mercoledì, Dicembre 8

Sudan: l’avventura è finita Un golpe e la transizione sulla quale la comunità internazionale aveva scommesso è finita. Il tenente generale Abdel Fattah al-Burhan, ha annunciato lo scioglimento del Governo di transizione, dichiarato lo stato d'emergenza e sospeso diversi articoli della Costituzione

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A poco più di un mese da quando il Governo di transizione del Sudan aveva dichiarato di aver sventato un tentativo di colpo di Stato da parte dei lealisti del deposto dittatore Omar Hassan al-Bashir, il colpo di Stato in Sudan oggi è riuscito. L’Esercito sudanese ha preso il controllo del governo.

Le forze militari hanno arrestato oggi il Primo Ministro, Abdalla Hamdok. E con lui altri alti funzionari del Governo di transizione che doveva traghettare il Paese dal Governo autoritario del deposto Omar al-Bashir verso la democrazia. Tra gli arrestati: Ibrahim al-Sheikh, Ministro dell’Industria, Hamza Baloul, Ministro dell’Informazione, Mohammed al-Fiky Suliman, membro del consiglio sovrano, Faisal Mohammed Saleh, portavoce del premier, Ayman Khalid, governatore dello Stato della capitale.

I militari hanno poi fatto irruzione nella sede della televisione e radio di Stato e hanno arrestato i suoi impiegati. L’aeroporto di Khartoum è chiuso e i voli sono sospesi.
Il principale gruppo politico pro-democratico, Sudanese Professionals Association (l’Associazione dei professionisti sudanesi) -organizzazione che rappresenta 17 tra i maggiori sindacati del Paese-, ha invitato le persone a scendere in piazza per contrastare il colpo di Stato militare, e ha affermato che oggi ci sono state interruzioni del segnale telefonico e di Internet.Manifestanti hanno improvvisato barricate e altri si sono avvicinati al quartier generale dell’Esercito. Esercito che, secondo alcune fonti, avrebbe aperto il fuoco sui manifestanti scesi in piazza a Khartum contro il golpe militare, e fonti mediche hanno fatto sapere che almeno 12 persone sono rimaste ferite.

Il tenente generale Abdel Fattah al-BurhanPresidente del Consiglio sovrano del Sudan -l’organismo collettivo (militari e civili) con funzione di capo di Stato nella transizine politica del Paese- è l’artefice del colpo di Stato.

Al-Burhan, che ha sempre agito come capo di Stato -siede nel palazzo presidenziale, riceve visitatori stranieri e prende decisioni che modellano la politica interna ed estera del Sudan, a volte minando la leadership civile- avevarecentemente chiesto lo scioglimento del Governo civile. Nel pomeriggio, in una conferenza stampa, al-Burhan ha annunciato lo scioglimento del Governo di transizione e del Consiglio sovrano di transizione (da lui presieduto), dichiarando lo stato d’emergenza in Sudan e sospendendo diversi articoli della Costituzione, ha affermato, durante la sua dichiarazione in tv, che «un governo rappresentativo indipendente ed equo» assumerà il potere fino alle elezioni promesse per luglio 2023. Secondo il generale, i litigi tra i gruppi politici hanno spinto i militari a prendere il potere. «Quello che sta attraversando il Paese rappresenta una minaccia», ha detto, da qui la decisione dell’Esercito.

La Lega Araba, attraverso il suo Segretario Generale, Ahmed Aboul Gheit, si è dettapreoccupatae ha invitato «tutte le parti a rispettare» l’accordo transitorio di condivisione del potere, stabilito nel 2019 dopo il rovesciamento di al-Bashir.
«Sono molto preoccupato per le notizie di un colpo di stato in corso e per i tentativi di minare la transizione politica in Sudan», ha dichiarato Volker Perthes, inviato dell’Onu in Sudan. «Invito le forze di sicurezza a rilasciare immediatamente coloro che sono stati illegalmente detenuti o posti agli arresti domiciliari. È responsabilità di queste forze garantire la sicurezza e l’incolumità delle persone in loro custodia».
L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, che sabato aveva incontrato i vertici sia militari che civili sudanesi, ha definito la «presa di potere militare» in Sudan «assolutamente inaccettabile», avvertendo che una presa di potere militare mette a rischio gli aiuti statunitensi al Paese.
Preoccupazione è stata espressa anche dall’Alto Rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell. «L’Ue invita tutte le parti interessate e i partner regionali a rimettere in carreggiata il processo di transizione», ha dichiarato.
Intanto per tutto il giorno le proteste nel Paese si sono susseguite.

I segnali del precipitare della situazione erano stati evidenti. Per esempio, la sicurezza della Commissione a guida civile che indaga sugli abusi avvenuti sotto il regime di al-Bashir era stata ritirata, mentre erano stati emessi divieti di viaggio per i membri civili della Commissione, del governo e del Consiglio di sovranità.  Tutti segnali, secondo gli osservatori, di uno sforzo dei militari per far deragliare il processo di transizione in cui la presidenza del Consiglio di sovranità avrebbe dovuto passare a un leader civile nel 2022, per culminare il percorso con un governo eletto e democratico.
Questo colpo di Stato, dunque, arriva dopo settimane di crescenti tensioni tra i leader civili e militari del Sudan e un fallito tentativo di colpo di Stato a settembre che ha determinato fratture nel Paese. Gli islamisti più conservatori volevano un governo militare contro coloro che hanno rovesciato l’ex sovrano autocratico Omar al-Bashir. Entrambe le parti avevano protestato per le strade. Da un lato, due settimane fa, gruppi di manifestanti erano scesi in piazza a sostegno dell’Esercito, con un sit-in tenuto lo scorso 16 ottobre davanti al palazzo presidenziale. I manifestanti avevano chiesto che i militari rovesciassero i leader civili ‘falliti’. Secondo gli osservatori, è stato un insolito tentativo di legittimare una presa di potere militare, sotto le spoglie di una protesta popolare. Dall’altro, la scorsa settimana, centinaia di migliaia di persone avevano protestato in diverse città per ‘salvare la rivoluzione’, ovvero l’insurrezione che nell’aprile 2019 ha posto fine a 30 anni di dittatura del Presidente al-Bashir.
Pochi giorni fa, tra proteste di piazza e divisioni nella coalizione delle Forze di libertà e cambiamento, il premier aveva lanciato un appello al ‘dialogo’, e sottolineato la necessità di un cambiamento per portare avanti la transizione nel Paese che per 30 anni ha conosciuto solo Omar al-Bashir.

Dopo la caduta del dittatore, i militari avevano assicurato la sua successione e firmato un accordo di condivisione del potere con le Forze per la libertà e il cambiamento (Flc) -una coalizione di partiti civili nata dall’insurrezione popolare – nell’ambito del Consiglio sovrano.

Il 21 settembre scorso un fallito colpo di Stato attribuito alle forze fedeli ad al-Bashir ha rischiato di far deragliare la fragile transizione, finita nell’impasse a causa dei crescenti disaccordi tra militari e civili. I primi accusano i secondi di ‘cattiva gestione’ degli affari pubblici, chiedendo riforme e la sostituzione del governo in carica. I leader civili, invece, si difendono avvertendo che le forze armate stanno tentando di riprendersi il potere.

Sulla base dell’accordo storico firmato nell’agosto 2019 tra generali e fazioni politiche che hanno destituito al-Bashir, la transizione sarebbe dovuta durare tre anni, salvo poi essere prorogata a seguito di un’intesa di pace successivamente raggiunta tra il governo e una coalizione di gruppi ribelli ancora attivi in Sudan. Sulla carta l’Esercito doveva gestire i principali settori di attività del Paese con il governo civile e il Parlamento fino al termine del periodo di transizione, quando il potere dovrebbe passare esclusivamente in mano ai civili.
Nei fatti la collaborazione non ha funzionato, bloccando di fatto la progressione della transizione e complicando la gestione dell’economia. Inoltre,dissensi all’interno delle Forze per la libertà e il cambiamento, complicano la situazione. A causa di questi malfunzionamenti istituzionali, il Paese è senza assemblea legislativa, che sarebbe invece decisiva come contropotere e controllo sulle azioni dell’Esercito. La Carta costituzionale del 2019 aveva istituito un governo di transizione, composto da un gabinetto civile (guidato da un Primo Ministro), un Consiglio di sovranità (presieduto dai militari) e un Consiglio legislativo ancora, appunto, inesistente. Attualmente, il governo e il Consiglio di sovranità funzionano congiuntamente come governo di transizione.

Il Primo Ministro Abdalla Hamdok e il suo gabinetto avevano apparentemente la responsabilità della gestione quotidiana del governo. La Carta costituzionale specifica i poteri limitati per la presidenza del Consiglio di sovranità. Invece, al-Burhan ha agito sempre come capo di Stato.
Secondo osservatori dell’International Crisis Group (ICG), a oltre due anni dalla caduta di al-Bashir, è ancora l’Esercito ad avere il controllo dell’economia, della gestione dei rapporti con i gruppi ribelli e della politica estera. Sul fronte della politica estera, ha concluso un accordo sulla normalizzazione dei rapporti con Israele e ha rafforzato i legami con gli Stati Uniti. Inoltre, la firma della pace con i ribelli è stata negoziata dai generali: a siglare l’accordo nei mesi scorsi è stato Mohamed Hamdan Daglo, noto come Hemeti, l’influente comandante paramilitare e membro del Consiglio di sovranità che pilota la transizione, a nome del governo, lasciando di fatto il governo fuori. A fine 2020, lo stesso premier Hamdok aveva riconosciuto che l’80% delle risorse del Paese non sono sotto il controllo del suo Ministero delle Finanze. Nessuno sa esattamente quale parte dell’economia è gestita dai militari, che detengono aziende in molti settori di attività.

Il Sudan non è stato in grado di trovare un sistema politico funzionante dall’indipendenza, nel 1956. Il golpe in atto rientra comunque in una lunga storia di instabilità del Sudan: il 30 giugno 1989 l’allora generale al-Bashir aveva preso il potere con un golpe, rovesciando il premier democraticamente eletto, Sadiq al-Mahdi, assumendo per 30 anni il pieno controllo della Nazione. Per giunta gli anni di dominio di al-Bashir sono in parte coincisi con lo scoppio della guerra civile nel Sud Sudan, che per 19 anni ha opposto il Nord – arabo e musulmano – al Sud – cristiano ed animista – con un bilancio di milioni di sud sudanesi uccisi, esiliati, senza cibo ne’ diritti e sanzioni internazionali al regime di Khartoum.

Inoltre, in Sudan nell’ultimo decennio si sono moltiplicati i movimenti di protesta e il malcontento per l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessita, causa l’inflazione galoppante e l’emorragia di ricchezze successiva alla secessione del Sudan del Sud, nel 2011, con le sue ingenti riserve petrolifere. Movimenti popolari che hanno portato alla caduta di al-Bashir e che sono ancora attivi per salvare la propria rivoluzione dal dominio dei militari mentre il potere civile è ancora molto debole. La situazione economica del Paese peggiora il quadro. L‘economia si è fortemente contratta dal 2015. Le opportunità di lavoro e i beni quotidiani rimangono scarse, l’inflazione è al 400% e si prevede che il debito nazionale aumenterà di sei volte a 1,2 trilioni di dollari entro il 2025. Le stesse difficoltà economiche che avevano innescato le proteste di massa contro il regime di al-Bashir.

Il Governo di transizione, sottolinea Giuseppe Siegle, Senior Research Associate, Center for International and Security Studies, dell’Università del Maryland, qualche buon risultato lo ha ottenuto. Per esempio «ha bandito il temuto Partito del Congresso Nazionale di Bashir. Durante i tre decenni di governo di Bashir, il partito islamista si era istituzionalizzato praticamente all’interno di ogni Ministero del governo, compreso quello militare. Ciò ha creato un accordo pernicioso per cui gli interessi del partito hanno sostituito quelli dello Stato e gli estremisti religiosi controllavano il partito. Il risultato fu una profonda corruzione, iniquità e incompetenza».
L’avvio della transizione democratica del Sudan ha convinto la comunità internazionale alla fiducia. Gli Stati Uniti hanno rimosso il Sudan dall’elenco degli Stati sponsor del terrorismo e delle sanzioni che questo comportava. I donatori internazionali hanno promesso 2 miliardi di dollari in assistenza e il Club di Parigi ha accettato di rielaborare 23,5 miliardi di dollari di debito.
I leader civili, afferma Siegle, hanno dovuto affrontare molti ostacoli. «Essendo stati esclusi dal governo nazionale per così tanto tempo,mancano di esperienza, una sfida inerente praticamente a tutte le transizioni democratiche. I civili, inoltre, hanno ereditato istituzioni profondamente disfunzionali».
La coalizione civile ha poi dovuto affrontare «faziosità e accuse di non aver rappresentato sufficientemente gli interessi delle regioni periferiche del Sudan. L’Esercito ha sfruttato queste divisioni nelle sue richieste di scioglimento del governo civile». Le proteste contro il governo civile dei giorni scorsi sarebbero state «ben orchestrate e benedette dai militari. I rapporti indicano che i manifestanti si sono recati a Khartoum in dozzine di autobus e che c’è stato poco sforzo da parte dei militari per impedire il loro movimento, a differenza di altre proteste». E, afferma Siegle, tutto ciò era sembrato subito essere «uno sforzo da parte di alcuni militari per alimentare l’impressione di malcontento popolare contro il governo civile. Insieme alle notizie sull’espansione della criminalità e sul blocco delle merci da Port Sudan, queste proteste hanno fornito un pretesto pronto per i militari per far deragliare la transizione».
«Il processo di transizione si è ulteriormente complicato dalle
rivalità all’interno del settore della sicurezza, in particolare tra le forze armate sudanesi guidate da Burhan e le forze di supporto rapido comandate da Mohamed Hamdan Dagalo. La realtà di più fazioni di sicurezza armata con linee di autorità separate è una polveriera per la transizione. Le divisioni all’interno del Sudan sono state anche alimentate da attori esterni che stanno esercitando una maggiore influenza regionale. Questi includono Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Egitto, Arabia Saudita e Russia. Per diverse ragioni politiche e geostrategiche, ciascuno vorrebbe che i militari mantenessero il controllo in Sudan». Obiettivo raggiunto oggi. Il Paese è tornato saldamente in mano ai militari.

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