sabato, Dicembre 4

Sudan: la seconda transizione, quella del business dei militari Il generale Abdel Fattah al-Burhan, autore del colpo di Stato militare del 25 ottobre contro il governo di transizione guidato da Abdalla Hamdok, giovedì 11 novembre ha nominato un nuovo Consiglio di Transizione con a capo lui stesso. Obiettivo: l'economia che da decenni è nelle loro mani

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Il capo dell’Esercito sudanese, il generale Abdel Fattah al-Burhan, autore del colpo di Stato militare del 25 ottobre contro il governo di transizione guidato da Abdalla Hamdok, giovedì 11 novembre ha nominato un nuovo Consiglio di Transizione con a capo lui stesso. Ignorando tutte le pressioni che in queste settimane erano arrivate sia dalla popolazione sudanese, che dalla comunità internazionale, ha giurato come capo di un nuovo Consiglio di Transizione. Suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, più noto come Hemeti, comandante delle potenti forze paramilitari Rapid Support Forces (RSF), ed entrambi manterranno i ruoli che ricoprivano prima del golpe.
Il nuovo Consiglio Sovrano di 14 membri, per il quale un membro deve ancora essere confermato, include civili che rappresentano le regioni del Sudan, ma nessuno della coalizione politica delle Forze di Libertà e Cambiamento (FFC) che condivideva il potere con i militari nella transizione democratica avviata nel 2019. Il nuovo Consiglio comprende anche rappresentanti di gruppi ribelli che hanno raggiunto un accordo di pace con il governo l’anno scorso, ma che avevano respinto il colpo di Stato. Accanto a Burhan e Dagalo, altri tre membri militari del precedente Consiglio di governo sono stati mantenuti nel nuovo Consiglio, nonché un rappresentante civile selezionato congiuntamente dai militari e dalla FFC. Nominati quattro nuovi membri in rappresentanza delle regioni del Sudan.

Una sorte diestensione del colpo di Statoquella di al-Burhan, contro il quale gli attivisti pro-democrazia si sono immediatamente attivati, scendo in piazza in manifestazioni che si sono concluse con un bilancio che, secondo alcune fonti, è di una decina di morti e secondo altre di cinque, e chiedendo uno sciopero nazionale.

Al-Burhan il 25 ottobre aveva promesso che sarebbe stato nominato in tempi stretti un nuovogoverno, e così è stato, perchè i militari hanno fretta.
Alla base della loro fretta, che li ha portati a commettere molti errori, la necessità di mantenere ben salde le mani sull’economia del Paese, quella fetta consistente di PIL che loro controllano. La motivazione che stata alla base del colpo di Stato del 25 ottobre ed è ora alla base della nomina del nuovo Consiglio dell’11 novembre. I generali sudanesi stanno cercando di proteggere gli ampi privilegi e i considerevoli interessi finanziari accumulati nei tre decenni di governo di Omar al-Bashir. In questo sono sostenuti da diverse potenze regionli, tra cui l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, ma anche Israele, -le connessioni israeliane con Burhan sono nate durante il processo di normalizzazione Sudan-Israeleche hanno l’evidente interesse strategico per un governo militare.


Prima del colpo di Stato, il capo del Consiglio era al-Burhan, ma, in linea di principio, era previsto che, a novembre, un civile prendesse il timone, la rotazione era pianificata, e le Forze per la libertà e il cambiamento (FFC) insistevano sul fatto che il trasferimento dovesse assolutamente avvenire a novembre. Così, in tutta fretta, al-Burhan e gli altri generali golpisti, preoccupati di perdere il controllo di gran parte dei settori agricolo e industriale del Sudan, hanno fatto scattare il colpo di Stato. Un golpe che secondo alcuni opinionisti è stato preparato malissimo, «con una visibile mancanza di preparazione dei golpisti, che rivela la loro inettitudine politica». Fatto il golpe -per quanto colti di sorpresa dalla reazione, soprattutto da parte della comunità internazionale-,pur annaspando, i generali hanno tenuto fermo il loro obiettivo e hanno avuto necessità di consolidarlo, nel tentativo di consolidare il loro potere, come nelle intenzioni originarie del 25 ottobre. Da qui la decisione delle nomine dell’11 novembre.

I militari, in Paesi come Egitto, Algeria, Iran, Sudan, si sono abituati a svolgere un ruolo dominante nell’economia. Si stima che l’Esercito e i servizi di sicurezza in Sudan controllino oltre 250 aziende in aree vitali, in una vasta gamma di settori, tra cui l’estrazione dell’oro, il bestiame, le armi, le telecomunicazioni, le banche, l’edilizia, le esportazioni di carni, farine, sesamo. Tali aziende sono esenti dal pagamento delle tasse e operano nella totale opacità.
Nel
dicembre 2020, il Primo Ministro Abdalla Hamdok, economista di formazione che ha prestato servizio nelle principali istituzioni internazionali, nel giorno in cui gli Stati Uniti hanno rimosso il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo‘, aveva dichiarato: «Ogni esercito del mondo investe in società di difesa. Ma è inaccettabile che i militari e/o i servizi di sicurezza lo facciano nei settori produttivi, e quindi competano con il settore privato». Suo obiettivo era rafforzare il controllo civile sulle finanze e sui beni appartenenti alle forze di sicurezza del Sudan. All’inizio del 2021, poi, Hamdok aveva lamentato che «solo il 18 per cento delle risorse statali è nelle mani del governo», impegnandosi a dareprioritàal ritorno sotto il controllo del governo delle aziende appartenenti al settore della sicurezza.
Soseph Siegle, direttore della ricerca presso l’Africa Center for Strategic Studies, aveva sottolineato che la dichiarazione pubblica di Hamdok segnalava la necessità di una riforma in direzione del disinvestimento dell’Esercito, in particolare dopo la rimozione del Sudan dalla lista State Sponsors of Terror (SST).
Al-Burhan si rifiutò di trasferire le società al governo, dicendosi disposto solo a far pagare le tasse.
Così,
non è un caso che uno dei primi provvedimenti di al-Burhan dopo il colpo di Stato, sia stato lo scioglimento della Commission for Dismantling the June 30 1989 Regime, Removal of Empowerment and Corruption, and Recovering Public Funds’, che aveva, appunto,tra i suoi compiti, quello del ‘recupero dei fondi pubblici‘.

Jean-Baptiste Gallopin, Visiting Fellow del European Council on Foreign Relations, nel giugno2020, fa il quadro di quelli che lui definisce ‘Gli imperi in espansione di Burhan e Hemedti’. Oltre il 60% della spesa statale viene dirottata in spese militari e di sicurezza, secondo le stime del FMI e della Banca mondiale. Gli stanziamenti di bilancio ufficiali collocano la spesa per la sicurezza a cinque volte il livello della spesa sanitaria e 35 volte il budget per l’istruzione. Ma soprattutto, le società di proprietà del National Intelligence and Security Service (NISS), dalla caduta di Omar al-Bashir, nel 2019, sono nel mirino di al-Burhan e Hemedti,che competono per il loro controllo. Nell’estate 2020 sono al centro delle preoccupazioni dei generali che lo scorso mese hanno condotto il golpe.
Al Burhan, spiega il rapporto di Gallopin, ha affidato alla Military Industry Corporation -una holding della Sudanese Armed Forces (SAF) che possiede centinaia di aziende- «la responsabilità di molte delle società un tempo di proprietà dei leader National Congress Party (NCP)», il partito di governo al tempo di al-Bashir, «e della famiglia di al-Bashir, mentre la Rapid Support Forces(RSF)», cioè a dire Hemedti, «ha acquisito il controllo di molte delle attività precedentemente gestite dal NISS. Inoltre, l’Esercito ora trattiene i profitti delle società SAF che, sotto il regime precedente, erano in gran parte incanalate al NCP.
Oggi l’apparato militare e di sicurezza partecipa o possiede società coinvolte nella produzione e nell’esportazione di oro, petrolio, gomma arabica, sesamo e armi; l’importazione di carburante, grano e automobili; telecomunicazioni; bancario; distribuzione dell’acqua; contrattazione; costruzione; sviluppo immobiliare; aviazione; autotrasporti; servizi di limousine; e la gestione di parchi turistici e sedi di eventi. Le aziende della difesa producono condizionatori d’aria, tubi dell’acqua, prodotti farmaceutici, prodotti per la pulizia e tessuti. Gestiscono cave di marmo, concerie di cuoio e macelli. Anche l’azienda che produce le banconote del Sudan è sotto il controllo del settore della sicurezza», afferma Jean-Baptiste Gallopin rifacendosi a una fonte diretta, un ex ufficiale SAF, intervistato dall’analista.

«Poiché sono attori centrali nei mercati delle importazioni di carburante e grano, le società di proprietà della SAF e della RSF beneficiano direttamente dei sussidi su queste materie prime(e sono ben posizionate per ottenere ulteriori profitti deviandoli sul mercato nero). Ad esempio, SIN, un’azienda che era precedentemente di proprietà del NISS e che al-Burhan ha recentemente portato sotto l’autorità esclusiva della SAF, secondo quanto riferito controlla il 60 percento del mercato del grano».

Dopo la rivoluzione del 2019, «al-Burhan ha incaricato dei lealisti di gestire molte società controllate dai militari. Il generale Al-Mirghani Idris, un amico di Burhan dai tempi del Military College, è ora a capo della Military Industry Corporation. Il generale Abbas Abdelaziz -un ex capo della RSF che è anche un caro amico di Burhan- è ora a capo di Al-Sati, un’altra holding. Un altro ex compagno di classe, il generale Mohalab Hassan Ahmed, è diventato il capo della Martyrs’ Organisation, una holding che in precedenza ha finanziato l’NCP e che ha investimenti in miniere d’oro e luoghi di intrattenimento. La necessità di garantire che queste società realizzino un profitto sembra aver incoraggiato al-Burhan -che inizialmente ha epurato molti importanti ufficiali islamisti dai ranghi della SAF e del NISS- a far rientrare dalla pensione alcuni suoi fedeli amici.

Fino a poco tempo, la RSF ha concentrato le sue attività commerciali sul mercato dell’oro, che controlla in gran parte, nonché su costruzioni, appalti e traffico di esseri umani. Ma l’RSF ha ampliato le sue attività economiche nell’ultimo anno. L’organizzazione sta utilizzando la valuta forte che guadagna dalle vendite di oro a Dubai per acquistare progetti agricoli e immobili. Secondo quanto riferito, in un recente acquisto, la RSF ha acquisito 200.000 acri di terreno agricolo nello stato settentrionale; il progetto prevede lo scavo di un canale di irrigazione al Nilo».

Queste società sono avvolte nella riservatezza assoluta che Jean-Baptiste Gallopin definisce ‘segretezza’; «corruzione ad alto livello e conflitti di interesse rendono porosi i confini tra fondi privati e pubblici. Hemedti, ad esempio, non ha più alcun coinvolgimento ufficiale in Al-Juneid, la holding gestita da suo fratello, Abdelrahim Daglo. Non è chiaro se i profitti di Al-Juneid finanzino le operazioni della RSF, anche se alcune fonti ritengono che l’attività rientri nel ramo delle operazioni speciali dell’organizzazione. Le compagnie militari, d’altra parte, appartengono allo Stato sudanese, ma le loro posizioni dirigenziali offrono opportunità lucrative per appropriazione indebita, il che significa che le nomine fanno parte di un sistema di ‘premi per la fedeltà’.

Sebbene sia difficile stimare i profitti di queste società, occasionali scorci sulle loro attività mostrano che hanno accesso a considerevoli quantità di denaro. Al-Juneid, una società fondata da Hemedti, ha venduto circa 1 tonnellata d’oro a Dubai, per un valore di circa 30 milioni di dollari, durante un periodo di quattro settimane nel 2018, una cifra che suggerisce un fatturato annuo di 390 milioni di dollari. A maggio, la Multiple Directions Company, una sussidiaria della Military Industry Corporation, ha inaugurato in pompa magna il mattatoio industriale Kadaru -un investimento del valore di 40 milioni di dollari, la cui prima spedizione è andata in Arabia Saudita. Hemedti sta attualmente costruendo un mattatoio della stessa scala a nord di Khartoum».

Il governo di Hamdok non aveva né il controllo su queste aziende né l’accesso ai loro libri contabiliIn base a questi elementi, già oltre un anno fa, dunque, Gallopin deduceva che i generali stessero«usando denaro oscuro per mantenere il governo civile in vita, assicurandosi che rimanga dipendente da loro. Dopo aver promesso di contribuire con 2 miliardi di dollari al bilancio del governo per il 2020, il SAF ha arbitrariamente ridotto la cifra a 1 miliardo di dollari, incolpando la crisi economica causata dal Covid-19. Secondo quanto riferito, la Military Industry Corporation ha tappato un buco di 70 milioni di dollari nel bilancio del governo civile dopo che Hamdok ha concordato un accordo con le vittime dell’attentato dinamitardo dell’ottobre 2000 alla USS Cole -di cui i tribunali statunitensi hanno ritenuto responsabile lo stato sudanese- come parte di uno sforzo per rimuovere il Sudan dalla lista degli sponsor del terrorismo. Hemedti ha finto di aver trasferito al governo la sua concessione a Jebel Amer, la più grande miniera d’oro del Darfur, ma il valore della struttura non è chiaro. E i suoi contributi alla banca centrale sono stati cruciali nel posizionarlo come capo del comitato economico di emergenza».
Jean-Baptiste Gallopin rilevava come la «dipendenza finanziaria del governo civile dai generali crea un’asimmetria di potere che rende difficile per il governo essere assertivo su questioni non finanziarie. Al di là dei suoi ovvi benefici fiscali, il controllo civile delle imprese parastatali è un prerequisito del governo civile».
Il governo aveva avviato una revisione complessiva delle società di proprietà dell’Esercito, con l’obiettivo di mettere sotto l’autorità del Ministero delle Finanze tutti coloro che operavano in settori estranei alla difesa. Il SAF aveva formalmente accettato di cooperare con il processo ma, nella pratica, non condivideva i dati finanziari pertinenti con il Ministero.

Già a giugno 2020 era, dunque, evidente come la posta in gioco fosse il dominio dei militari sull’economia, e che questo elemento sarebbe stato decisivo per il successo o il fallimento della transizione democratica.
I militari non avevano alcuna intenzione di restituire le parti dell’economia che avevano requisito e il governo civile, debole e impoverito, di Hamdok, non è stato in grado di contrastarli. Con il sostegno popolare diminuito dalla lentezza del cambiamento, le divisioni all’interno delle forze politiche della società civile, le difficoltà economiche degli ultimi mesi -esacerbate dalla pandemia-, i civili si sono trovati senza difese.

Per altro, già pochi giorni dopo la caduta di al-Bashir gli analisti avvertivano che «sarà fondamentale come si svilupperanno le alleanze tra gli attivisti e le aziende locali mentre il nuovo governo cerca di riformare l’economia vacillante. Hanno un nemico comune nella forma del dominio economico dei militari, ma differiscono radicalmente su questioni come la privatizzazione, il commercio e la politica monetaria, nonché la spesa sociale».
In questo scenario si è materializzato il golpe.
In uno scenario simile di sostanziale debolezza della società civile sudanese -malgrado le coraggiose proteste pro-democrazia, per quanto meno poderose rispetto a quelle che avevano aperto la strada, tra il 2018 e il 2019 alla caduta di al-Bashir- e tentennamenti, se non proprio tacità complicità, della comunità internazionale, al-Burhan e Hemedti, con il provvedimento dell’11 novembre hanno provato a mettere la parola fine sulla transizione democratica.

La riuscita dell’operazione dipenderà da molti fattori, non ultimo, il comportamento della comunità internazionale. I Paesi del Golfo -a partire dagli Emirati Arabi Uniti- e Israele potrebbero decidere di investire sul governo dei militari, a quel punto al-Burhan e i suoi golpisti potrebbero avere la forza economica per mettere a tacere i sudanesi -hanno già tentato un tipo di operazione del genere nella settimana successiva al 25 ottobre, quando i prezzi dello zucchero e del grano sono scesi bruscamente e le forniture di materie prime di base precedentemente scarse hanno improvvisamente raggiunto il picco, perchè le autorità hanno inondato il mercato per placare la strada- e consolidare la presa sul Paese.
C’è da considerare che
il clima, in generale, gioca a loro favore. Da una parte c’è la popolazione sempre più affamata e insieme delusa dalla transizione gestita da Abdalla Hamdok, che ha fallito negli obiettivi economici che si era data, dall’altra la situazione geopolitica nell’area -a partire dalla guerra civile in Etiopia- consiglia l’Occidente -Stati Uniti in primis- e le potenze regionali, amici vecchi e nuovi di Khartoum -Emirati, Egitto, Israele- di preferire i militari al governo in Sudan, in nome del vecchio adagio in forza del quale la democratizzazione al mondo arabo non fa bene, puntando ad avere nel Sudan un punto di riferimento -oggettivamente strategico- stabile.
Secondo altri osservatori come Yezid Sayigh, senior fellow del Carnegie Middle East Center di Beirut, la transizione, ad alcune ben precise condizioni, potrebbe ancora essere salvata. Certo è che la decisione dell’11 novembre renderà più difficile il tutto e probabilmente anche il solo tentativo di salvarla richiederà molto spargimento di sangue. 

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