Sudan: militari 1, civili 0. La transizione ‘jellata’ Le dimissioni del Primo Ministro Abdalla Hamdok lasciano all'esercito il pieno controllo del Paese e gettano il futuro del Sudan nell'incertezza

Il Sudan si trova a un «pericoloso punto di svolta che minaccia la sua intera sopravvivenza», parola del Primo Ministro Abdalla Hamdok nell’annunciare, ieri, le sue dimissioni -dopo giorni di rumors di una sua decisione già presa a uscire dal gioco-, dopo l’ennesima giornata di proteste di massa che hanno scosso la capitale, Khartoum, e che tre manifestanti sono stati uccisi delle forze di sicurezza.

Come in molti -a partire dalla società civile sudanese- temevano, il tentativo di Hamdok di salvare la transizione sudanese, dopo il colpo di Stato del 25 ottobre, è fallito. Lo stallo politico e le proteste diffuse, hanno portato il premier a prendere atto della sua incapacità di prevenire l’escalation e del fatto che non riusciva avere il controllo sugli sviluppi politici nel Paese, da qui la decisione di lasciare l’incarico, dopo appena sei settimane da quando aveva accettato l’accordo con i militari golpisti per una ripresa del suo ruolo, dopo la destituzione del 25 ottobre. Il suo obiettivo era quello di salvare la transizione politica del Sudan. Ma il movimento pro-democrazia ha rifiutato quell’accordo e Hamdok non è riuscito a nominare un nuovo governo, mentre migliaia di persone hanno continuato a protestare contro la presa del potere da parte dei militari. Nel suo discorso di dimissioni, Hamdok ha affermato che è necessario concordare una nuova carta nazionale‘ e «disegnare una road map» per completare la transizione del Sudan verso la democrazia. Ma, ha ammesso l’oramai ex Primo Ministro, non è riuscito a portare le forze politiche ad accordarsi su una piattaforma politica che gli permetta di formare un governo di tecnocrati (da una parte il rifiuto da parte della piazza del suo rientro dopo il colpo di Stato e il mancato sostegno di Forces for Freedom and Change, dall’altra il rifiuto da parte dei militari di lasciare ai tecnocrati i ministeri afferenti alla sicurezza), come era stato concordato nell’accordo quadro del 21 novembre con il comandante in capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan. Così, «ho deciso di restituire la responsabilità e annunciare le mie dimissioni da Primo Ministro e dare la possibilità a un altro uomo o donna di questo nobile Paese di… aiutarlo a passare attraverso ciò che resta del periodo di transizione a un Paese democratico civile», ha detto Hamdok. E ha aggiunto di aver parlato con tutte le componenti della transizione della responsabilità storica che hanno. Inoltre, ha sottolineato che «il popolo è l’ultima autorità sovrana» e che le forze armate devono conformarsi alla loro volontà.

La decisione di Hamdok di dimettersi lascia all’esercito il pieno controllo del Paese e getta il futuro del Sudan nell’incertezza, tre anni dopo una rivolta che ha portato al rovesciamento del dittatore Omar al-Bashir.

Economista ed ex funzionario delle Nazioni Unite ampiamente rispettato dalla comunità internazionale, Hamdok è diventato Primo Ministro nel 2019 in base a un accordo di condivisione del potere che prometteva elezioni multipartitiche nel 2023.

I egami civili-militari si sono logorati quando l’Esercito si è rifiutato di cedere il potere e il 25 ottobre Hamdok è stato rimosso e posto agli arresti domiciliari. È stato poi reintegrato il 21 novembre in un accordo che richiedeva un governo tecnocratico indipendente sotto la supervisione militare. Tuttavia, il movimento democratico sudanese ha denunciato quell’accordo, insistendo sul fatto che il potere fosse passato a un governo completamente civile.
Hamdok ha dichiarato ieri che i suoi sforzi per colmare il divario crescente e risolvere le controversie tra le forze politiche sono falliti.
Le morti di domenica hanno portato il bilancio delle vittime tra i manifestanti dall’acquisizione militare ad almeno 57. Centinaia sono stati anche feriti. Sui social, gli attivisti hanno affermato che il 2022 sarà «l’anno della continuazione della resistenza».

Cameron Hudson, analista senior dell’Atlantic Council, ha dichiarato ad ‘Al Jazeera‘: «Quello che è probabile che vedremo è che i militari cercano di nominare un nuovo primo ministro, che sarà probabilmente conforme ai militari e sotto l’influenza dei militari».
Ciò che abbiamo visto negli ultimi due mesi dal golpe in Sudan, ha detto Hudson, «è praticamente il ripristino del regime di Bashir senza Omar al-Bashir». In effetti, non bisogna dimenticare che Omar al-Bashir è stato destituito dai militari, gli stessi militari golpisti responsabili del colpo di Stato del 25 ottobre 2021, avevano destituito al-Bashir l’11 aprile 2019, e poche settimane prima era già chiaro: al-Bashir era diventato impresentabile sia per le forze politiche che lo sostenevano, sia per i militari, perchè la dittatura proseguisse era necessario far fuori il dittatore, salvare il regime offrendo in sacrificio Omar Al Bashir. E così alla fine è stato, solo che i militari sudanesi si sono dimostrati pasticcioni, soprattutto non avveduti e incapaci di valutare correttamente la tenuta dei sudanesi nel lottare per liberarsi della dittatura dopo l’uscita di scena del dittatore.

«Abbiamo visto i militari annullare la stragrande maggioranza delle riforme», prosegue Cameron Hudson, «abbiamo visto il progresso economico bloccato e l’assistenza finanziaria della comunità internazionale sospesa. Abbiamo visto i servizi di intelligence riabilitati ad arrestare e detenere persone. Abbiamo visto quasi 60 persone uccise e più di quelle violentate, ferite, arrestate e torturate nel corso di queste proteste nell’ultimo mese. Quindi abbiamo assistito a un completo ristabilimento del precedente regime nello sforzo dei militari di controllare l’esito politico nel Paese».

Vero, però, che le dimissioni di Hamdok sono un duro colpo ancheper i leader militari che pensavano che un accordo con Hamdok avrebbe placato i manifestanti e legittimato la loro permanenza al potere», ha affermato, Emmanuel Igunza, ‘BBC News‘. «Chiaramente quei calcoli erano sbagliati». I militari hanno iniziato a sbagliare il 25 ottobre e da quel momento è stato un continuo ripetere di errori.

Un portavoce del Sudanese Congress Party (ScoP) ha affermato che con le dimissioni di Hamdok i militari hanno perso l’ultima carta per indurre il riconoscimento internazionale e il sostegno popolare. Il che potrebbe essere vero, ma questo non significa nulla per i militari, ben consapevoli che quel che conta sarà l’interesse a mantenerli in sella di alcune potenze regionali e globali. «Ora le cose sono chiare. Quindi, questo facilita l’unificazione di tutte le forze politiche per abbattere i militari», ha aggiunto. Cosa, questa, per nulla scontata, considerando che queste forze -partiti e movimenti- hanno avuto l”occasione Hamdok’ dal 2019 ad oggi per trovare unità e non ci sono riuscite. Nelle prossime settimane si vedrà.

Ma, prosegue Igunza, «l’esercito è ora saldamente al potere, annullando le conquiste ottenute mentre il Paese tentava di tornare al governo civile. L’attuale crisi politica minaccia ora di riportare il Sudan agli anni autoritari dell’ex leader deposto Omar al-Bashir. E c’è anche il rischio che il Paese possa tornare ad essere uno Stato paria con personaggi come gli Stati Uniti che già indicano che avrebbero sanzionato coloro che impediscono un ritorno al governo civile. Date le lotte economiche del Sudan, ciò potrebbe avere un effetto ancora peggiore sulla vita del popolo sudanese».

Maram Mahdi, ricercatore dell’Institute for Security Studies (ISS) di Pretoria, nelle settimane scorse annotava come l’impegno consultivo con la società civile sudanese e i movimenti di base fosse stato, prima del 25 ottobre, molto limitato. «Non c’era alcun senso di legittimità o addirittura trasparenza per quanto riguarda gli sforzi di mediazione da tutte le parti coinvolte. Quindi si trattava di un accordo politico privo di adesione o sostegno interno». Prima del 25 ottobre, «era evidente che il ‘modello sudanese’ di un corpo di governo civile-militare condiviso era imperfetto e che c’erano scissioni intrinseche e interessi direttamente in competizione. Il colpo di Stato ha avuto luogo appena un mese prima che i militari, secondo gli accordi, cedessero la presidenza del consiglio di governo transitorio ai civili».

«C’è un alto livello di consapevolezza, specialmente tra i giovani sudanesi, delle sfide di transizione che hanno creato vuoti di governo che hanno permesso ai militari di giustificare la presa del controllo. Questa consapevolezza sta portando a un rifiuto assoluto di accettare i militari come partner legittimi in questa transizione al governo democratico.

Tuttavia, la sfida è che l’attuazione di uno qualsiasi degli obiettivi del periodo di transizione e di quelli inclusi nella tabella di marcia di transizione, come la riforma del settore della sicurezza, la stabilizzazione dell’economia e leriforme giudiziarie, richiede il consenso di tutti gli attori, sia civili che militari.

Maram Mahdi rilevava che qualunque parvenza di fiducia esistesse sul fatto che i militari fossero solo i custodi della transizione è stata infranta con il colpo di Stato. La costituzione di un consiglio sovrano da parte dei militari, l’11 novembre, «è stata un’ulteriore prova che non vi era alcuna intenzione di cedere il potere e cedere il controllo dei militari sulla politica».
L’accordo del 21 novembre, rilevava Mahdi, non offre «alcuna garanzia che i militari si impegneranno in questo accordo». «Per Hamdok,indebolire il ruolo di governo dell’esercito costituendo un governo tecnocratico e un gabinetto privo di chiunque sia collegato al precedente regime o esercito è un passo cruciale». E su questo passocrucialeHamdok ha fallito, non per sua responsabilità, per l’irresponsabilità delle Forze di libertà e cambiamento, dell’Associazione professionale sudanese e dei partiti politici, e per coloro che guidano le manifestazioni civili, che non hanno saputo o voluto fare lo ‘sforzo pragmatico’ che Mahdi, sottolineava essere necessario.

Le influenze esterne, gli attori regionali, per nulla insensibili, anzi, all’ambizione dei militari di fare del Sudan ‘un’autocrazia militare’, quasi certamente avranno un ruolo in questo ennesimo drammatico momento del Sudan. Si dovrà vedere come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Etiopia, Israele, Stati Uniti si muoveranno. La crisi in Sudan, infatti, non è estranea né alle crisi in Etiopia e Somalia, né alla necessità degli Stati Uniti di avere un Sudan stabile che possa fare da argine ai gruppi terroristici dell’Islam radicale.
Di certo in questa situazione per i militari sudanesi sarà facile addurre motivazioni simili a quelle avanzate a giustificare il colpo di Stato del 25 ottobre, e procedere all’ennesimo giro di vite della repressione contro una società civile che sicuramente reagirà a queste dimissioni.