mercoledì, novembre 21

Sudan e Sud Sudan sulla via della pace? I due presidenti si sono incontrati nella capitale sudanese di Khartoum, il 1° e 2 novembre, per discutere e migliorare l’Accordo di Cooperazione firmato nel 2012

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Con grande stupore si è assistito all’abbraccio, o poco meno, tra il presidente del Sudan Omar Al-Bashir e il suo omologo del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit. I due presidenti si sono incontrati nella capitale sudanese di Khartoum, il 1° e 2 novembre, per discutere e migliorare l’Accordo di Cooperazione firmato nel 2012 e quindi per mettere la parola ‘fine’ alle tensioni esistenti tra i due paesi fin dal luglio 2011 quando il Sud, a maggioranza cristiana, si è staccato dal Nord musulmano dopo ben 22 anni di guerra civile, la più lunga in tutta l’Africa.

Prima questione trattata, quella del petrolio, la grande ricchezza del governo di Juba che deve pagare al Sudan tasse di transito per l’esportazione del greggio.

Se il Sud Sudan dispone di circa l’80%  dei giacimenti petroliferi, d’altro canto l’assenza di sbocchi sul mare e di infrastrutture di lavorazione, raffinazione e di distribuzione lo costringono a pagare royalties a Khartoum per il transito del greggio verso il principale porto commerciale della regione. Con un’economia che dipende principalmente dal petrolio, la caduta dei prezzi del greggio ha accentuato le difficoltà già esistenti nel paese, soprattutto a causa del conflitto etnico scoppiato nel 2013 tra i dinka, il gruppo etnico di Kiir e il più numeroso del Paese, e i nuer, cui appartiene invece l’ex vicepresidente Riek Machar accusato di avere tentato un colpo di stato.

Secondo quanto riferito dal ministro dell’informazione sud sudanese, Michael Makuei Lueth, il suo Paese si è detto pronto a saldare i debiti dovuti al Sudan che ammonterebbero a circa 262 milioni di dollari. Il Sudan, da parte sua, si è impegnato a pagare le pensioni arretrate dovute ai funzionari sud sudanesi che hanno prestato servizio prima della secessione.

Un altro segno di apertura è stato dato da Kiir che si è congratulato con il governo del Sudan per la revoca delle sanzioni degli Stati Uniti, fatto che potrebbe permettere di attrarre maggiormente gli investitori stranieri e quindi contribuire allo sviluppo del Sudan.

Durante la sua visita a Khartoum, Kiir ha persino affermato che la secessione dal Sudan «non è stata la scelta di tutti, ma della maggioranza che quando decide, in democrazia, deve essere seguita dal popolo», lasciando intendere che non riteneva del tutto giusta la scelta. Un’affermazione molto forte che ha provocato notevoli reazioni ma che è stata subito corretta dal portavoce di Kiir. Il presidente avrebbe infatti solo espresso il concetto di unico popolo che vive in due stati sovrani indipendenti.

Altra questione trattata è stata quella dell’accoglienza dei profughi sud sudanesi. Le Nazioni Uniti parlano di più di 450.000 rifugiati da quando nel 2013 è iniziati la guerra civile che sta causando la fame a 1,25 milioni di persone, il doppio registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Makuei ha annunciato la creazione di una dogana e di uffici per l’emigrazione nei punti di passaggio tra i due Paesi già a partire dal mese di dicembre di quest’anno. Il governo di Juba ha detto di apprezzare lo sforzo fatto dal Sudan nei confronti dei rifugiati che scappano la guerra civile e di vedere positivamente l’apertura dei punti di passaggio utili anche per il commercio.

Il gruppo ribelle Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition (SPLM/A-IO), che fa riferimento a Machar, non ha dato molta importanza a questo incontro e ha minimizzato i recenti accordi stipulati tra i due stati. Opinione non del tutto infondata visto che non è state trattata in modo chiaro e approfondito la vecchia diatriba per cui il Sudan ha regolarmente accusato il governo di Juba di aiutare i ribelle nelle zone di confine del Darfur, Nilo Azzurro, Nuba e Sud Kordofan e, da parte sua, il Sud Sudan ha accusato Khartoum di aiutare il gruppo ribelle capeggiato da Machar. Come pure non è stata affrontata la questione della regione di Abyei, territorio ricco di petrolio e quindi fortemente contestato dai due Paesi.

Certamente, accordi firmati tra due governi sottoposti all’isolamento internazionale, accusati di crimini di guerra e avviati al collasso economico lasciano ben poco da sperare per la loro attuazione.

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