venerdì, Dicembre 3

Sudan: accordo per ripristinare la transizione in vista Il colpo di Stato dei militari guidati da Abdel Fattah al-Burhan è di fatto fallito, così i militari sono a torto collo interessati a raggiungere un accordo con i civili, il rischio infatti è che l'Esercito si spacchi e le violenze diventino per loro incontrollabili

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A poco più di una settimana dal colpo di Stato del 25 ottobre del generale Abdel Fattah al-Burhan volto a sciogliere il governo di transizione, in Sudan, le due componenti della transizionemilitari e civilisono impegnati in negoziati che dovrebbero dar vita a un un nuovo accordo di condivisione del potere. Al-Burhan e i suoi generali stanno cercando di far apparire il golpe come una iniziativa condotta nell’interesse del popolo sudanese, affermando che il governo civile non era riuscito a riattivare l’economia del Paese e a calmare le tensioni che potrebbero innescare un conflitto. Così, a colpo di Stato fallito -perchè di questo pare evidente oramai si tratta- il tentativo è quello diinvertire il nastro del golpe.

Colpo di Stato che si può dire fallito anche perchè il popolo sudanese si è mobilitato rapidamente e pacificamente contro il colpo di Stato, «ricordando le proteste che hanno rovesciato il dittatore Omar al-Bashir nell’aprile 2019», sottolinea Jonas Horner, Vicedirettore del progetto Corno d’Africa e analista senior per il Sudan di Crisis Group. Il quale riferisce che «Uomini e donne nella capitale Khartoum e altre città sono scese in piazza, manifestazioni culminate il 30 ottobre», con migliaia di persone in strada, manifestazioni nel corso delle quali sarebbero state uccide almeno venti persone. «Molti lavoratori sudanesi stanno ancora scioperando, paralizzando l’economia del Paese». «I manifestanti hanno anche eretto posti di blocco a Khartoum, lasciando deserte la maggior parte delle strade non utilizzate per le manifestazioni. Ulteriori proteste sono attese nei prossimi giorni con una serie di raduni a livello nazionale previsti per il 7 novembre».

I negoziati, secondo ‘Al Jazeerasi starebbero conducendo tra al-Burhan e il Primo Ministro destituito Abdalla Hamdok. E a tentare di favorire tali negoziati molteplicità di mediatori: L’ONU sta lavorando con una serie di rispettate figure nazionali delle quali si fidano sia i civili che i militari per guidare i negoziati diretti tra Burhan e il rappresentante speciale del segretario generale in Sudan, Volker Perthes. I rappresentanti dell’Unione Africana sono arrivati a Khartoum il 3 novembre per avviare colloqui volti a risolvere l’impasse. Ci sono anche le delegazioni israeliane e quella dei sud sudanesi a Khartoum, delegazioni che tra i civili non sono per nulla gradite in quanto ritengono che abbiano appoggiato il golpe. L’Egitto ha inviato il suo capo dell’intelligence generale Abbas Kamel a Khartoum il giorno dopo il colpo di Stato. E i rappresentanti dei servizi di intelligence egiziani starebbero tentando di mediare tra le autorità civili deposte e quelle militari.
«
Il fatto che i militari siano ora aperti a qualche tipo di negoziazione con i civili su quale forma di governo dovrebbe essere messa in atto mostra che i generali potrebbero aver sottovalutato la determinazione della strada», afferma Horner.

Ma probabilmente i generali hanno sottovalutato anche la reazione internazionale. «L’Unione africana (UA) ha sospeso il Sudan, mentre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha invitato i militari a ‘ristabilire il governo di transizione a guida civile’ e ha esortato le parti a dialogare con l’obiettivo di ripristinare la transizione democratica del Paese. Anche gli Stati Uniti il 25 ottobre hanno sospeso l’assistenza al Sudan per 700 milioni di dollari. La Banca Mondiale ha interrotto l’erogazione di circa 2 miliardi di dollari in aiuti e la Francia sta cercando di congelare un accordo di cancellazione del debito da 14 miliardi di dollari concordato dai creditori di Khartoum il 17 maggio, fino a quando non ci saranno progressi nei negoziati politici». La reazione dei tradizionali alleati, in particolare l’Arabia Saudita e la Lega Araba, è stata timida e di facciata.
Nei giorni successivi al golpe, «Burhan ha chiesto al deposto Primo Ministro Abdalla Hamdok di tornare al suo posto con la condizione di formare un nuovo governo più congeniale ai generali. Hamdok ha rifiutato, chiedendo il rilascio di tutti i funzionari arrestati e la sua piena reintegrazione. I generali propongono ora un gabinetto composto da tecnocrati compiacenti rappresentativi della diversità geografica del Paese». Hamdok, convengono la maggior parte degli analisti, è centrale negli sforzi per rilanciare la transizione da parte di inviati dell’Unione africana, dell’ONU e degli Stati Uniti.

Sebbene ci siano stati progressi nei negoziati, sostiene ‘Al Jazeera‘, «si dice che le differenze chiave permangano e un risultato non sia garantito». Secondo i diplomatici sentiti dall’emittente, al-Burhan vede il coinvolgimento di Hamdok in una nuova amministrazione come la chiave per guadagnare credibilità». Sempre secondo le fonti, protette da anonimato, di ‘Al Jazeera‘: «Una proposta in discussione vedrebbe conferire maggiori poteri ai civili ma con un nuovo governo più appetibile per l’esercito». «L’esercito, che ha controllato gran parte della storia del Sudan dall’indipendenza nel 1956, sarebbe responsabile dei potenti consigli di sicurezza e difesa del governo secondo l’accordo». «La formazione di un nuovo consiglio sovrano, il massimo organo esecutivo guidato da al-Burhan fino a quando non ha dichiarato di volerlo sciogliere, è ancora in discussione». «L’esercito e i politici sono in disaccordo sulla componente delle nomine del governo».

Il rappresentante speciale delle Nazioni Unite si è detto fiducioso che l’accordo possa chiudersi nei prossimi giorni. «L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, ha detto martedì che l’Esercito sa che il sostegno allo sviluppo economico del Sudan e alla riduzione del debito, così come il finanziamento della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, dipendono dal ripristino del percorso democratico», come ha sottolineare che l’interesse dei militari è quello di arrivare ad un accordo, in caso contrario si troverebbero in poche settimane con un Paese fallito e una popolazione che potrebbe passare dalle manifestazioni pacifiche alla violenza incontrollabile.
L’accordo a questo punto potrebbe essere più una necessità urgente per i militari che per i civili. «Dopo il colpo di Stato, l’unico successo dei militari è arrivato il 1° novembre con la revoca del blocco di Port Sudan che aveva fatto salire bruscamente i prezzi del pane. Era stato l’Alto Consiglio di Beja che aveva imposto il blocco a settembre, in combutta con i militari, per peggiorare le condizioni economiche per fare pressione sul governo di transizione. Ciò ha innescato alcune manifestazioni di protesta svogliate, con evidente appoggio militare, a Khartoum», afferma ‘Africa Confidential‘, per tanto non hanno carte vincenti in mano, anzi, la situazione economica è peggiorata tutto di un colpo proprio a causa del golpe.
A peggiorare le cose per i militari, le
tensioni tra i militari e le Forze di supporto rapido al comando del generale Mohamed HamdanDagalo Hemeti‘, e il fatto che la base e gli ufficiali subalterni della SAF simpatizzano fortemente con i manifestanti e i lavoratori. Ciò potrebbe fratturare l’Esercito se gli ufficiali superiori ordinassero di sparare per uccidere i manifestanti. Proprio in questa fase di trattative si è palesata la spaccatura tra i militari. Abdel Rahim Dagalo, fratello di Hemedti, ha messo insieme, con diversi ex ministri, un accordo che potrebbe essere sottoposto all’approvazione di fazioni civili e militari. «Burhan ha fermamente respinto questa iniziativa, consapevole del rischio per la propria autorità di un processo separato che coinvolga Hemedti, il cui profilo di ex leader paramilitare pro-Bashir dalle terre di confine del Darfur vicino al Ciad, lo mette in contrasto con la classe di ufficiali d’élite fluviali del Nilo. Già a giugno erano sorte tensioni tra le Forze di supporto rapido e l’esercito regolare sull’opportunità di integrare entrambe le entità in un’unica catena di comando sotto Burhan. Entrambe le forze poi costruirono le loro guarnigioni a Khartoum», afferma Crisis Group.

Anche sul fronte dei civili i problemi e le spaccature non mancano. Spiega Crisis Group: «L’opposizione civile al golpe è stata diffusa e frammentata. L’Associazione sudanese dei professionisti (SPA), composta da medici, avvocati, ingegneri e altri lavoratori istruiti e organizzati, si è rotta dopo aver formato la spina dorsale della rivolta popolare 2018-2019 contro Bashir. La SPA non aveva solo fornito potere alle persone nelle strade, ma era anche servita come piattaforma chiave di convocazione e coordinamento che ha portato altre organizzazioni nel movimento di protesta. Questi includevano i partiti politici civili e le organizzazioni della società civile che alla fine hanno formato la FFC, il blocco che ha negoziato i termini e ha preso posizione nel governo di transizione di condivisione del poterecon i militari. Includevano anche i Comitati di resistenza di quartiere, entità informali di base che furono cruciali per il rovesciamento di Bashir. La SPA si è divisa nel 2020 a causa delle differenze tra i suoi leader sul grado in cui dovrebbero accettare la rappresentanza militare nel governo di transizione».

I negoziati si intensificano a Khartoum, ma «le opzioni sono limitate per Burhan e per i golpisti divisi. La loro speranza che l’opposizione dei civili al golpe diminuisca sembra fuori luogo. Con l’aumento dei problemi economici, altri potrebbero unirsi ai manifestanti per le strade. Ciò rafforzerà la mano delle Forze per la libertà e il cambiamento che chiedono il rilascio di Hamdok dagli arresti domiciliari e la riconferma di tutti i ministri detenuti», affermaAfrica Confidential‘. «Con la sfiducia reciproca tra militari e civili che raggiunge nuovi massimi, la rinegoziazione della transizione sarà ardua. Ma i rischi imminenti di una nuova ondata di violenza in mezzo al collasso economico potrebbero persuadere entrambe le parti, incoraggiate da mediatori e garanzie esterne, a raggiungere un nuovo accordo».

Sono principalmente le figure di spicco della FFC che sono intervenute per gestire i negoziati politici con i militari dal lato civile, afferma Horner. «La coalizione ha presentato una serie di richieste: rilascio immediato dei funzionari governativi detenuti dai militari, ritorno all’ordine costituzionale precedente al 25 ottobre, azioni per consegnare alla giustizia i colpevoli e reintegrazione di Hamdok, agli arresti domiciliari. Alla fine, è probabile che la FFC, che comprende un’ampia gamma di partiti politici, cercherà un compromesso praticabile con i leader militari, la cui partecipazione al governo di transizione è stata riconosciuta nella carta costituzionale dell’agosto 2019».

In questo percorso di difficili trattative, non mancano le interferenze degli attori regionali da sempreEgitto, Emirati Arabi Unitio da relativamente da poco Israelevicini ai militari: «Il Cairo, che si è opposto alla sospensione del Sudan da parte dell’UA, sembra ritenere che il dominio militare a Khartoum sia la chiave dei suoi interessi. Abu Dhabi, che ha dichiarato pubblicamente di desiderare il ripristino della transizione civile-militare, ha tuttavia mantenuto relazioni particolarmente strette con le fazioni militari che considera il luogo ultimo del potere in Sudan. Entrambi i Paesi vogliono un partner flessibile a Khartoum, uno con cui poter fare affari, anche investendo in società gestite da militari che offrono rendimenti redditizi. L’Egitto cerca un alleato a Khartoum che si schieri dalla sua parte nella lotta con l’Etiopia per il futuro della Grande Diga rinascimentale etiope. Israele, che ha normalizzato le relazioni diplomatiche e di sicurezza con Khartoum nel 2020, vede l’Esercito come un partner essenziale», afferma Crisis Group.

«Gestire le aspettative dei vari attori sudanesi sarà come infilare un ago», commenta Jonas Horner.
Ieri il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha avuto un colloquio telefonico con il generale al-Burhan, e ha chiesto il rilascio dei politici detenuti, incluso il premier Abdalla Hamdok, e il ritorno a un governo civile, informano dal Dipartimento di Stato USA. E sempre ieri, al-Burhan, ha ordinato la liberazione di quattro dei ministri arrestati dopo lo scioglimento del governo e la presa del potere da parte dei militari: sono gli ex ministri delle Comunicazioni, del Commercio, dell’Informazione e dello Sport, delle Politiche giovanili.
Non solo questi due fatti sono evidentemente concatenati, e
la decisione del generale potrebbe voler essere un segnale di disponibilità al dialogo, ma potrebbe anche essere il preludio alla conclusione di un nuovo accordo di transizione. Poi si vedrà a quali condizioni effettive e con quali prospettive.

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