sabato, Dicembre 4

Sudan: anche i generali sbagliano Un grosso abbaglio ha fatto deragliare il colpo di Stato dei militari. Errori di sottovalutazione e di analisi politica internazionale da parte dei generali golpisti

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In Sudan il golpe militare del 25 gennaio sta fallendo. E la colpa è dei suoi stessi autori, i generali golpisti. Nel fine settimana nuove manifestazioni di protesta hanno riempito le strade della capitale, mentre la diplomazia internazionale cerca di tirare fuori i generali dal pasticcio in cui si sono cacciati per la loro imprevidenza e tentare si salvare il Paese se non proprio la tansizione.

Errori di sottovalutazione e di analisi politica internazionale.

Il primo errore di sottovalutazione dei golpisti è stato probabilmente l’aver pensato che al resto della regione non sarebbe importato nulla del loro colpo di Stato. L’Esercito sudanese «forse aveva fiducia -o presumeva- che la regione avrebbe chiuso un occhio», in particolare Egitto e gli Stati del Golfo come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, i quali «hanno indubbiamente influenzato la traiettoria della transizione», ha affermato Joseph Tucker, esperto senior per il Grande Corno d’Africa presso l’United States Institute of Peace (USIP).
Sottovalutazione parzialmente giustificabile, per altro. Infatti, secondo Foreign Policy‘, «i generali dell’ex regime hanno premuto il grilletto e hanno lanciato il colpo di Stato dopo aver ricevuto assicurazioni che i poteri regionali avrebbero sostenuto il ripristino di una dittatura militare. Negli ultimi mesi, il massimo generale militare sudanese, Abdel Fattah al-Burhan, e il suo famigerato secondo in comando e leader della violenta milizia janjaweed, Mohamed Hamdan Dagalo, più noto come Hemeti, hanno ricevuto un aperto sostegno da potenti governi in la Regione». «Il golpe è stato diretto dall’interno del Paese, ma non ritengo che i militari lo avrebbero fatto senza sapere che avrebbero avuto un appoggio esterno», ha dichiarato a Middle East Eye Jacqueline Burns, esperta analista politica della RAND Corporation ed ex-consulente strategico per il Sudan presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Altresì, i militari hanno sottovalutato l’arma economica in mano alla comunità internazionale e la loro vulnerabilità a questa arma.
Gli Stati Uniti, già il 25 ottobre, hanno
sospeso l’assistenza al Sudan per 700 milioni di dollari. La Banca Mondiale ha interrotto l’erogazione di circa 2 miliardi di dollari in aiuti. La Francia sta cercandodi congelare un accordo di cancellazione del debito da 14 miliardi di dollari concordato dai creditori di Khartoum il 17 maggio, fino a quando non ci saranno progressi nei negoziati politici. L’Unione Africana (UA) ha sospeso il Sudan, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha invitato i militari «a ripristinare il governo di transizione a guida civile» e ha esortato le parti a dialogare con l’obiettivo di ripristinare la transizione democratica del Paese. La reazione di altri attori percepiti come più solidali con i generali, in particolare l’Arabia Saudita e la Lega Araba, è stata più contenuta, però c’è stata, anche perchè gli Stati Uniti hanno subito cercato di esercitare una certa pressione sugli Stati del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, per convincerli a usare la loro influenza per depotenziare i militari e riavvolgere il nastro del golpe.

Secondo fronte di sottovalutazione: la popolazione. Come per la deposizione di Omar al-Bashir nel 2019, la popolazione si è attivata, attivisti politici e cittadini hanno formato una coalizione che si è opposta pacificamente al golpe. Decine di migliaia di civili sono scesi nelle strade di Khartoum e di altre grandi città per protestare.
Altra condizione sfavorevole sottovalutata dai golpisti sono le divisioni, la rivalità tra Hemeti e al-Burhan, che per questo non si presentano come un fronte unito. Lo ‘scisma’ tra le due forze militari, le Sudanese Armed Forces (Forze armate del Sudan) e le Rapid Support Forces (Forze di Supporto Rapido -RSF), creerà problemi per i golpisti. I militari non rappresentano un fronte unito per sostenere il colpo di Stato, soprattutto le seconde file sono solidali con la popolazione, e lo scontro tra i due demotiva ulteriormente i loro uomini. I rapporti suggeriscono che i leader junior sono scontenti della leadership di al-Burhan e si rifiutano di seguire le istruzioni e difendere il colpo di Stato. Il tutto si aggiunge alla pessima immagine che i militari hanno presso la popolazione. Più la situazione diventa ingovernabile, maggiore è la probabilità che il Sudan entri in una spirale politica ed economica che potrebbe frantumare l’Esercito e portare a un contro-golpe.

«In cima alla lista degli errori dei golpisti c’era la loro incapacità di leggere le dinamiche internazionali intorno al Sudan», afferma ‘Africa Confidential‘. «Né il generale Abdul Fatteh al-Burhan, né il generale Mohamed Hamdan Dagalo‘Hemeti’, hanno avuto molta capacità predittivaal di fuori dell’Egitto e degli Stati del Golfo, il che potrebbe spiegare i loro errori di calcolo. Potrebbero anche aver pensato che la normalizzazione delle relazioni con Israelesarebbe stata sufficiente per placare i governi occidentali. Questo è stato un altro passo falso».
L’inviato speciale degli Stati Uniti nel Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, ha incontrato i funzionari sudanesi all’inizio di ottobre. In quell’incontro Feltman avrebbe detto loro di attenersi alla transizione democratica, in caso contrario avrebbero perso il sostegno degli Stati Uniti. Al-Burhan e Hemeti hanno rassicurato l’inviato, e poco dopo hanno dato il via al golpe.
Non hanno capito che la menzogna a Washington l’avrebbero pagata cara, come ha riconosciuto anche l’ambasciatore di Khartoum in USA, Nureldin Satti.

Si sono inimicati poi la Francia, la quale, afferma ‘Africa Confidential‘ «aveva buoni rapporti con Hemeti grazie alla sua famiglia e ai suoi legami d’affari in Ciad e Niger. Ma non ha comunicato a Parigi, che avrebbe dovuto inviare un alto funzionario dell’intelligence a Khartoum, nessun avvertimento dell’imminente colpo di Stato. Nessuno crede all’affermazione di Hemeti che è stato coinvolto nel colpo di Stato troppo tardi per avvertire» francesi ed altri.

«Solo Mosca ha sostenuto senza riserve al-Burhan e Hemeti, bloccando per diversi giorni le discussioni al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e una rapida condanna del golpe. La Russiaha coltivato per anni legami con l’intelligence militare e i servizi di intelligence e sicurezza nazionali (NISS). Mosca era a disagio per i dubbi dei civili sulla base militare pianificata dalla Russia a Port Sudan, che le darebbe un maggiore accesso al Mar Rosso. Hemeti, che aveva coinvolto compagnie russe in progetti di sicurezza e minerari, era diventato più attento con Mosca negli ultimi 18 mesi. Ciò è dovuto all’aggravarsi della crisi nella Repubblica Centrafricana (che contrappone Mosca a Parigi) insieme ai suoi interessi commerciali in Ciad e Niger che potrebbero soffrire se offende Parigi», come appunto ha fatto, facendo reagire immediatamente l’Eliseo usando l’arma economica. La Russia non può permettersi di finanziare un regime militare a Khartoum, afferma ‘Africa Confidential‘. «La Cina, che ha lavorato a fianco della Russia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, potrebbe salvare Khartoum se lo volesse. Ma il Sudan non è così importante per Pechino come lo era nei primi anni 2000. E la Cina ha altre ambizioni nel Corno che si complicherebbero se scegliesse di confrontarsi con l’Occidente sul Sudan».

Il Sudan è da decenni al centro degli interessi dei Paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita,Emirati Arabi Uniti, oltre che Qatar. Fin dagli anni ’70 i Paesi della Penisola Arabica hanno considerato il Sudan un granaio da sfruttare per soddisfare la propria domanda interna di cibo, considerata la loro mancanza di terreni agricoli. Interesse per il Sudan, che ha acquistato poi anche una dimensione geopolitica. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno lanciato una strategia volta a costruire partenariati commerciali,politici e militari con diversi Paesi dell’Africa orientale, incluso il Sudan, per crearsi una rete di alleati a sostegno delle loro politiche nella regione. Uno degli obiettivi principali delle azioni saudite ed emiratine è stato il contenimento dell’influenza iraniana nell’Africa orientale.

«Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Unitisono strettamente legati al-Burhan e alla giunta militare, ma anche loro hanno limiti finanziari e diplomatici». Soprattutto diplomatici, infatti, nei giorni scorsi, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno chiesto l’immediato ripristino di un governo a guida civile in Sudan, rispondendo prontamente alle pressioni degli Stati Uniti. Se è vero che la generosità reale del Golfo ha rafforzato l’esercito del Sudan nelle sue manovre dopo la caduta di Bashir -«Il sostegno finanziario dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti ha dato ai generali un margine cruciale per resistere alle richieste popolari di governo civile, plasmando un equilibrio di potere sbilanciato che ha permesso ai generali di navigare in un periodo di mobilitazione di massa», ha scritto lo studioso sudanese Jean-Baptiste Gallopin. «I flussi finanziari segreti degli Emirati hanno successivamente guadagnato loro una leva senza precedenti su ampi segmenti dello spettro politico, che ha aiutato i generali a consolidare il loro potere»-, ora la situazione è cambiata.
«L’Egitto ha inviato il suo capo dell’intelligence generale
Abbas Kamel a Khartoum il giorno dopo il colpo di Stato. Il Presidente egiziano Abdel Fatteh al-Sisi vede l’esperimento democratico in Sudan come una minaccia interna, e sostenere Burhan ha senso». Ma anche l’Egitto è stato molto cauto nel pronunciarsi a fianco dei golpisti, per quanto abbia rifiutato di firmare la dichiarazione congiunta di cui sopra con Arabia Saudita, Emirati, USA, Regno Unito.

«L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti condividono la stessa sfiducia nei confronti dei regimi democratici ma ci sono differenze. Gli Emirati Arabi vogliono soprattutto porre fine all’influenza del Qatar a Khartoum. Entrambi gli Stati del Golfo hanno interessi economici sostanziali in Sudan che trarrebbero beneficio da un regime civile più stabile. Associando gli Emirati Arabi Uniti nella sua mediazione in Sudan, Washington ha legato le mani di Abu Dhabi. L’Arabia Saudita è stata tradizionalmente più cauta sul coinvolgimento diretto nella politica del Sudan. Entrambe le monarchie del Golfo vogliono rimanere vicine e quanto più influenti possibile a Washington in questo punto critico dei negoziati internazionali con Teheran sul Piano d’azione congiunto globale».
Il Cairo, Doha, Abu Dhabi e Riyadh devono trovare un equilibrio tra i loro programmi individuali per il Sudan -a partire dalla volontà di dare un duro colpo ai rivali regionali, tra cui Turchia e Qatar, che stanno cercando di farsi strada nella zona del Corno d’Africa, e certamente sono facilitati a farlo con un governo militare amico a Khartum- e le loro complicate relazioni con l’Occidente. I generali sudanesi non lo hanno tenuto presente.

Tutti questi fattori hanno determinato una serie di errori da parte dei militari nella valutazione del quadro internazionale e delle reazioni e dei comportamenti dei vari Paesi ‘amici’ che si sono rivelati fatali per la riuscita della loro operazione.

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