mercoledì, Settembre 22

Sudafrica, chi dopo Mandela? La deputata del Pd e ricercatrice Ispi Lia Quartapelle scommette sul ricambio generazionale

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Nelson-Mandela

 

Il Sudafrica sarebbe stata una democrazia migliore se avessimo avuto la fortuna di avere Nelson Mandela Presidente per due mandati. Lui era un convinto democratico. Non sono sicura che i suoi successori lo siano stati altrettanto”.
A pronunciare queste parole nell’estate più lunga del Sudafrica, quella appena trascorsa, quando da un giorno all’altro si attendeva che Madiba si spegnesse nell’ospedale dove per la quarta volta era stato ricoverato in condizioni disperate, è stata Mamphela Ramphele, annunciando la nascita di un nuovo partito politico nella scena del Sudafrica.

Il partito si chiama Agang e Ramphele, 65 anni, attivista anti apartheid da quando ne aveva quindici, è stata la compagna di strada di Steven Biko, l’attivista del Movimento Coscienza Nera morto mentre era in stato di arresto, nel settembre del 1977. Di Biko è stata anche compagna di vita, che pure era sposato. Con lui ha avuto due figli. Il secondo è nato 4 mesi dopo la morte del leader del Movimento.

 “A venti anni di distanza dalle prime elezioni democratiche” – ci aveva detto Lia Quartapelle, deputata del Pd, esperta di Africa e ricercatrice dell’Ispi, “il Sudafrica è un Paese molto migliore, pur con le contraddizioni stridenti che sappiamo. La democrazia si è affermata. Se si pensa agli assalti alle township dei decenni passati, agli scontri tra ANC e Partito Zulu, ai timori che tutto finisse in anarchia, si deve essere grati a Nelson Mandela”.

Il Sudafrica si interroga sul suo futuro, e inevitabilmente rilegge il passato. Venti anni di democrazia indiscutibile, anche se largamente dominata da un partito, l’African National Congress, sempre maggioranza assoluta in Parlamento. E lo fa mentre prega per Mandela – come dicono tutti i leaders africani – e si interroga sull’eredità che lascia.

Durante i giorni di giugno di degenza di Mandela, la dirigenza dell’ANC ha dovuto smentire che ci fossero state disposizioni dalla famiglia dell’ex Presidente, che non avrebbe gradito la presenza di dirigenti del partito al suo capezzale. Ma anche la smentita dell’ANC era singolare, perchè finiva per confermare una notizia che diceva tutto: la famiglia -dicevano i giornali- non vuole che il Presidente Jacob Zuma -colui al quale è toccato nelle scorse ore dare l’annuncio della morte di Madiba- utilizzi per fini personali e politici la scomparsa del vecchio Madiba. Perché nella attuale leadership del Paese non c’è nulla – secondo i critici – dello stile, delle intenzioni e della linea che Mandela seguì nella sua Presidenza.

C’è da dire che la retorica dell’eredità tradita si ripete da almeno due lustri: Mandela ha lasciato la Presidenza nel 1999, quando già aveva 81 anni, e cinque anni dopo ha lasciato la vita pubblica.
Era entrato in carcere nel 1962, con l’accusa di terrorismo, un anno dopo la decisione dell’ANC di abbandonare i metodi gandhiani e nonviolenti per passare alla lotta armata. Ne è uscito 27 anni dopo, ha costruito il Sudafrica multipartititco e multirazziale, ha creato  -con la Commissione per la verità e la riconciliazione- un esperimento inedito nella storia del mondo che ha fatto scuola.

Ma attorno alla sua figura, che si trattasse di commercializzarne l’immagine o i luoghi della sua vita o di rivendicarne l’eredità politica, da sempre si intrecciano affaristi, custodi, mogli, figli e nipoti, oltre che esponenti dell’ANC. La sua vita privata e i relativi contrasti si sono intrecciati con la vita pubblica.
Per esempio il divorzio con la seconda moglie Winnie, figura controversa, accusata anche di un omicidio, quello di un giovanissimo militante dell’ANC, considerato un informatore della Polizia. Lei depose -negando le accuse- davanti alla Commissione per la verità e la riconciliazione del Paese, che tuttavia la considerò parzialmente responsabile di abusi e violenze.
Ma anche la morte tragica di un nipote, che fu la motivazione ufficiale per cui Mandela non presenziò alla cerimonia dei Mondiali di calcio, che si celebrarono nel 2010.
Un altro dei nipoti del Presidente si chiama Mandla, ha meno di 40 anni, e una certa notorietà soprattutto sui giornali di gossip, per le sue relazioni sentimentali e un sospetto di bigamia. Ma è anche uno dei personaggi della famiglia accusati di voler capitalizzare la vita e anche la morte del nonno, per esempio nella volontà di voler costruire un memorial Mandela, in contrasto con quello ufficiale progettato da tempo dal Nelson Mandela Trust.

Mandela combattè in tutti i modi la commercializzazione della sua immagine, fin dal 1994, quando fece causa ad un ristorante di Cape Town che si era chiamato ‘Nelson’s Chicken and Gravy Land‘, e che aveva nel menù un piatto intitolato alla ‘liberazione di Nelson‘.

Ma non è solo questione di utilizzo privato della immagine pubblica di Madiba. È una storia politica che rischia di venir meno: dopo venti anni, e nonostante i BRICS, il ruolo guida nel continente, la crescita economica, il Sudafrica è la trentesima economia del mondo ma è ben oltre il cinquantesimo posto nella classifica Onu sullo sviluppo umano, quella che misura il benessere complessivo di un Paese e di chi ci vive. E il coefficiente di Gini, quello che misura il tasso di disuguaglianza, è uno dei più alti al mondo. Prima del Sudafrica ci sono solo Haiti, l’Angola e la Colombia.
Quartapelle spiega: “In realtà il Sudafrica sconta, molto più di altri Paesi, una divisione della ricchezza su base razziale. Non essere in grado di riformare questo aspetto è un elemento di freno. A differenza del Brasile, che ha adottato politiche redistributive molto forti, in Sudafrica c’è una forte interrelazione tra l’elemento razziale e quello economico. Le politiche di empowerment dei neri hanno avuto un successo limitato. Mancano politiche educative, soprattutto, che sono determinanti per un Paese che ha divisioni etniche così profonde”.

L’Anc è un partito sessista“, ha detto di recente Helen Zille, che capeggia il secondo maggior partito del Paese, Democratic Alliance. Zille è una bianca liberal, che da giornalista per prima ha raccontato sul suo giornale, nel settembre del 1977, che Biko non era morto per lo sciopero della fame che stava facendo, ma per le torture che aveva subito. Oggi Zille è Sindaco di Città del Capo, dove il suo partito, ha ottenuto la maggioranza assoluta.

Commenta la Quartapelle: “In Italia siamo gli ultimi che possono parlare di rappresentanza femminile e dei suoi limiti. Al confonto in Sudafrica ci sono molti più esempi, ci sono delle belle figure, una di queste è proprio Zille. E poi il Paese si è fatto paladino della lotta per l’affermazione femminile del mondo, ed è oggi una donna sudafricana la prima presidente donna della Unione Africana, Nkosazana Diamini Zuma. Non è un Paese dove le donne faticano ad affermarsi. Sicuramente il Presidente Zuma ha avuto un comportamento privato criticabile, anche per la sua tendenza poligamica. Ma la leadership dell’ANC è anche femminile”. Il problema semmai è nella sua struttura, di “partito di lotta diventato sistema”, come dice Quartapelle. Ma è anche quello del sistema politico e della società sudafricana. “Non si può dimenticare l’elemento etnico e razziale, parlando di Sudafrica. Se si guarda alla mappa degli insediamenti delle quattro principali comunità (bianchi, coloured, neri ed indiani) si vede che c’è proprio una sovrapposizione del voto con la mappa razziale del Paese. Si vota il partito in base alla appartenza, e dunque – per esempio – un partito ‘liberal’ non è in grado di raccogliere oggi voti che vadano al di là della geografia, della mappa etnica”, dice Quartapelle.

Il Presidente che è succeduto a Mandela, Thabo Mbeki, celebrando il centenario dell’ANC (il partito fu fondato nel 1912) per la prima volta da anni ha criticato la gestione del Paese, i suoi ritardi, la direzione sbagliata che sta prendendo. Mbeki, avversario di Zuma, evitava di parlare di questioni interne dal settembre 2008, quando si dimise perché accusato di interferire sulle indagini sul suo vicepresidente, che era proprio Zuma, e che qualche mese prima lo aveva battuto alla guida dell’ANC.

Al congresso di dicembre, l’ANC ha scelto come vicepresidente un altro personaggio storico, Cyril Ramaphosa, destinato  -secondo le intenzioni della leadership-  a prendere prima o poi il posto di Zuma. Ramaphosa è stato leader storico dei minatori, aveva tentato di diventare presidente, fu battuto proprio da Mbeki, e si era ritirato dalla scena pubblica. Dal 1997 ad oggi è diventato uno dei trenta uomini più ricchi d’Africa, la sua foto è sulla rivista ‘Forbes’. Ed oggi  -anche per alcune sue telefonate ed email rivelate ai giornali- è accusato di aver di fatto avallato le violenze nei fatti di Marikana (una miniera in cui, durante uno sciopero nell’agosto del 2012, furono uccisi da polizia e militari 44 minatori). Su di lui, uomo d’affari affidabile, scommettono gli investori internazionali.

Ma se dovesse scommettere su una figura per il futuro, Lia Quartapelle punta su Julius Malema, classe 1981, ex capo dei giovani dell’ANC, “personaggio molto carismatico, dalla politica e dal linguaggio decisamente populista”, che è l’unico che possa giocare su un piano diverso, perché “il problema è che l’Anc è ancora legato a figure di combattenti, che hanno giocato un ruolo fino alla fine degli anni 80. Il problema per l’ANC è quello di un ricambio generazionale”.

Malema ha diffuso un comunicato stampa affermando che l’ANC non riuscirà mai a realizzare le riforme necessarie al Paese. Costretto a fare politica stando fuori dal partito in cui è cresciuto, e ancora coinvolto in diversi guai giudiziari, ha creato un gruppo di sostenitori chiamati ‘Economic Freedom Fighters‘, e sembra voler riprendere alcuni dei temi della Ramphele, che proprio pochi giorni fa ha registrato il suo partito.
Lei ha ripetutamente dichiarato di voler ascoltare le proposte del suo popolo; lui ha un elenco già abbastanza chiaro: espropriazione delle terre, nazionalizzazione di banche, miniere ed altri settori chiave dell’economia, scuola e sanità gratuite.

 

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