domenica, Giugno 20

Sudan: giovani adolescenti sfidano la Sharia

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Seppur registrando la totale assenza di abbigliamenti spinti (tra i quali la minigonna) le ragazze possono indossare jeans attillatissimi che non lasciano spazio ad immaginazione rivelando le voluttuose curve del corpo. Discrete ma presenti anche le prostitute straniere in cerca di diplomatici, occidentali e uomini d’affari arabi. I miglior punti per la prostituzione rimangono comunque i grandi hotel dove il cliente può disporre di prostitute sud sudanesi, nigeriane, camerunesi, libiche, egiziane, filippine, cinesi e ucraine dai prezzi esorbitanti. Per allietare la notte il cliente può accedere anche ai super alcolici serviti all’interno della stanza.

È in questo contesto di repressione sociale affiancata alla religione che dal 2016 è nato un fenomeno di ribellione giovanile accuratamente nascosto dal regime. La ribellione è stata ideata e concretizzata da giovani ragazze della media alta borghesia di una fascia di età compresa tra i 16 e i 22 anni che rifiutano di portare il Hijab (la forma di velo islamico più moderata che lascia scoperto il volto). Sul tema sono sorti gruppi nei principali social network: Facebook, Viber, Whatsapp, che discutono tematiche assai complesse quali il rapporto tra islam e laicità, le libertà civili, l’emancipazione femminile, il ruolo della donna nel Islam moderno. Sono tutti gruppi chiusi ove si accede previa autorizzazione dell’amministratore. I profili sono rigorosamente anonimi. Nel caso di Viber e Whatsapp si utilizzano carte SIM Sudani e Zain non registrate, facilmente reperibili al mercato nero. Una necessaria precauzione contro i tentativi di intrusione della buon costume per scoprire l’identità delle attiviste.

Le giovani ragazze della borghesia sudanese non si limitano a scambiarsi opinioni politiche, religiose e sociali in questi gruppi ospitati dai social network. Organizzano vere e proprie manifestazioni chiamate ‘raid’. Presso la capitale l’unico ritrovo pubblico dove è tollerata l’assenza del Hijab è Ozone. Le giovani ‘sovversive’ organizzano incontri in altri ritrovi pubblici: ristoranti, gelaterie, centri commerciali, teatri preferiti per le loro manifestazioni di protesta. Gruppi di dieci, quindici ragazze si danno appuntamento in un ritrovo pubblico prestabilito tutte vestite alla occidentale e senza Hijab, come segno di protesta contro la Sharia da loro considerata giustamente uno strumento di repressione e controllo sociale.

Secondo questi gruppi ribelli la Sharia è un testo sacro validissimo e utile per regolare la moralità della comunità musulmana che riguarda la sfera privata della religione. In alcun caso la Sharia deve essere imposta da un governo per autolegittimarsi. Le manifestazioni organizzate da queste ragazze attirano l’attenzione popolare e le simpatie della gente comune in maggioranza contraria al regime e ad ogni forma radicale del Islam. Le ragazze dai jeans attillati e senza Hijab si muovono in gruppo, ridendo e chiacchierando di gossip locali ad alta voce per attirare l’attenzione. Immediatamente giunge l’intervento della buon costume informata da zelanti cittadini o dai proprietari dei locali pubblici che non desiderano guai con il regime.

La casta sociale a cui appartengono queste ragazze le protegge dalle violenze normalmente subìte dalle donne delle classi sociali più povere. Vengono portate al posto di polizia più vicino per controllare le loro identità e subire una predica morale. Dopo di che vengono consegnate illese alle proprie famiglie che saranno successivamente convocate ai comandi della buon costume per ricevere consigli da un Iman su come controllare gli eccessi e gli ardori giovanili delle loro figlie. Il ripetersi delle manifestazioni da parte di ragazze recidive evidenzia una non ufficiale complicità dei loro parenti. La borghesia sudanese è di natura laica, intenta a fare affari e soldi. Sostiene il regime per pura convenienza ma non aderisce ai movimenti del Islam radicale, considerati arcaici.

Esiste una sostanziale differenza tra la vecchia e la nuova generazione della borghesia sudanese. I padri, pur mantenendo un approccio laico alla vita, non mettono in discussione la Sharia in quanto ne traggono evidenti vantaggi di controllo sociale delle classi inferiori. Le nuove generazioni invece si spingono alla messa in discussione radicale della Sharia. Ferma la convinzione sulla necessità di una netta separazione tra Stato e religione. Nel loro pensiero l’Islam deve riguardare la sfera privata della vita individuale e agire come istituzione religiosa che consiglia e non impone la sua visione della moralità e della vita di un buon mussulmano. Il controllo sociale, necessario per garantire i privilegi di casta, si può ottenere con altri più sottili ma efficaci mezzi.

Il fenomeno sembra inarrestabile fino al punto che il regime è sceso a compromessi. Ordini non ufficiali sono stati diramanti a polizia e alla buon costume per tollerare gruppi di ragazze senza Hijab non superiore a tre persone a condizione che non attirino troppo l’attenzione con risate, urla di gioia e conversazioni scabrose ad alta voce. Un compromesso obbligato per il regime in quanto se l’ala ortodossa islamica rappresenta un importante alleato politico, l’alta borghesia sudanese è il pilastro economico su cui si basa il potere di Bashir. La speranza del regime è che queste manifestazioni di libertà rimangano sconfinate ad ‘eccentriche’ giovani ricche ragazze e non contagino le masse popolari.

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