martedì, Settembre 21

Sudafrica, xenofobia e neoliberalismo field_506ffbaa4a8d4

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La liberazione di Nelson Mandela, incarcerato per essere uno dei leader della protesta nera e simbolo della lotta anti Apartheid mondiale, avviene dopo la sistematica eliminazione fisica dei leader dell’ANC che non avrebbero accettato nessun compromesso e avrebbero attuato un regime marxista nel paese in caso di vittoria: leader come Steven Biko. Mandela, distrutto fisicamente e psicologicamente dai lunghi anni di prigionia, intravvede nel compromesso offerto da Botha l’unica possibilità di ottenere un cambiamento democratico del Paese a favore delle masse nere. Il compromesso (da lui accettato in buona fede) è offerto dalla fazione realistica che riesce a essere predominante all’interno della comunità boera in quanto capace di far comprendere che non vi sono possibilità di vittoria militare in uno scontro finale con le masse nere. Uno scontro che avrebbe significato lo sterminio dei bianchi in Sudafrica. Il compromesso si basava, e tutt’ora si basa, sulla fine dell’Apartheid politica e la continuazione di quella economica. In cambio i boeri accettarono di introdurre nella Alta Società e nel loro club di capitalisti una minoranza nera, proveniente dai leader dell’ANC particolarmente attirati dalla possibilità di accedere ai privilegi dei bianchi a scapito delle masse nere che avevano posto in loro la fiducia.

Il compromesso ha reso possibile l’accettazione acritica e cieca del “free market” che in vent’anni è diventata l’unica base teorica dell’African National Congress, controllato dal presidente Jacob Zuma, l’esempio classico dei privilegi neri, del degrado e della corruzione della classe dirigente del ANC. Il partito-governo negli anni ha scoraggiato qualsiasi interferenza dello Stato sull’economia ripudiando anche le politiche keynesiane proposte dal sindacato COSATU: maggior controllo dello Stato sull’economia, protezione degli imprenditori indigeni, stato sociale, collaborazione con i sindacati. L’ideologia neoliberale è la principale causa della disoccupazione di massa, dei bassi salari e della povertà generalizzata nel Sudafrica di oggi in quanto incoraggio i profitti rispetto al bene collettivo. Profitti riservati al famoso “Un Percento”, secondo la ricercatrice Sitinga. Per difenderla il governo non esita ad attuare massacri come quello avvenuto ai danni dei minatori di Marikana.

La scelta di sposare il neoliberalismo ha distrutto la possibilità di sviluppo per le piccole e medie imprese favorendo le multinazionali, solitamente in mano ai bianchi. Il loro profitto è assicurato anche attraverso l’abolizione dei sussidi statali e dello stato sociale che l’ANC aveva creato nei primi anni del potere. Il dogma imperante è che il libero mercato, privo di regole e controlli, è capace di promuovere lo sviluppo dei singoli quindi della società. Nel Sudafrica del 2015 concetti come “Bene Pubblico”  e “Comunità” sono diventati bestemmie per la classe dirigente nera. Visto che l’ideologia neoliberale impera sul Paese assieme ai suoi sottoprodotti, individualismo e interesse egoistico, non possiamo meravigliarci se i poveri sudafricani incolpano gli immigrati della loro situazione sociale ed economica oggi peggiorata rispetto a quella subita ai tempi dell’Apartheid”, spiega Sitinga.

L’ideologia neoliberale e la favola che l’ingegno e l’iniziativa privata possono migliorare la vita dei singoli indipendentemente se provengono dai ricchi quartieri bianchi o dalle bidonville di Johannesburg (la teoria del “Self Made Man”) impedisce al proletariato e al sottoproletariato nero sudafricano di riconoscere i veri responsabili delle loro sfortune: le multinazionali e i politici corrotti e venduti dell’ANC. “Il neoliberalismo ha integrato il Sud Africa in una struttura mondiale che favorisce la continuazione delle antiche oppressioni sulle masse nere. Fin quando i sudafricani non comprenderanno che la xenofobia in realtà è un prodotto neoliberale, diseguaglianze e violenze nel Paese continueranno a esistere, anzi si aggraveranno”, sottolinea Sitinga.

Sitinga Kachpande propone come soluzione il rifiuto del neoliberalismo sostituendolo con una agenda pan-africana e di sinistra prendendo come esempi i Paesi e la classe politica dell’America Latina: da Cuba al Venezuela. I poveri sudafricani devono comprendere che gli immigrati sono vittime del sistema che opprime entrambi e devono creare un fronte unico per imporre un modello sociale basato sulla nazione e non sulle multinazionali. Un progetto politico che necessariamente deve passare attraverso l’abbattimento dell’attuale governo, fanatico difensore del neoliberalismo e degli interessi della élite bianca a cui si sono aggregati un pugno di ‘negri’.  Come il compromesso Botha-Mandela fu capace di evitare un genocidio (malgrado gli attuali effetti deleteri), la vittoria di una politica pan-africana e socialista – keynesiana (sul modello svedese) è l’unica misura in grado di evitare il rischio sempre latente di un genocidio della minoranza bianca. Sitinga avverte che per garantire la propria sopravvivenza, la classe economica boera e quella politica nera incoraggeranno il passo successivo alla xenofobia: il conflitto tribale, sposando la teoria francese del Caos Permanente.

 

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