lunedì, Novembre 29

Sudan, reintegro di Hamdok: «E’ l’economia, stupido» I generali non sono stati in grado di ottenere abbastanza denaro dalle autocrazie regionali per far fronte alla crisi economica, dovevano recuperare i fondi occidentali bloccati. Inoltre la situazione era diventata incontrollabile, dovevano fare qualcosa

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Domenica 21 novembre i militari del Sudan autori del colpo di Stato del 25 ottobre hanno annunciato un accordo con il deposto Primo Ministro Abdalla Hamdok che reintegra Hamdok nelle vesti, però, di capo di un nuovo governo tecnocratico che dovrà governare il Paese da qui fino al 2023, data in cui sono previste le elezioni. Non è chiaro quanto potere avrà il nuovo governo civile, poiché sarà soggetto al controllo militare. Secondo quanto dichiarato da Hamdok, l’accordo prevede il rilascio di prigionieri politici. E secondo i mediatori dell’accordo, verranno ripristinate le regole che regolano la transizione verso la democrazia.

Il reintegro del Primo Ministro Abdalla Hamdok da parte dell’Esercito sudanese «sembra aver scosso il quadro» e la situazione potrebbe essere «un po’ più confusa» di quanto non fosse dal golpe di ottobre, ha affermato l’ex Ministro degli Esteri Mariam al- Mahdi, nel corso di un evento del Centro Africa del Consiglio Atlantico.

Al-Madhi ha detto che l’accordo «è stato funzionale al colpo di Stato», non certo alla transizione democratica. L’accordo ha segnato un «regresso nella fiducia» in particolare dai giovani sudanesi, che stanno guidando il movimento pro-democrazia e ora hanno più fiducia nella coalizione politica Freedom and Change (FFC), le Forze di libertà e cambiamento, che ha rifiutato di riconoscere l’accordo. Al Mahdi ha affermato che i militari hanno completamente violato i termini della transizione negoziata nel 2019 dimostrando di ritenere che«possono sciogliere il partenariato [civile-militare] quando vogliono e sostituire le parti … con partner di loro scelta».
Secondo Kholood Khair, managing partner del think tank Insight Strategy Partners con sede a Khartoum, «l’accordo in sé non è così significativo» perché «non menziona realmente ilcomeo i tempi» per la transizione politica promessa, rendendola «difficile da attuare». L’accordo ha soddisfatto le richieste della comunità internazionale, ma non quelle dei manifestanti. «L’accordo in sé è instabile», ha detto. «La comunità internazionale deve restare a fianco di quelli in strada o togliersi di mezzo».
Mohanad Hashim, ex direttore dei contenuti per l’emittente radiofonica e televisiva nazionale del Sudan,ha sottolineato che coloro che avevano dato legittimità al Primo Ministro lo hanno ora abbandonato a causa dell’accordo. «Vedono che questo… è una continuazione» del precedente colpo di Stato del 2019. «Non credo che sia possibile che il governo di Hamdok funzioni, perché non ha riconoscimento nelle strade», ha detto Jihad Mashamoun, ricercatore e analista politico sudanese. «Hamdok rischia di essere l’uomo alla cassa del negozio di alimentari che vende sapone, fiammiferi e snack, mentre gli spacciatori nella stanza sul retro fanno i veri affari», ha detto Alex de Waal, esperto di Sudan alla Tufts University. «Il colpo di Stato è stato organizzato per proteggere i cleptocrati dalla pulizia», alludendo al business controllato dai militari.


Che fosse, quello del 25 ottobre, un colpo di Stato anomalo, a tratti buffamente disperato, alla base del quale vi erano un mucchio di errori compiuti dai militari, era stato subito chiaro, l’accordo di domenica è la degna conclusione di una scena buffa, ma solo apparentemente, dall’altra parte ci si domanda quali sono le ragioni alla base di questa mossa dei militari e quali le ragioni che hanno spinto Hamdok all’accettazione, anche considerando che una offerta in tal senso era già stata avanzata e dall’ex Primo Ministro, agli arresti domiciliari, rifiutata.
«E’ l’economia, stupido». Secondo la gran parte degli osservatori il movente sono, infatti, i soldi. I soldi mancanti nelle casse dello Stato, e che mai sarebbero arrivati se la comunità internazionale non avesse avuto il parafulmine di un briciolo di democrazia capace di giustificare l’esborso di milioni di dollari, e i soldi derivanti dal controllo che i generali hanno sull’economia del Paese.

Joseph Krauss, corrispondente dal Medio Oriente di ‘AP’, afferma: «I militari dovevano fare qualcosa. Il generale Abdel-Fattah al-Burhan è stato sottoposto a crescenti pressioni da quando ha preso il pieno potere il 25 ottobre. Le Nazioni occidentali, arabe e africane hanno chiesto il ritorno al governo civile e gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti per 700 milioni di dollari condannando fermamente il colpo di Stato». Non solo. La Banca Mondiale ha congelato i suoi aiuti al Sudan e l’Unione Africana (UA) ha sospeso l’adesione del Paese al blocco. «I manifestanti hanno invaso le strade nelle più grandi manifestazioni da quelle che hanno posto fine al trentennale regno di al-Bashir nel 2019 e le forze di sicurezza hanno ucciso più di 40 manifestanti». Insomma, la situazione era incontrollabile da parte di militari, il rischio sarebbe stato la vanificazione del colpo di Stato, così hanno deciso il reintegro di Hamdok, cioè di fingere una ritirata e provare a salvare gli obiettivi del colpo di Stato. In base all’accordo del 21 novembre, infatti, i militari restano al posto di guida con il controllo del governo civile, «l’Esercito mantiene il controllo generale e, prescrivendo un governo tecnocratico, l’accordo mette ulteriormente da parte i partiti politici del Sudan e il movimento di protesta a favore della democrazia».

Il movimento pro-democrazia del Sudan ha respinto con rabbia l’accordo decodificandolo come una legittimazione del colpo di Stato, come sicuramente è obiettivo di al-Burhan, e ha promesso di continuare a organizzare proteste di massa. Le Forze per la Libertà e il Cambiamento, la coalizione di partiti che condividevano il potere con l’Esercito fino al golpe, lo hanno respinto apertamente. La maggior parte dei ministri della FFC che hanno prestato servizio sotto Hamdok nel gabinetto si sono dimessi e affermano che non aderiranno al nuovo accordo. «Se la maggioranza dei partiti civili, come il National Umma Party, il Sudan Congress Party e il Federal Gathering, mantengono il boicottaggio dell’accordo Hamdok-Burhan, è difficile che il nuovo governo possa fare progressi», afferma ‘Africa confidential
Ora, comunque, i generali sperano che l’accordo con Hamdok sia sufficiente per sbloccare i miliardi di dollari in aiuti esteri e cancellazione del debito che sono stati sospesi dopo il colpo di Stato. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Ned Price ha detto lunedì che il ripristino di Hamdok è un primo passo necessario, ma che i generali dovranno fare di più perchè gli aiuti statunitensi vengano sbloccati. L’accordo Hamdok-Burhan ha ottenuto il sostegno condizionato degli Stati Uniti, dell’Unione europea, della Gran Bretagna e della Norvegia, nonché dell’ONU. Ciò non significherà un’immediata riapertura dei flussi finanziari a Khartoum. Molto dipenderà dalle condizioni politiche.
«Nonostante i loro stretti legami con i regimi degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, i generali al governo del Sudan Abdel Fattah al Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo ‘Hemeti’ non sono stati in grado di ottenere abbastanza denaro dalle autocrazie regionali per far fronte alla crisi economica», afferma Africa confidential‘, l’accesso ai fondi occidentali bloccati hanno capito essere essenziale. Per quanto l’interesse da parte di questi ‘influenti amici’ a mantenere i militari alla guida del Paese ci sia, e sia ben motivato -anche qui dall’economia, ma soprattutto dalla geopolitica.
Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Egitto hanno coltivato stretti legami con Burhan sin dalla rivolta contro al-Bashir, considerandoli funzionali ai loro affari nel Paese -sarà una casualità, ma ieri il presidente del Business Council saudita-sudanese, Hussein Bahri, ha dichiarato che l’Arabia Saudita mira a raddoppiare gli investimenti in Sudan da 1 a 2 miliardi di dollari nel settore agricolo. I ricchi stati del Golfo vedono nei generali «un baluardo contro l’influenza di rivali come Turchia e Qatar. L’Egitto spera nel sostegno del Sudan nella sua lunga disputa con l’Etiopia sulla costruzione di una massiccia diga a monte sul Nilo. Israele è anche visto come un potenziale alleato dei generali, che sono stati la forza guida dietro la normalizzazione delle relazioni del Sudan con Israele lo scorso anno, in cambio della rimozione dalla lista degli Stati Uniti degli Stati sponsor del terrorismo», afferma Joseph Krauss.
I militari temono di perdere il controllo sull’estrazione mineraria e su altri settori economici chiave, per tanto avevano bisogno di salvare il colpo di Stato e per salvarlo dovevano dare l’impressione che la transizione prosegue e che quanto successo il 25 ottobre in realtà mirava proprio a salvare la transizione e il Paese, come hanno giustificato a poche ore dal golpe. Inoltre, hanno bisogno di controllare il governo e di un governo fantoccio. Hamdok rendere i militari più presentabili di fronte alla comunità internazionale.
Inoltre, devono poter ritardare il più possibile la presa del potere da parte di un governo eletto, il quale probabilmente cercherebbe di perseguire i generali per violazioni dei diritti umani, comprese quelle commesse durante le campagne di terra bruciata di al-Bashir contro i ribelli nel Darfur, per le quali il tribunale penale internazionale lo ha accusato di genocidio. Potrebbero anche essere accusati per l’uccisione di manifestanti negli ultimi anni.

Perchè Hamdok abbia accettato è difficile stabilirlo con certezza. Lui ha dichiarato di aver accettato l’accordo per fermare la violenza. «Il sangue sudanese è prezioso, fermiamo lo spargimento di sangue e dirigiamo l’energia dei giovani nella costruzione e nello sviluppo», ha detto l’agenzia di stampa ‘Reuters‘.
«Alcuni a Khartoum credono che l’opposizione potrebbe trarre vantaggio dall’impasse, organizzando manifestazioni sempre più grandi e mettendo più pressione sui militari», sostiene ‘Africa confidential‘, che prevede: «Sebbene Burhan e Hamdok parlino entrambi a una partnership tra militari e civili, sembra molto più probabile che il Sudan sia pronto per uno scontro esteso».
Allo stato dell’arte, perfino l’accusa di tradimento da parte di Hamdok sollevata dai manifestanti non è ancora possibile escluderla completamente. Come spesso ripetono gli analisti di quel Paese, la politica sudanese è molto complicata. 

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