sabato, Maggio 15

Suicidi in carcere, anno boom Dal 2000 a oggi si sono contati 2.363 decessi, tra cui suicidi.Oltre 4 milioni le persone rimaste "vittime"

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Giustizia italiana, un’emergenza continua. In una delle sue ultime interviste, venticinque anni fa, Leonardo Sciascia diceva che la giustizia, la sua pessima amministrazione, era la sua “ossessione”. Chissà cosa direbbe oggi: decine di migliaia i processi pendenti; un terrificante arretrato penale e civile; le carceri in uno stato avvilente e indegno. Una situazione che spaventa gli investitori stranieri e scoraggia quelli italiani, che quando possono “emigrano”. I centri studi e analisi di Confindustria, Banca d’Italia, Confartigianato, Banca mondiale, Commissione europea, Ministero della giustizia, Corti d’appello e Cassazione, sono concordi nel valutare come la macchina giudiziaria abbia raggiunto un livello per i costi umani ed economici astronomici e inaccettabili.

Al giugno 2013, le cause civili smaltite sono pari a 4.554.038, ma quelle “sopraggiunte” si attestano sui 4.348.902. Le cause in attesa di essere trattate sono 5.257.693. Per quanto riguarda la giustizia penale, al 30 giugno 2013, i procedimenti aperti erano 3.333.543, in aumento dell’1,8 per cento rispetto all’anno precedente, mentre quelli definiti sono 3.195.664, in leggero aumento, così come quelli pendenti (3.237.258). L’arretrato complessivo è di quasi 9 milioni di procedimenti. Le sole pratiche relative ai procedimenti civili pendenti occuperebbero una superficie pari a 74 campi da calcio grandi come San Siro. Nelle Corti d’appello i procedimenti aperti nel 2013 sono aumentati del 18,6 per cento, passando da 99.994 a 118.596. Nei tribunali, inclusi uffici del gip e del gup, nonché le sezioni distaccate, il numero delle iscrizioni è salito da 1.304.614 a 1.318.956, con un aumento dell’1,1 per cento. Le pendenza davanti al giudice monocratico sono passate da 467.635 a 503.431 (+7,7 per cento) e quella dinanzi al giudice collegiale è aumentata da 22.177 a 22.573 (+1,8 per cento). Per iniziare e concludere una causa civile si impiegano 42,5 mesi, cioè 1.293 giorni (nel 2012 la durata media era di 34,1 mesi, pari a 1.037 giorni); per vedere conclusa una causa penale occorrono invece, se tutto va bene, cinque anni; per ottenere un giudizio di primo grado per bancarotta servono 2.648 giorni; 12. 770 sono i giorni necessari per un divorzio. Un processo per omicidio volontario si conclude in non meno di 424 giorni (ci “batte” solo la Turchia). La “tutela” di un contratto richiede 1.210 giorni (la media dei paesi Ocse è di 518).
L’azzeramento dell’arretrato civile farebbe aumentare il Prodotto intento lordo del 4,8 per cento, cioè di poco meno di 96 miliardi di euro. Abbattere anche solo del 10 per cento i tempi della giustizia civile, produrrebbe un incremento del Pil dello 0,8 per cento. Il costo in termini di assistenza legale e spese processuali, rispetto al valore totale della causa, è di circa il 30 per cento (in Germania il 14,4, in Norvegia il 9,9). Lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante (la Francia 58, dove il processo civile dura la metà rispetto all’Italia). La spesa pubblica complessiva per tribunali e procure supera i 7,5 miliardi di euro, la seconda più alta in termini pro-capite in Europa dopo la Germania. La lentezza della giustizia sottrae agli imprenditori circa 2,2 miliardi di euro di risorse. Il danno per le casse dello Stato a causa del mancato rispetto dei tempi ragionevoli del processo (Legge Pinto) è passato dagli 81 milioni di euro del 2008 agli oltre 300 milioni del 2010. Dei 1010 magistrati sottoposti a giudizio per i loro errori, solo 6 hanno pagato. Nei tribunali ordinari italiani ci sono 86.022 procedimenti avviati prima del 2000. Poco più di 122mila risultano iscritti tra il 2001 e il 2005. Negli anni che vanno dal 2006 al 2010 sono stati avviati quasi 710mila procedimenti. Presso le Corti d’appello, nel decennio che va dal 2000 al 2010, si sono accumulati 130mila cause pendenti. Nel nostro Paese ci sono 54.195 detenuti su 49.347 posti disponibili. Dall’entrata in vigore del codice sono 2 mila i morti in cella, senza contare i suicidi fra gli agenti di polizia penitenziaria.
I condannati definitivi sono 35.197. Tutti gli altri sono in custodia cautelare. I detenuti in attesa di primo giudizio sono quasi diecimila. Per ingiusta detenzione e indennizzi per errori giudiziari, lo Stato italiano ha sborsato dal 1991 a oggi circa 575.698.145 euro. Le persone rimaste “vittime” della giustizia dal dopoguerra a oggi sono oltre 4 milioni.
E anche se non ci si fa quasi più caso, nelle galere italiane si continua a morire. Tomas Filia, un trentaquattrenne originario di Gavorrano, vicino Grosseto, è l’ultimo in ordine di tempo ad essersi tolto la vita. Lo ha fatto impiccandosi alle sbarre della cella, era rinchiuso nel settimo braccio del carcere di Sollicciano. Filia aveva appena concluso il percorso di disintossicazione con il metadone. La sera di un paio di giorni fa, prima della ritirata notturna, non aveva partecipato alle due ore di socializzazione previste dal regolamento carcerario, preferendo rimanere nella sua cella da solo. Poi, durante la notte, la tragica scoperta che si era ucciso.
Il sistema penitenziario è di nuovo in allarme per l’alto tasso dei decessi e a preoccupare è in particolare l’aumento dei suicidi. “Se nel 2013 erano scesi al 30 per cento del totale delle cause di morte fra i detenuti, la previsione per il 2014 è di un ritorno al dato storico del 40 per cento: due decessi su cinque in carcere avvengono per suicidio”, è la valutazione del presidente della Società italiana di psichiatria Emilio Sacchetti. Disturbi dell’umore, d’ansia, psicotici e di personalità sono i problemi di salute mentale più frequenti tra i circa 60 mila ospiti degli istituti penitenziari della Penisola. Malattie che il più delle volte non nascono in carcere, precisano gli esperti, ma che in carcere possono acutizzarsi e peggiorare soprattutto a causa della difficoltà di screening diagnostici e assistenza mirata.
Dal 2000 a oggi nelle carceri italiane si sono contati 2.363 decessi, tra cui ben 841 suicidi. Oltre agli psichiatri, a dare l’allarme sono anche diversi garanti dei detenuti. Dopo il suicidio di un detenuto campano che venerdì scorso si è impiccato nel bagno della sua cella a Fossombrone, il Garante dei diritti dei detenuti delle Marche Italo Tanoni ha scritto al ministro della Giustizia Orlando perché assuma “tutti i provvedimenti necessari per porre fine a una situazione di degrado che appartiene non solo al carcere di Fossombrone, ma anche ad altre realtà delle Marche“.
Le morti sono più frequenti tra i carcerati in attesa di giudizio, rispetto ai condannati, in rapporto di circa 60/40: mediamente, ogni anno in carcere muoiono 90 persone ancora da giudicare con sentenza definitiva; le statistiche degli ultimi 20 anni ci dicono che 4 su 10 sarebbero stati destinati a una assoluzione, se fossero sopravvissuti. In definitiva, ogni anno 30-35 dei morti in carcere erano probabilmente innocenti. A questi vanno aggiunti i condannati che avrebbero potuto essere in misura alternativa. Ci sono numerosi casi di persone che in carcere non ci dovevano essere: malati terminali, paraplegici, accusati del furto di una bicicletta, di resistenza a pubblico ufficiale, immigrati “catturati” in Questura dove erano andati a chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno, tossicodipendenti in preda alla disperazione.

 

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