sabato, Dicembre 4

Sudan: come e perchè il colpo di Stato del front-man al-Burhan L'Esercito ha detto basta al gioco della democrazia, e ha ripreso il controllo del Sudan. Scene e protagonisti già visti. La motivazione: non perdere il potere economico-finanziario determina la dipendenza finanziaria del governo civile dai generali

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Poche ore di caos -arresto del Primo Ministro, Abdalla Hamdok, e di altri vertici del governo di transizione, irruzione nella sede della televisione, chiusura dell’aeroporto di Khartoum-, e poi il generale Abdel Fattah al-Burhan è apparso in TV annunciando lo scioglimento del Governo di transizione e del Consiglio sovrano di transizione (da lui presieduto), lo stato d’emergenza e la sospensione di diversi articoli della Costituzione. Insomma: golpe. L’Esercito ha detto basta al gioco della democrazia, e ha ripreso il controllo del Sudan. Scene e protagonisti già visti. Il front-man è sempre lui, Abdel Fattah al-Burhan.

61 anni, nato in una famiglia sufi in un villaggio a nord di Khartoum, Burhan ha studiato in un college dell’Esercito sudanese, poi in Giordania e all’accademia militare egiziana del Cairo, dove tra i suoi compagni allievi c’era il futuro Presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi. Al-Burhan e al-Sisi sono amici di vecchia data, sebbene il generale sudanese abbia affiliazioni con i tipi di movimenti islamisti che Sisi ha bandito. Ilprimo viaggio internazionale di Al-Burhan dopo essere diventato de facto capo di Stato del Sudan è stato in Egitto, nel maggio 2019. Da lì è andato poi negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, gli altri due grandi sostenitori (e finanziatori) del Sudan dei militari. Al-Burhan ha descritto Riyadh come uneterno alleato‘ e ha rapporti di lunga data con i comandanti militari di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.  

All’inizio della sua carriera, al-Burhan ha prestato servizio per un breve periodo come addetto militare del Sudan a Pechino. La sua carriera militare si sviluppa tutta sotto al-Bashir,diventato una figura di spicco per le operazioni sudanesi in Sud Sudan, Darfur e Yemen dove, come capo delle forze armate, ha contribuito a sostenere le forze armate saudite, guidando la coalizione con i mercenari sudanesi. Secondo Smith, «al-Burhan è stato assolutamente determinante per la devastazione causata nel Darfur», dice Smith di al-Burhan, che ha combattuto nella regione ed è stato un colonnello dell’intelligence militare che ha coordinato gli attacchi dell’Esercito e della milizia contro i civili nello Stato del Darfur occidentale dal 2003 al 2005. I leader del Darfur non hanno dubbi sul ruolo che ha svolto. Lo sceicco Matar Younis del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza del Darfur ha descritto al-Burhan come «un sanguinario assassino del popolo sudanese in Darfur da prima del 2014». E’ stato considerato coinvolto nella «pianificazione e realizzazione di genocidi, incendi di villaggi e sfollamento di residenti disarmati». A queste accuse al-Burhan ha sempre risposto che stava eseguendo gli ordini e che ciò che è accaduto in Darfur -considerato un genocidio- è stata una guerra in cui ciascuna parte avrebbe naturalmente accusato il suo avversario di fare cose terribili. E’ in quel periodo in Darfur che entra in contatto con il signore della guerra Mohamed Hamdan Dagolo (conosciuto come Hemeti), diventato il capo dei Janjaweed, le milizie arabe che portarono morte e disperazione nel Darfur, e che da allora si sono trasformate nelle Rapid Support Forces (RSF), con Hemeti ancora oggi al timone. I rapporti tra i due sono al centro delle vicende sudanesi di queste ore.

Nell’aprile 2019 al-Burhan aveva annunciato l’uscita di scena -dopo 30 anni- di Omar al-Bashir-salito al potere nel 1989 come figura militare di un colpo di Stato segretamente pianificato da elementi dei Fratelli musulmani sudanesi-, ora, a distanza di due anni, eccolo ad annunciare la fine di quella transizioneda lui voluta -a nome e per conto dei militari- e da lui impersonata come capo di Stato de facto.
Appena 48 ore prima, al-Burhan aveva garantito a Jeffrey Feltman, l’inviato speciale degli Stati Uniti nel Corno d’Africa, che sarebbe rimasto fedele al governo civile, che tutto stava procedendo bene. E tutto, di fatto, procedeva nella direzione voluta dai militari, l’unico vero potere forte del Paese.
Gli analisti più attenti lo stavano ripetendo da mesi. «La transizione del Sudan verso il governo costituzionale sta fallendo: la riforma delle istituzioni politiche non è iniziata, mentre il Paese affronta un’intensificarsi della crisi economica, un drammatico declino delle condizioni di vita e un’esplosione di violenza localizzata», sintetizzava in un rapporto, già a giugno, Jean-Baptiste Gallopin del European Council on Foreign Relations (Ecfr).
Le motivazioni del fallimento già evidente erano tutte riconducibili al potere militare, che da dopo l’uscita di scena di al-Bashir si è cristallizzato e in qualche modo perfino rafforzato. «L’ala civile dello Stato sudanese è in bancarotta», proseguiva Gallopin, i potenti generali, «controllano una rete tentacolare di società e mantengono la banca centrale e il Ministero delle finanze in vita per ottenere il potere politico». In ciò si innesta poi il ruolo degli attori regionali: «Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sembrano posizionare un leader paramilitare noto come Hemedti, come prossimo sovrano del Sudan, ma l’Esercito è ferocemente ostile nei suoi confronti. I Paesi occidentali e le istituzioni internazionali hanno deluso l’ala civile del governo: non sono riusciti a fornire il sostegno finanziario e politico che avrebbe consentito al Primo Ministro Abdalla Hamdok di tenere testa ai generali».

Nonostante il fatto che una ‘dichiarazione costituzionale’ metta il governo a maggioranza civile a capo del Paese, afferma Jean-Baptiste Gallopin, «i generali stanno in gran parte comandando. Controllano i mezzi di coercizione e una rete tentacolare di compagnie parastatali,che catturano gran parte della ricchezza del Sudan e consolidano il loro potere a spese dei partner civili nel governo».

Il potere finanziario, che si traduce in potere politico assoluto dei militari, determina la dipendenza finanziaria del governo civile dai generali, il che crea un’asimmetria di potere che alla fine ha reso facile il colpo di Stato di ieri. I generali hanno lasciato i civili giocare al gioco della democrazia fin tanto che è stato nel loro interesse, nel frattempo hanno ampliato il loro raggio d’azione, dietro il paravento della transizione, e poi hanno detto basta e hanno staccato la spina.

Questo potere finanziario dei militari è stato radiografato da Gallopin dopo un lavoro durato mesi, condotto intervistando «alti politici sudanesi, consiglieri di gabinetto, funzionari di partito, giornalisti, ex ufficiali militari, attivisti e rappresentanti di gruppi armati, nonché diplomatici stranieri, ricercatori, analisti e funzionari di istituzioni internazionali».
Burhan e Hemedti competono per il controllo dell’impero dei militari. «Burhan ha affidato alla Military Industry Corporation -una holding del Sudanese Armed Forces (SAF) che possiede centinaia di aziende- la responsabilità di molte delle società un tempo di proprietà dei leader del National Congress Party (NCP) e della famiglia di Bashir, mentre la Rapid Support Forces (RSF)», controllata da Hemedti «ha acquisito il controllo di molte delle attività precedentemente gestite dal National Intelligence and Security Service (NISS). Inoltre, i militari ora conservano i profitti delle società SAF che, sotto il precedente regime, erano in gran parte incanalate al NCP».
«Oggi
l’apparato militare e di sicurezza partecipa o possiede società coinvolte nella produzione ed esportazione di oro, petrolio,gomma arabica, sesamo e armi; l’importazione di carburante, grano e automobili;telecomunicazioni; bancario; distribuzione dell’acqua; contrattazione; costruzione; sviluppo immobiliare; aviazione; autotrasporti; servizi di limousine; e la gestione di parchi turistici e sedi di eventi. Le aziende della difesa producono condizionatori d’aria, tubi dell’acqua, prodotti farmaceutici, prodotti per la pulizia e tessuti.Gestiscono cave di marmo, concerie di cuoio e macelli. Anche l’azienda che produce le banconote del Sudan è sotto il controllo del settore della sicurezza.
Poiché sono attori centrali nei mercati delle importazioni di carburante e grano, le società di proprietà della SAF e della RSF beneficiano direttamente dei sussidi su queste materie prime (e sono ben posizionate per ottenere ulteriori profitti deviandoli sul mercato nero). Per esempio, SIN, un’azienda che era precedentemente di proprietà del NISS e che Burhan ha recentemente portato sotto l’autorità esclusiva della SAF, secondo quanto riferito controlla il 60 percento del mercato del grano».
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Dopo la rivoluzione, al-Burhan ha incaricato dei lealisti di gestire molte società controllate dai militari. Il generale Al-Mirghani Idris, un amico di Burhan dai tempi del Military College, è ora a capo della Military Industry Corporation. Il generale Abbas Abdelaziz -un ex capo della RSF che è anche un caro amico di Burhan- è ora a capo di Al-Sati, un’altra holding. Un altro ex compagno di classe, il generale Mohalab Hassan Ahmed, è diventato il capo della Martyrs’ Organisation, una holding che in precedenza ha finanziato l’NCP e che ha investimenti in miniere d’oro e luoghi di intrattenimento. La necessità di garantire che queste società realizzino un profitto sembra aver incoraggiato Burhan -che inizialmente ha epurato molti importanti ufficiali islamisti dai ranghi della SAF e del NISS- a far uscire dalla pensione alcuni suoi fedeli amici.»
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Fino a poco tempo, la RSF ha concentrato le sue attività commerciali sul mercato dell’oro, che controlla in gran parte, nonché su costruzioni, appalti e traffico di esseri umani. Ma l’RSF ha ampliato le sue attività economiche nell’ultimo anno. L’organizzazione sta utilizzando la valuta forte che guadagna dalle vendite di oro a Dubai per acquistare progetti agricoli e immobili. In un recente acquisto, secondo quanto riferito, la RSF ha acquisito 200.000 acri di terreno agricolo nell’area settentrionale; il progetto prevede lo scavo di un canale di irrigazione al Nilo».

«Queste società sono avvolte nel segreto;corruzione ad alto livello e conflitti di interesse rendono porosi i confini tra fondi privati e pubblici. Hemedti, ad esempio, non ha più alcun coinvolgimento ufficiale in Al-Juneid, la holding gestita da suo fratello, Abdelrahim Daglo. Non è chiaro se i profitti di Al-Juneid finanzino le operazioni della RSF, anche se alcune fonti ritengono che l’attività rientri nel ramo delle operazioni speciali dell’organizzazione. Le compagnie militari, d’altra parte, appartengono allo Stato sudanese, ma le loro posizioni dirigenziali offrono opportunità lucrative per appropriazione indebita, il che significa che le nomine fanno parte di un sistema di premi per la fedeltà.

Sebbene sia difficile stimare i profitti di queste società, occasionali scorci sulle loro attività mostrano che hanno accesso a considerevoli quantità di denaro. Al-Juneid, una società fondata da Hemedti, ha venduto circa 1 tonnellata d’oro a Dubai, per un valore di circa 30 milioni di dollari, durante un periodo di quattro settimane nel 2018, una cifra che suggerisce un fatturato annuo di 390 milioni di dollari. A maggio, la Multiple Directions Company, una sussidiaria della Military Industry Corporation, ha inaugurato in pompa magna il mattatoio industriale Kadaru -un investimento del valore di 40 milioni di dollari, la cui prima spedizione è andata in Arabia Saudita. Hemedti sta attualmente costruendo un mattatoio della stessa dimensione a nord di Khartoum»

«Il governo di Hamdok non ha né il controllo su queste aziende né l’accesso ai loro libri».

I generali, prosegue il rapporto di Jean-Baptiste Gallopin, «stanno usando denaro oscuro per mantenere il governo civile in vita, assicurandosi che rimanga dipendente da loro. Dopo aver promesso di contribuire con 2 miliardi di dollari al bilancio del governo per il 2020, il SAF ha arbitrariamente ridotto la cifra a 1 miliardo di dollari, incolpando la crisi economica causata dal covid-19. Secondo quanto riferito, la Military Industry Corporation ha tappato un buco di 70 milioni di dollari nel bilancio del governo civile dopo che Hamdok ha concordato un accordo con le vittime dell’attentato dinamitardo dell’ottobre 2000 alla USS Cole -del quale i tribunali statunitensi hanno ritenuto responsabile lo stato sudanese- come parte di uno sforzo per rimuovere il Sudan dalla lista degli sponsor del terrorismo. Hemedti ha finto di aver trasferito al governo la sua concessione a Jebel Amer, la più grande miniera d’oro del Darfur, ma il valore della struttura non è chiaro. E i suoi contributi alla banca centrale sono stati cruciali nel posizionarlo come capo del comitato economico di emergenza».

«I leader civili avevano sostanzialmente raggiunto i limiti della loro capacità di riformare lo spazio politico ed economico senza che i militari cedessero spazio» e perdessero potere, afferma Cameron Hudson, Senior Fellow dell’Atlantic Council, già a capo dello staff degli inviati speciali presidenziali per il Sudan durante il periodo della separazione del Sud Sudan dal Sudan e già Direttore per gli affari africani nello staff del Consiglio di sicurezza nazionale alla Casa Bianca. «La struttura di governo di transizione, divisa tra i leader civili che hanno contribuito a rovesciare Bashir nel 2019 e i potenti servizi di sicurezza del Sudan, si stava sgretolando, con i militari particolarmente timorosi di perdere la presa sul potere». Infatti, potere e ricchezza «erano minacciate dal governo a guida civile.Quest’anno al-Burhan doveva dimettersi dalla presidenza militare del Consiglio sovrano, per essere sostituito da un civile nominato», afferma ‘Middle East Eye‘. Non bastasse, sia al-Burhan che Hemeti sono «consapevoli di essere ritenuti responsabili per azioni passate in Darfur, e al-Burhan ha esercitato pressioni per sciogliere il Consiglio dei ministri a guida civile, secondo, ‘Africa Confidential‘».
Negli ultimi mesi l’economia del Paese è peggiorata, «una ripresa a tutti gli effetti… non sarebbe mai stata raggiunta senza che i militari rinunciassero al controllo sulle principali parti dell’economia che generano entrate», dalle operazioni portuali all’estrazione dell’oro alle esportazioni di bestiame, afferma Cameron Hudson. I militari hanno colto l’occasione per fomentare il malcontento e accusare il governo di ignorare i bisogni della gente, così da giustificare il colpo di Stato, più o meno stessa tattica usata per destituire Omar al-Bashir.
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Questo è il golpe di Burhan e Hemeti», ha detto Patrick Smith, direttore di ‘Africa Confidential‘, «ma il rapporto tra i due uomini è difficile perché, tra l’altro, Hemeti si proietta come leader all’estero, ed è più vicino al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e al principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed. Burhan è considerato l’uomo d’Egitto».
I militari non volevano e non potevano permettersi di perdere questo enorme potere economico-finanziario, non potevano per motivazioni non solo di ovvio interesse personale, anche politiche, geostrategiche.
William F. Wechsler, direttore senior del Centro Rafik Hariri e dei programmi per il Medio Oriente presso l’Atlantic Council, e Presidente del Center on Illicit Networks and Transnational Organized Crime Afferma: «
La presa di potere dell’Esercito si ripercuoterà ben oltre il Sudan. La maggior parte delle potenze regionali con interessi in Sudan non hanno mai pienamente condiviso l’impegno di Washington per una transizione democratica, e alcuni vicini accoglieranno senza dubbio in silenzio il colpo di Stato e la sua presunta promessa di maggiore stabilità, in un Paese che ora ha sofferto circa sedici tentativi di colpo di stato dal 1956».
Gli stretti legami, poi, tra il generale Abdel Fattah al-Burhan, e il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi potrebbero avere conseguenze che vanno ben oltre il Sudan. Al-Sisi e al-Sisi, sostiene Smith, sono due leader militari uniti dal «bene più grande di fermare la democrazia», e per farlo non esitano a mettere in campo tutte le loro forze. Si guarda in particolare all’Etiopia, all’escalation nella regione del Tigray che ha coinvolto il Sudan, e alla Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd) in costruzione sul Nilo Azzurro, al confine tra Etiopia e Sudan, per la quale, in primavera, Egitto e Sudan avevano compiuto passi verso un’escalation diplomatica e militare. La diga rinascimentale, la cui costruzione è iniziata nell’aprile 2011, è considerata il più importante progetto nazionale per l’Etiopia nella sua storia moderna. Egitto e Sudan sono preoccupati per la capacità dell’Etiopia di controllare il flusso del Nilo attraverso la diga, e quindi cercano un accordo vincolante sul suo riempimento e funzionamento, accordo fino ad ora non trovato principalmente per responsabilità etiope. Il Cairo considera la diga etiope una minaccia esistenziale, poiché l’Egitto dipende dal Nilo per circa il 97% delle sue risorse idriche. A marzo, il Presidente al Sisi si era recato a Khartoum per un incontro con il generale al-Burhan, e al centro dei colloqui proprio l’Etiopia.
In questi mesi l’Etiopia ha proseguito il riempimento della diga e la guerra civile all’interno del Paese non ha fatto altro aggravarsi.
Al-Burhan si trova ora nella posizione di al-Sisi in Egitto, e i vecchi compagni di scuola potrebbero decidere azioni di forza congiunta, l’Egitto ha sempre ambito ad avere un governo a Khartoum che si schierasse senza ambiguità con il Cairo nella sua disputa con Addis Abeba.

Proiezioni per ora ancora lontane. «Il generale Mohammed Hamdan Dagalo , ha fatto un passo indietro. Questa potrebbe essere una mossa tattica se Burhan dovesse cadere in mare come il suo predecessore, Beshir», afferma ‘Africa Confidential‘. «Finora il Presidente Abdel Fatteh el Sisi sembra aver calcolato, come Riyadh e Abu Dhabi, che l’aperto sostegno al putsch di Burhan potrebbe ritorcersi contro». «I prossimi giorni si riveleranno critici per Burhan e la sua nuova giunta. Ci sono pochi segni che abbia un piano diverso dalla sopravvivenza del regime di fronte a una diffusa opposizione. Ciò suggerisce qualcosa di simile alla giunta in Myanmar, ma che presiede a una situazione più volatile e a un’economia in crisi. Anche gli ovvi sostenitori della giunta di Burhan –Cina, Russia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti- devono ancora offrire alcun supporto diplomatico, per non parlare di denaro contante». 

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