domenica, Giugno 13

Sudan: l’Unione Europea prova a fermare la guerra con l’Etiopia Il Ministro degli Affari esteri finlandese, Pekka Haavisto, inviato speciale dell'Unione Europea, è in visita nei due Paesi. L’UE teme che gli scontri di frontiera possano evolversi in uno scontro aperto coinvolgendo altri attori tra cui Eritrea ed Egitto

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L’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza nell’Unione Europea, Josep Borrell, ha incaricato il Ministro degli Affari esteri finlandese, Pekka Haavisto, di visitare il Sudan e l’Etiopia come inviato speciale dell’Unione Europea. La visita mira ad alleviare le tensioni tra Sudan ed Etiopia, e per scoprire come la comunità internazionale può fornire supporto nella ricerca di soluzioni pacifiche alle attuali crisi regionale.

Pekka Haavisto è giunto a Khartoum domenica mattina, incontrando i massimi funzionari del governo, tra cui Abdelfattah al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano (il governo di transizione sudanese formato dalla giunta militare e dai partiti d’opposizione a seguito dalla rivoluzione del 2019), il Primo Ministro Abdullah Hamdok e il Ministro degli Esteri Omar Qamar al-Din. L’inviato speciale resterà in Sudan fino a martedì quando si recherà ad Addis Abeba per incontrare il Primo Ministro Abyi Ahmed Ali e alti funzionari del nuovo governo a partito unico. Nessun accenno ad eventuali discussioni tra l’inviato speciale europeo e il governo etiope sul conflitto in Tigray e la drammatica situazione di emergenza umanitaria nella regione nord sconvolta dal 3 novembre 2020 da una tra le più violente e brutali guerre africane.

Dal dicembre 2019, il Premier etiope organizza un colpo di stato istituzionale sciogliendo la coalizione di governo EPRDF (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front) che guidava il Paese dalla caduta del regime stalinista del DERG nel 1991. Il golpe costringe il TPFL a porsi all’opposizione dopo aver controllato il EPRDF per 28 anni. Il preambolo della crisi politica che 11 mesi dopo si trasformerà in un orribile conflitto regionale coinvolgendo l’Eritrea con teatro di guerra il Tigray, regione natia dei dirigenti tigrini del TPLF.

Attualmente il governo è retto dal partito del Premier, il Prosperity Party, nato dal nulla e senza mandato popolare. Abiy ha promesso di indire ‘libere e trasparenti’ elezioni il prossimo luglio. Promessa giudicata irrealizzabile a causa dello stato di guerra in cui è caduto il Paese e delle manovre autoritarie del Premier e dei dirigenti Amhara imbevuti di arcaiche glorie imperiali e desiderio di rivincita dopo essere stati esclusi dal potere con la caduta del loro ultimo Imperatore Haile Selaisse.

Il tour diplomatico della UE tenta di interrompere il trend di escalation militare tra Sudan ed Etiopia. Giovedì 4 febbraio nuovi scontri di frontiera si sono registrati nei territori sudanesi di Al-Fashqa Al-Sughra a seguito di un tentativo dell’esercito federale etiope e delle milizie Amhara di occupare questi territori rivendicati come parte integrante dell’Etiopia. Secondo le fonti sudanesi, confermate dai media locali ‘Sudan Tribune’, ‘Al-Sudani’ e ‘Altaghyeer’, dopo intensi combattimenti l’esercito sudanese è riuscito a riprendere il controllo del territorio respingendo oltre confine le forze etiopi. L’epicentro degli scontri è stata l’area di Cumbo Melkamu e nel villaggio di Barakat Noreen. Secondo fonti diplomatiche, l’esercito federale e le milizie Amhara avevano come obiettivo conquistare l’aerea per utilizzarla come testa di ponte per una invasione in grande stile tesa ad annettere i territori frontalieri contestati.

Le terre eccezionalmente fertili di Al-Fashqa sono divise in tre regioni: Al-Fashqa Al-Kubra, Al-Fashqa Al-Sughra e la regione meridionale. La regione di Al-Fashqa è all’interno dei confini del Sudan, situata all’interno dello stato di al-Qadarif. Negli anni Novanta migliaia di contadini Amhara provenienti dall’Etiopia sono immigrati in cerca di terre fertili. La loro presenza è stata tollerata dal ex dittatore Omar El Bashir destituito nell’aprile 2019 a seguito della rivoluzione sudanese iniziata nel dicembre 2018.

La coesistenza tra questi immigrati economici e la popolazione autoctona si è rivelata problematica con periodici incidenti tra agricoltori etiopi e sudanesi. Dal novembre 2020 le tensioni sono ulteriormente aumentate quando 50.000 rifugiati tigrini si sono rifugiati nella regione per sfuggire al brutale e arcaico conflitto nel Trigay tra il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) e il governo federale guidato dal Primo Ministro Abiy Ahmed Ali. Secondo analisti regionali, dal novembre scorso si sta assistendo ad un premeditato piano di annessione di questi territori sudanesi al fine di allargare i confini della regione Amhara che ha già inglobato i territori del sud Tigray come ringraziamento alla partecipazione della campagna militare del governo federale contro il TPLF.

Da gennaio 2021 vi sono stati vari tentativi di invasione delle forze etiopi nel tentativo di sloggiare con la violenza le popolazioni sudanesi e annettersi le fertili terre di Al-Fashqa. Di fatto queste tensioni hanno creato una guerra di confine a bassa intensità (al momento) non dichiarata dai rispettivi governi ma combattuta senza risparmio di uomini e mezzi. L’Unione Europea teme che questa guerra di frontiera possa evolversi in uno scontro aperto coinvolgendo altri attori regionali tra cui Eritrea ed Egitto, collegandosi alla delicata disputa delle risorse idriche del Nilo e della mega diga etiope GERD. Al momento il Sudan si attesta in una posizione di difesa limitandosi a respingere i tentativi di invasione da parte etiope, ma le forti pressioni politiche esercitate dalla dirigenza Amhara sul Premier etiope potrebbero a breve creare le condizioni di una guerra su larga scala.

Questo conflitto frontaliero non dichiarato a bassa intensità giunge in un delicatissimo momento per il Sudan che si appresta a rispettare la road map tracciata tra i partiti laici d’opposizione e la giunta militare che formano un governo di transizione, il Consiglio Sovrano di Transizione (SCT), nato a seguito della rivolta popolare ha costretto i militari a rimuovere il dittatore di lunga data Omar Al-Bashir nel 2019. Domenica, in piena visita ufficiale dell’inviato speciale europeo, il Primo Ministro Abdullah Hamdok ha sciolto il suo governo in accordo con il Presidente del SCT, il Tenente Generale Abdelfattah El Burhan che ha firmato un decreto costituzionale per aggiungere tre nuovi membri al consiglio.

I tre nuovi membri del consiglio nominati da El Burhan sono: il Presidente della SRF e leader del Movimento di liberazione del Sudan-Consiglio di transizione (SLM-TC) El Hadi Idris Yahya; il leader del Movimento di liberazione popolare del Sudan-Nord (SPLM-N) Malik Agar; il leader del Movimento di liberazione del Sudan per la giustizia-Karbino (SLMJ-K) ElTahir Abubakr Hajar.

La decisione segue le disposizioni dei decreti costituzionali del 2019 (38 e 39) e si basa sull’articolo 2/11 del documento costituzionale per il periodo transitorio del 2019, modificato nel 2020. Il nuovo governo aumenterà la partecipazione delle donne fino al 40%. L’Unione delle donne del Sud Darfur, in collaborazione con il gruppo della campagna sudanese OurRight, ha annunciato una carta aperta chiamata Carta della piattaforma comune per aumentare la partecipazione delle donne alla vita politica nazionale. Ricordiamo che durante la rivoluzione sudanese le donne hanno giocato un ruolo cruciale che ha costretto i Generali fedeli al dittatore Omar El Bashirad arrestarlo e a creare il governo di transizione.

A complicare la  guerra a bassa intensità con l’Etiopia giungono la ripresa del decennale conflitto nella regione sudanese del Darfur. Gli scontri tra esercito e ribelli sono ripresi lo scorso 15 gennaio nella provincia del Darfur occidentale e il giorno successivo si sono diffusi nel Darfur meridionale provocando la morte di 250 civili tra cui 3 operatori umanitari e l’esodo di circa 3.500 nuovi rifugiati sudanesi ​​nelle province orientali del Ciad.

Il Darfur, una vasta regione delle dimensioni della Spagna e tormentata dalla violenza per anni, è stata il sito di una missione di mantenimento della pace ibrida Nazioni Unite-Unione africana (UNAMID) che è stata dispiegata per proteggere i civili, facilitare la consegna degli aiuti e sostenere gli sforzi per affrontare la radice cause del conflitto. Il mandato di UNAMID è terminato lo scorso anno e ha cessato le attività il 31 dicembre 2020, circa due settimane prima dell’ultimo round di violenza. La missione è attualmente in fase di ritiro, un processo che include il rimpatrio delle truppe, dei loro veicoli e di altre attrezzature; la separazione del personale civile; e la chiusura dei suoi uffici.

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