerra civile in Yemen. Gli sciiti della fazione Houthi sono in conflitto da più di un anno con le forze governative sunnite di Hadi, che forniscono il loro appoggio al presidente yemenita: in tale turbolento scenario, non mancano le alleanze con le potenze musulmane che caratterizzano l’immensa guerra islamica in corso. Nel caso dello Yemen, la fazione Huthi gode dell’aiuto di milizie sciite libanesi di Hezbollah e di aiuti eritrei, nonché viene accusata dai rivali di venire approvvigionata dal potente Iran: il coinvolgimento dello Stato persiano non è poi così scontato, in quanto, sebbene appartenenti all’ala sciita islamica, gli Huthi e gli Iraniani non condividono gli stessi interessi strategici. Gli Huthi, infatti cercano di creare un’egemonia sciita in Yemen (con interessi proiettati verso il Corno d’Africa), mentre l’Iran sembra maggiormente occupato nell’estendere la sua influenza nella regione mesopotamica e in Siria.

Non è un segreto, invece, l’appoggio politico e militare che l’Arabia Saudita garantisce al Governo di Hadi: lo Yemen, per i Sauditi, costituisce un partner commerciale stabile, nonché una zona strategicamente vitale per l’economia e la politica estera araba. Se lo Yemen dovesse diventare sciita, Riyad perderebbe il controllo indiretto di una zona di influenza importantissima, inoltre si ritroverebbe confinante con un potenziale alleato del rivale iraniano; per tale motivo, secondo i Sauditi, lo Yemen è e deve restare un Paese filo-Arabo e sunnita.

Il terzo attore di questa scenario, come accennato, è Al Qaeda, organizzazione jihadista di carattere internazionale fondata negli anni ‘80. Di confessione sunnita wahabita e salafita, i miliziani di Al Qaeda, presenti già da un decennio nel territorio yemenita, nel 2015 hanno approfittato del vuoto di potere causato dalla guerra civile e sono penetrati nella zona centrale del Paese, occupando anche lunghi tratti di costa, risorsa economica per l’intera penisola araba.

Anche l’autoproclamato Stato Islamico (Daesh), sebbene sia nato come organizzazione pseudo statale di livello regionale siriano e iracheno, possiede (o sponsorizza) alcuni gruppi di combattenti in Yemen: costoro, responsabili di numerosi attentati nel Paese, lottano per disarticolare e danneggiare le istituzioni locali, attraverso una serie di attacchi destabilizzanti contro le Forze governative e la popolazione civile. L’obiettivo di Daesh in Yemen, oltre al proselitismo e alla ricerca di risorse con le quali finanziare il Califfato, è proprio quello di rendere il Medio Oriente il più instabile possibile, al fine di creare una serie di piccoli emirati jihadisti tutelati e rinforzati dal Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Lo Yemen, Paese ricco di risorse, è situato in una zona strategicamente vitale per i commerci: situato a Sud-Ovest della penisola arabica, dallo Yemen è possibile controllare i traffici tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Nessuna sorpresa se la forze dello Stato Islamico colpiscano e tentino di prendere possesso del Paese approfittando di quel conflitto tra sunniti e sciiti che non trova una soluzione duratura.

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