domenica, Aprile 11

Sud Sudan: verso l’accordo di pace?

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Gli ultimi dieci giorni di gennaio sono stati ricchi di novità nei negoziati di pace per la risoluzione della crisi in Sud Sudan in corso da dicembre 2013, dopo soli due anni dall’indipendenza del paese.

La nuova guerra civile, che si aggiunge ad altri quasi cinquant’anni di guerra contro il governo del Sudan, è scoppiata in seguito all’acuirsi di una crisi politica all’interno del partito di governo, il Sudan People’s Liberation Movement i cui due uomini forti, Salva Kiir Mayardit, un dinka della regione del Bahr el Ghazal, e Riek Machar Teny, un nuer della regione dell’Upper Nile, si sono trovati a contendersi la leadership del partito e la guida del governo.

Fin dalla creazione del Governo del Sud Sudan, Salva Kiir e Riek Machar hanno condiviso la guida del paese verso l’indipendenza rispettivamente come presidente e vice-presidente, nonostante un passato di relazioni burrascose e divergenze mai sanate completamente. Durante la guerra civile con il Sudan, infatti, Riek Machar era stato a capo una delle principali milizie scissioniste protagoniste delle guerre intestine nel sud che hanno provocato più vittime che gli scontri tra ribelli ed esercito regolare. Alla fine della guerra, tuttavia, la leadership dell’SPLM ha adottato una strategia di cooptazione di tutti i comandanti potenzialmente sovversivi tra le alte cariche governative e militari, trasformando l’SPLM e il suo braccio armato in un’accozzaglia di movimenti e milizie poco coese, continuamente soggette a spinte centrifughe.

Dopo l’indipendenza, però, queste spinte sono aumentate andando a delineare due schieramenti nella leadership politica. Riek Machar, intenzionato a rimpiazzare Kiir come Presidente del partito e Capo dello Stato, è stato rimosso dalla carica di vice-presidente a luglio 2013. Dopo cinque mesi di tensione crescente tra i due schieramenti, uno scontro interno alla guardia presidenziale tra soldati fedeli ai due leader è rapidamente dilagato prima nella capitale e poi nella regione dell’Upper Nile, trasformandosi da scontro tra leader politici in vere e proprie operazioni di pulizia etnica rivolte al gruppo dell’avversario.

Anche se diverse analisi suggeriscono che la scintilla che ha dato il via agli scontri sia stata spontanea, Riek Machar, accusato di tentato colpo di stato, ha rivendicato la leadership del movimento ribelle ed è per questo stato identificato fin da subito come controparte del governo con cui trattare nell’ambito dei negoziati di pace mediati dall’IGAD che sono stati immediatamente avviati nella capitale etiope. Questi negoziati non hanno tuttavia prodotto risultati, se non una serie di accordi di cessate-il-fuoco sistematicamente disattesi un attimo dopo la loro firma.

La mancanza di volontà politica di raggiungere un accordo nella convinzione di poter ottenere una vittoria militare è diventata sempre più evidente da entrambe le parti, complicata anche dal sostegno militare esplicito o non dichiarato di alcuni paesi della regione (in particolare Uganda a sostegno dell’esercito sud sudanese e Sudan a sostegno dei ribelli) e dagli interessi economici incrociati che di fatto scoraggiavano l’utilizzo di sanzioni da parte dei paesi della regione.

Mentre il processo di pace di Addis Abeba procedeva a rilento con continue interruzioni, un’iniziativa parallela del partito di governo tanzaniano, Chama Cha Mapinduzi, sostenuta da altri partiti con storie di liberazione nazionale post-coloniale (l’ANC sudafricano, l’EPRDF etiope, il NRM ugandese) ha dato il via ad una serie di incontri in riconciliazione ‘inter-SPLM’, nella convinzione che un accordo di pace sarebbe stato possibile solo dopo aver discusso e approvato una riforma della leadership interna al partito, che avrebbe dovuto riunificare le varie componenti che nel corso dell’ultimo anno si erano divise.

Il 21 gennaio, Salva Kiir, Riek Machar e Deng Alor, portavoce del gruppo di nove esponenti politici arrestati a dicembre 2013 con l’accusa di aver appoggiato il tentativo di colpo di stato, hanno firmato l’Accordo per la Riunificazione dell’SPLM. Descritto da alcuni come un passo fondamentale in direzione della pace, l’accordo di Arusha resta, secondo altri, molto controverso. In sostanza, rappresenta un tentativo di riunificare una leadership politica da sempre molto divisa riassorbendola in un unico partito, dichiarando che «l’SPLM è il principale fattore di unità per la popolazione del Sud Sudan», richiamando alla mente la retorica sull’unità delle nazioni rappresentata dai partiti unici di molti stati africani alla fine dell’epoca coloniale. In un breve documento di analisi, il Sudd Institute, think tank sud sudanese, riporta i malumori legati al  «tono arrogante dell’accordo, che suggerisce che le sorti dell’SPLM e del paese coincidano». La ‘sospensione’ delle elezioni, che fino a una decina di giorni fa erano previste per luglio 2015, sembrerebbe essere una conquista da parte del gruppo ribelle che fin dall’inizio aveva espresso la proprio contrarietà al voto prima della pace: Riek Machar, sostenuto principalmente nelle regioni in cui le condizioni di sicurezza non avrebbero permesso il normale svolgimento delle votazioni, avrebbe avuto tutto da perdere da una conferma al potere di Kiir per altri cinque anni. M., un attivista della società civile di origini dinka che vive a Juba, ribadisce: «Machar ha giocato malissimo le sue carte. Se invece di mettersi in questa ribellione armata avesse tenuto duro per arrivare alle elezioni, molti [dinka]avrebbero votato per lui. A nessuno piaceva la leadership di Salva Kiir.».

La questione della leadership è rimasta immutata ed è riemersa in tutta la sua problematicità nel momento dell’accordo di ripartizione del potere firmato giovedì 29 gennaio ad Addis Abeba nell’ambito dei negoziati di pace mediati dall’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD): dopo oltre un anno di guerra, 50.000 vittime e due milioni di sfollati, Kiir e Machar saranno di nuovo in controllo delle due più alte cariche dello stato, rispettivamente Presidente e vice-presidente.

Justine Fleischner, analista dell’organizzazione Enough Project, ha parlato di un ennesimo «non accordo»: molte questioni centrali che vanno dalla distribuzione dei seggi in parlamento all’organizzazione dei governi locali, dalle disposizioni in materia di sicurezza alla decisione fondamentale di che cosa fare del rapporto della commissione di inchiesta dell’Unione Africana (che rischia seriamente di rimanere chiuso in un cassetto) non sono state affrontate.

Le parti si rincontreranno ad Addis Abeba il 20 febbraio e poi il 5 marzo per la firma di un accordo definitivo. Se anche queste scadenze fossero rispettate, lo scollamento tra le azioni dell’elite che frequenta gli alberghi di lusso della capitale etiope e ciò che accade sul campo resta sconcertante. Secondo Small Arms Survey, infatti, entrambe le parti avrebbero passato gli ultimi mesi a ‘rafforzare le proprie posizioni militari’. Non solo: il processo di pace IGAD si sta rivelando ancora una volta, come era già stato quello tra SPLM e governo di Khartoum, concentrato unicamente sulla negoziazione tra governo e ribelli, senza tenere conto delle istanze di riforme politiche che provengono dalle aree non direttamente coinvolte nel conflitto. La notizia della formazione di un nuovo movimento ribelle indipendente nella regione dell’Equatoria appare dunque allarmante, ricordandoci che riuscire a fermare la violenza è senz’altro una priorità, ma farlo con un ‘cattivo accordo’, poco lungimirante ed esclusivo, può portare a conseguenze nefaste.

 

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