venerdì, Agosto 12

Sudan: gli attori esterni guidano la controrivoluzione Ecco perchè Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Israele lavorano per far dirottare la transizione democratica in Sudan sostenendo i militari

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L’inviato delle Nazioni Unite in Sudan, Volker Perthes, venerdì ha affermato che la crisi politica del Paese «non è ancora finita», poiché molti si sentono «traditi» dall’accordo che ha ripristinato il Primo Ministro Abdalla Hamdok,

Infatti, il reintegro del Primo Ministro Abdalla Hamdok, dopo il colpo di Stato del 25 ottobre, con l’accordo di Hamdok del 21 novembre con il leader militare Abdel Fattah al-Burhan, non ha certo liquidato il golpe. Anzi, la posizione del Primo Ministro, secondo alcuni osservatori, pare sempre più insostenibile, considerato che dopo la sua accettazione al reintegro i riformatori hanno preso le distanze dal suo accordo con i generali e da lui stesso. Il momento, poi, è particolarmente delicato, Hamdok deve formare un nuovo governo,presumibilmente di tecnocrati -l’accordo di novembre, infatti, prevede un governo tecnocratico indipendente sotto la supervisione militare- che deve essereaccettatodai militari e contestualmente deve garantire la società civile e i movimenti riformatori che proseguirà la difficile transizione. Quasi certamente, tale nuovo governo dovrà affrontare l’opposizione del movimento pro-democrazia che ha respinto l’accordo del 21 novembre e insiste nel lasciare il potere a un governo civile per guidare la transizione. La coalizione Forces of Freedom and Change, i comitati di resistenza del Sudan, gli attivisti e altri «si sentono traditi dal colpo di stato e ora rifiutano qualsiasi negoziato o partenariato con i militari», ha affermato Perthes. Gli attivisti sudanesi sono irritati dal nuovo assetto politico guidato dai militari e sono sempre più determinati a realizzare gli obiettivi della rivoluzione democratica del 2019 incompiuta
Il fallimento di Hamdok nella costituzione di tale governo, secondo gli osservatori sul posto, potrebbe portare a nuovi disordini. E «i nuovi disordini minacciano di destabilizzare la regione, compreso il confine orientale con l’Etiopia, e il Darfur, dove decine di persone sono state uccise questa settimana e gli sfollamenti quest’anno sono aumentati quest’anno», affermaReuters‘.
Secondo gli analisti di ‘Africa Confidential‘ «perso il sostegno della piazza e dei principali gruppi di opposizione, il Primo Ministro Abdalla Hamdok deve affrontare alcune scelte difficili: nominare i ministri di sua scelta, innescando uno scontro con il capo del colpo di Stato generale Abdel Fattah al Burhan, o accettare il nuovo status quo di totale controllo militare. Se Hamdok mantiene la sua posizione sui ministri, potrebbe scegliere di lasciare l’incarico piuttosto che fare ulteriori concessioni ai militari».
La situazione che si prospetta è molto simile a quella dei giorni precedenti il golpe di ottobre, golpe che non sarebbe stato possibile se non ci fossero state fortissime tensioni che hanno portato all’indebolimento e alle divisioni del blocco dei riformatori e della società civile. E insieme, il ruolo degli attori esterni, che ora come allora stanno osservando gli accadimenti, pronti a dare sostegno ai militari.

Sono gli stessi attori che hanno lavorato e lavorano contro la Primavera araba, afferma Khalil al-Anani, senior fellow presso l’Arab Center di Washington. Sono: Emirati Arabi Uniti, ArabiaSaudita, Egitto, Israele. L’analisi di al-Anani è complessa e dettagliata.
«
Le rivolte della cosiddetta Primavera araba hanno dovuto affrontare una feroce controrivoluzione regionale che cerca di minare e interrompere qualsiasi transizione democratica nel mondo arabo». Controrivoluzione «guidata principalmente da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, questo asse della controrivoluzione crede fermamente che la democrazia sia una minaccia esistenziale che mette a rischio il loro governo e può portare al caos e all’instabilità. Per loro, ogni richiesta di cambiamento politico nella regione dovrebbe essere contrastata ed eliminata ad ogni costo».
Questi Paesi «sono stati pesantemente coinvolti nei conflitti politici in tutta la regione, dallo Yemen alla Siria e dall’Egitto alla Tunisia. Usano la loro influenza politica, economica, finanziaria e diplomatica per influenzare le dinamiche delle rivolte interne e modellare il loro esito».

L’attuale ondata di controrivoluzione è iniziata in Egitto nell’estate del 2013, quando, la controrivoluzione è riuscita a spodestare Mohamed Morsi, il primo Presidente egiziano eletto liberamente e democraticamente. «Versando miliardi di dollari nell’economia malata e fragile dell’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Kuwait hanno invertito la marea della primavera araba e aiutato a installare l’allora capo dell’Esercito Abdel-Fattah el-Sisi» alla guida del Paese. Un Presidente che sarebbe poi diventato «il nuovo sovrano egiziano».
Da allora, «il Presidente siriano Bashar al-Assad è rimasto al potere e sta
massacrando e sfollando milioni di siriani internamente ed esternamente. Libia e Yemen sono scivolate in una guerra civile distruttiva con il coinvolgimento militare, finanziario e politico del trio della controrivoluzione: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto. E infine, un golpe al rallentatore ha fermato la transizione democratica della Tunisia e ha posto fine all’unico successo della Primavera araba».
«Pertanto,
non sorprende che questi tre Paesi,insieme a Israele, siano stati coinvolti in vari gradi nella crisi politica in corso in Sudan. Alcuni di loro, infatti, hanno svolto un ruolo chiave nel sostenere il golpe di Burhan e gli hanno fornito sostegno politico e diplomatico per contrastare e mitigare la pressione internazionale». 

Partiamo dal vedere gli interessi e il ruolo condotto dall’Egitto.

«La risposta dell’Egitto al golpe di Burhan rivela la misura in cui gli attori regionali possono avere un impatto sulla situazione politica in Sudan. L’Egitto non ha né condannato il golpe né chiesto il ritorno del governo civile; infatti, ha svolto un ruolo chiave nell’incoraggiarlo e nel sostenerlo. Poche ore dopo il colpo di Stato, il Ministero degli Esteri egiziano ha rilasciato una breve dichiarazione sulla sua pagina Facebook invitando tutte le parti sudanesi a esercitare “l’autocontrollo e a dare priorità all’alto interesse del Sudan”. Ancora più importante, mentre gli alleati regionali dell’Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, chiedevanoil ritorno del governo civile, l’Egitto chiedeva apertamente a Burhan di licenziare Hamdok. Secondo il ‘Wall Street Journal, Abbas Kamel, il capo del servizio di intelligence generale egiziano, era a Khartoum prima del colpo di Stato, ha incontrato Burhan e gli ha detto: “Hamdok deve andarsene”. Inoltre, secondo lo stesso rapporto, Burhan ha visitato segretamente il Cairo una notte prima del golpe e ha incontrato Sisi per assicurarsi il suo sostegno politico al golpe. Dopo il colpo di Stato, l’Egitto ha lavorato instancabilmente per formare una lobby regionale che potesse fornire supporto politico e diplomatico a Burhan e per alleviare la crescente pressione internazionale su di lui per porre fine al golpe e ripristinare Hamdok.».

Ma perchè l’Egitto sostiene il golpe di al-Burhan? «Primo, l’Egitto non ha alcun interesse per il governo civile, per non parlare di uno democratico, in Sudan. Il regime di Sisi, che a sua volta è salito al potere con un colpo di Stato militare nel 2013, non consentirà alcuna transizione democratica ai confini meridionali o occidentali dell’Egitto con la Libia. Per Sisi si tratta di una minaccia esistenziale che non può essere né accettata né tollerata. Dalla caduta di Bashir nel 2019, Sisi ha cercato di impedire ai civili di conquistare il Paese e ha fornito sostegno politico e diplomatico alla giunta sudanese.

In secondo luogo, Khartoum rientra nei parametri della sicurezza nazionale del Cairo perché l’Egitto vede il Sudan come parte della sua profondità geostrategica e la sua unica porta per l’Africa. Pertanto, è fondamentale per l’Egitto avere un governo collaborativo, se non sottomesso, in Sudan, dove può esercitare influenza e garantire il pieno sostegno. È importante sottolineare che solo l’Esercito sudanese è in grado di fornire al Cairo tale leva politica, poiché qualsiasi governo eletto da civili non consentirebbe al Sudan di diventare un semplice burattino dell’Egitto. Terzo, la questione della Grande Diga Rinascimentale Etiope (GERD) è vitale per l’Egitto e non può essere risolta senza assicurarsi il pieno e inequivocabile sostegno del Sudan. Secondo il ‘WSJ’, l’Egitto era scontento di posizione di Hamdok su GERD‘per la sua apertura verso l’Etiopia. La questione del GERD è fondamentale per la stabilità e la legittimità del regime di Sisi, poiché gli egiziani accusano Sisi di aver messo a repentaglio la sicurezza idrica dell’Egitto dopo aver firmato la Dichiarazione di principi con l’Etiopia e il Sudan nel marzo 2015. Inoltre, l’Esercito egiziano ha sviluppato solide relazioni con la sua controparte sudanese negli ultimi due anni, il che potrebbe rafforzare la posizione dell’Egitto nei confronti dell’Etiopia. Pertanto, l’Egitto conta sul sostegno inequivocabile del Sudan sulla questione GERD, che può essere garantito solo sotto un governo militare».

E poi il ruolo e gli interessi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita. Oggi, il Primo Ministro israeliano, Naftali Bennett, sta facendo la prima visita ufficiale di un Primo Ministro israeliano negli Emirati Arabi Uniti da quando i due Paesi hanno stabilito relazioni diplomatiche lo scorso anno. Bennett incontra lo sceicco Mohammed bin Zayed al-Nahyan, il principe ereditario di Abu Dhabi, per discutere di come «approfondire i legami tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare le questioni economiche e regionali», ha affermato una nota dell’ufficio di Bennett. C’è da ritenere che i due discuteranno di Sudan, tra le questioni regionali più scottanti.

«In passato, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno investito molto in Sudan, sia durante l’era dell’ex Presidente Omar al-Bashir, sia dopo la sua rimozione dall’incarico, nel 2019. Nel 2015, Bashir si è unito alle forze della coalizione araba e ha fornito supporto militare alla guerra saudita in Yemen». Dopo l’uscita di scena di al-Bashir, «il sostegno degli Emirati e dell’Arabia Saudita alla giunta sudanese non solo è continuato, ma è aumentato in modo significativo. È evidente che Abu Dhabi e Riyadh hanno sviluppato una relazione speciale e forte con Burhan e Hemedti, fornendo loro enormi risorse politiche, finanziarie, economiche ediplomatiche, sostegno al fine di garantirsi la lealtà e la subordinazione. Pertanto, quando Burhan ha organizzato il suo colpo di stato il 25 ottobre, entrambi i Paesi hanno avuto risposte simili ma non hanno condannato chiaramente il colpo di Stato. Hanno seguito l’Egitto e hanno invitato le parti sudanesi a praticare l’autocontrollo e la riduzione dell’escalation. Chiaramente, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita non vorrebbero vedere mosse verso un governo democratico in Sudan. Questo perché, insieme all’Egitto, rappresentano forze antidemocratiche; per proteggere i loro interessi strategici nella regione, devono controllare completamente il regime di Khartoum. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita ritengono che un governo civile in Sudan potrebbe comportare la perdita del sostegno politico e militare sudanese non solo per la guerra nello Yemen ma in altre parti della regione, e in particolare in Libia, dove entrambi i Paesi sono coinvolti e sostengono il signore della guerra Khalifa Haftar. Inoltre, perdere il Sudan significa perdere un vantaggio strategico nel Corno d’Africa dove entrambi i Paesi, insieme a Israele ed Egitto, stanno tentando di esercitare il controllo. Abu Dhabi e Riyadh temono anche che un governo eletto in Sudan possa cambiare marcia nella sua politica verso altri attori regionali come la Turchia, il Qatar o l’Iran, e questo potrebbe influenzare i loro interessi. Infine, entrambi i Paesi, insieme all’Egitto, sono consapevoli del crescente sentimento pubblico tra i giovani arabi, in particolare in Sudan, contro le politiche controrivoluzionarie nella regione; credono che solo i militari possano sopprimere questo sentimento e impedirne la diffusione nella regione».

E infine, Israele, con la sua paura di perdere il Sudan.

«Dalla rimozione di Bashir, Israele ha cercato di sviluppare relazioni speciali con la giunta sudanese, che è diventata di fatto il governatore del Paese. Usando la sua influenza politica con l’Amministrazione Trump insieme al peso finanziario degli Emirati Arabi Uniti, Israele è riuscito a trascinare il Sudan per unirsi alla lista dei Paesi arabi che hanno normalizzato i legami con Tel Aviv. Pertanto, negli ultimi due anni, i funzionari israeliani hanno sviluppato un rapporto speciale con Burhan e Hemedti, i quali sembrano entrambi entusiasti della normalizzazione con Israele in cambio di un guadagno politico ed economico. Dal colpo di Stato di Burhan, Israele ha monitorato da vicino la situazione in Sudan con la speranza che non influisca sul processo di normalizzazione tra i due Paesi. Nonostante l’annuncio di normalizzare i rapporti tra Khartoum e Tel Aviv, un accordo ufficiale deve ancora essere approvato e firmato. Non a caso, una delegazione israeliana che includeva membri del servizio di intelligence del Mossad ha visitato Khartoum pochi giorni dopo il colpo di Stato per valutare la situazione e assicurarsi che non influisse sul processo di normalizzazione. Inoltre, gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di usare i suoi legami con Burhanper porre fine al golpe, segno di quanta influenza abbia Israele sulla giunta sudanese. Chiaramente Israele teme che il golpe di Burhan possa danneggiare, o almeno rallentare, le sue ambizioni di normalizzazione sia con Khartoum che con altri Paesi arabi».

Il colpo di Stato di Abdel-Fattah al-Burhan, conclude Khalil al-Anani, «rivela la complessità delle dinamiche regionali in Medio Oriente e Nord Africa e il modo in cui influiscono sulla situazione in Sudan. È anche un’altra testimonianza del fatto che la Primavera araba rimane una minaccia chiave per i regimi autoritari nella regione e per i loro alleati, che continuano a essere pronti a fare tutto il necessario per fermare le nascenti mosse verso il cambiamento politico e la democratizzazione».

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