domenica, Agosto 1

Sud Sudan, venti di ribellione nell'esercito field_506ffb1d3dbe2

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esercito sud sudan

Kigali – Campo militare Giyada, Juba, mercoledì 2 marzo, ore 3: vari soldati governativi si sono ribellati ai loro ufficiali, uccidendoli. Immediatamente dopo sono usciti dalla caserma massacrando un numero imprecisato di cittadini sud sudanesi di etnia Nuer. L’eccidio dei civili è avvenuto nei quartieri di Nyakuron (dove si trova la caserma), Gudule e Jabarona. Un bilancio provvisorio parla di 12 civili uccisi, tra cui un ragazzo di sei anni e sei stranieri: un ugandese e cinque somali.

La ribellione, provocata dalle truppe d’élite sud sudanesi, ossia la Guardia Presidenziale e il Commando, è stata soffocata grazie al aiuto del esercito ugandese UPDF dopo qualche ora di combattimenti urbani. La maggioranza dei soldati ammutinatesi sono riusciti a fuggire e sono ora considerati dei disertori passibili della corte marziale. La rivolta sarebbe legata al mancato pagamento dei salari alle truppe sud sudanesi e rappresenta un primo ma significativo segnale che il Presidente Salva Kiir non detiene il completo controllo sulla parte del esercito rimastogli fedele.

Il Governo tenta di minimizzare l’accaduto: «Gli avvenimenti di mercoledì scorso riguardano qualche soldato che ha protestato per dei ritardi della paga. La crisi è rimasta circoscritta nella caserma. Le notizie riguardanti soldati sud sudanesi che hanno trucidato dei Nuer nei quartieri adiacenti al campo militare è totalmente falsa, frutto di una inaccettabile propaganda», affermava ieri ai media regionali Mallak Ayuen, il portavoce del esercito sud sudanese SPLA.

Il portavoce delle forze ribelli, il Brigadiere Lul Ruai Koang ci offre una diversa versione dei fatti: “Dalle informazioni emerse la ribellione nella caserma di Giyada è stata causata non unicamente dal ritardo delle paghe. Il vero motivo coinvolge direttamente l’esercito ugandese“. L’affermazione del Brigadiere Koang trova riscontro dal resoconto di un osservatore delle Nazioni Unite fornito al quotidiano Sunday Tribune’ sotto copertura di anonimato: «La causa della rivolta è stata il diverso trattamento salariale tra i soldati sud sudanesi e quelli ugandesi. Il problema non riguarda il montante elargito: 1000 pound sud sudanesi al mese (circa 176 euro) ma sui tempi di pagamento. Da gennaio i soldati sud sudanesi non ricevano le loro paghe mentre i versamenti delle paghe ai soldati ugandesi avvengono con tre mesi di anticipi».

Secondo il portavoce della ribellione,i soldati ugandesi riceverebbero un trattamento privilegiato rispetto a quelli sud sudanesi: puntuali versamenti delle paghe, miglior rancio, migliori alloggi, licenze e periodi di riposo frequenti e di maggior durata rispetto a quelli dati ai soldati sud sudanesi. Prima della guerra civile (15 dicembre 2013), il Governo di Juba assicurava un regolare pagamento degli stipendi ai militari ed era estremamente attento alle loro condizioni di vita. Il 50% del budget nazionale era speso per il settore della difesa.

L’intervento militare del UPDF a fianco del Presidente Salva Kiir ha creato grosse difficoltà finanziarie al Governo sud sudanese, costretto a supportare l’intero costo del intervento del UPDF, nonostante le smentite ufficiali del Ministro della Difesa ugandese. Secondo quanto rivelato dal Ministero delle Finanze di Juba, il Governo sta finanziando l’intervento ugandese utilizzando le riserve di valuta pregiata provenienti dai profitti petroliferi accumulati dal 2010 al 2012. Il pagamento ai soldati ugandesi è di vitale importanza in quanto, senza il loro intervento, il Vice Presidente Riek Machar averebbe conquistato il potere in meno di una settimana, come lo stesso Governo di Juba ammette.

Agli inizi di febbraio Stati Uniti, Etiopia e Sudan hanno esplicitamente richiesto all’Uganda di ritirare le sue truppe dal Sud Sudan in quanto sospettate di aggravare la crisi. Le truppe ugandesi dovrebbero essere sostituite da un contingente africano sotto il comando del African Capacity for Immediate Reponses to Crises (ACIRC), i neonati Caschi Blu del Unione Africana. «L’Uganda ribadisce il suo impegno militare nel rispetto degli accordi quadro dell’Unione Africana ma è doveroso sottolineare chiaramente che il UPDF non permetterà nessun vuoto in Sud Sudan. Non permetteremo che i ribelli riconquistino le posizioni sotto il controllo governativo», ha dichiarato il 26 febbraio il portavoce dell’esercito ugandese, il Colonnello Paddy Ankunda, evidenziando la volontà di Kampala di rimanere in Sud Sudan per proteggere i propri interessi petroliferi.

Dal 2 marzo scorso il Governo di Kampala sta tentando di giustificare la sua presenza militare nel vicino Paese ventilando lo spettro del Lord Resistence Army (LRA), il gruppo ribelle ugandese capitanato da Joseph Kony, autore della guerra civile nel nord Uganda (1987 – 2004). Secondo quanto affermato da Kampala, le forze ribelli assieme a Khartoum stanno rivitalizzando il LRA tramite ingenti finanziamenti che facilitano il reclutamento di nuovi soldati e il riarmo. Secondo rapporti dei servizi segreti ugandesi, il LRA verrebbe in un primo tempo utilizzato contro l’esercito governativo e in un secondo tempo per invadere l’Uganda nel tentativo di ottenere un cambiamento di regime.

Secondo vari osservatori regionali le prove presentate dalla Intelligence ugandese sarebbero stati del tutto inventate con l’obiettivo di creare un immaginario pericolo terrorista per giustificare la presenza del UPDF in Sud Sudan. Il LRA attualmente disporrebbe di circa 200 miliziani quasi tutti nascosti nelle foreste del Centroafrica. Secondo il giornalista Julius Barigaba del settimanaleThe East African’il Presidente ugandese Yoweri Museveni avrebbe stretto degli accordi con Pechino per salvaguardare la produzione petrolifera garantendo alle multinazionali cinesi che il progetto di un oleodotto dal Sud Sud alla raffineria di imminente costruzione ad Hoima (nord Uganda) non danneggerà le esportazioni di greggio verso la Cina. Quote di esportazione verso Cina e Uganda del petrolio sud sudanese sarebbero state stabilite dai due Paesi. «I nostri amici cinesi hanno inizialmente appoggiato la ribellione di Riek Machar. Il nostro intervento militare e gli errori politici commessi dal Dr. Machar hanno convinto Pechino a cambiar fronte sostenendo ora il Presidente Salva Kiir», rivela una fonte militare ugandese al ‘The East African’ sotto protezione di anonimato.

Nonostante che gli accordi tra Kampala e Pechino che potrebbero influenzare il futuro del Sud Sudan sono ancora da verificare, la notizia offerta dal collega Barigaba sembra credibile in quanto si inserirebbe in un processo di riallineamento della Uganda a livello internazionale. Un progetto iniziato nel 2013 durante la guerra al est del Congo che sta procedendo attraverso fasi ben precise e progressive. La prima è stata la creazione del asse Kampala – Pretoria per creare una supremazia economica e militare regionale Ugandese – Sud Africana.

La secondo fase, in atto, prevederebbe la revisione dei rapporti tra Uganda e Stati Uniti tramite un riequilibrio tra le due potenze garantito dal coinvolgimento economico, politico e militare di altri attori internazionali: Cina e Russia. L’obiettivo finale del Presidente Museveni è l’emergere di una potenza regionale autonoma basata sulla produzione petrolifera, la capacità militare, l’alleanza con il Sud Africa e un sapiente equilibrio di alleanze tra Stati Uniti, Russia e Cina.

Secondo indiscrezioni trapelate all’interno delle forze armate ugandesi, la cattura da parte dei ribelli della città petrolifera di Malakal, nello Stato del Upper Nile, avvenuta a fine febbraio, è stata deliberatamente permessa dal esercito ugandese che non ha offerto in necessario supporto militare per la difesa di questa strategica città. L’obiettivo è quello di evidenziare con i fatti l’evidente realtà che senza la presenza del UPDF il Sud Sudan cadrebbe nelle mani della ribellione in meno di dieci giorni. Un dato certo è la ferma volontà del Governo di Kampala a continuare il suo impegno militare al fianco del Presidente Salva Kiir. A questo scopo, attualmente, il Presidente Museveni é impegnato in colloqui a porte chiuse con l’Unione Africana al fine di ottenere non solo la presenza del esercito ugandese all’interno della forza militare africana che dovrebbe intervenire in Sud Sudan, ma anche il suo comando.

Nel frattempo la ribellione sta tentando di inglobare lo strategico Stato del Warrap tramite il suo Governatore, Nyandeng Malek Dieliech, sospettato di supportare le forze fedeli al ex Vice Presidente Riek Machar. Secondo le accuse rivolte dal Ministro della Informazione dello Stato del Warrap Nyanaguek Kuol Mareng, il Governatore starebbe finanziando la ribellione, incoraggiando il reclutamento e passando informazioni militari top segret provenienti dal Governo di Juba. A causa di queste accuse il Ministro Mareng é stato dismesso dal Governatore il 5 marzo scorso.

Sul fronte politico le novità provengono non dai colloqui di pace presso Addis Abeba che hanno raggiunto da almeno 40 giorni un stallo difficile da sbloccare, ma dal Governo di Juba. Il Presidente Salva Kiir sta tentando di creare un Comitato misto tra i membri del partito SPLM e del esercito SPLA rimasti fedeli, la ribellione e il terzo blocco formato da ex ministri arrestati il 15 dicembre 2013 e rilasciati a fine gennaio. Questo Comitato misto avrebbe il compito di preparare l’agenda per il prossimo meeting del partito SPLM che sarà incentrato sulla possibilità di creare un Governo di Unità Nazionale in grado di porre fine al conflitto, riconciliare il Paese e condurlo alle elezioni Presidenziali del 2015.

Il tentativo del Presidente Kiir ha trovato immediate reazioni contrarie da parte del SPLM-O  (Sudan People’s Liberation Movement In Opposition), l’ala politica della ribellione di Riek Machar e Rebecca Garang. m«Non siano contrari di principio alla proposta del Comitato misto ma occorre che il processo di riconciliazione al interno del SPLM non nascondi l’obiettivo di riabilitare Salva Kiir. Sospetto scaturito dalla formazione dei membri di questo Comitato incaricati da Kiir tramite una procedura non democratica ed illegale», ha dichiarato giovedì 6 marzo al ‘Sudan Tribune’ il portavoce politico della ribellione James Gatdet Dak.

L’importante ed influente diaspora Sud sudanese negli Stati Uniti ha presentato una proposta alternativa per la creazione di un  Governo di Unità Nazionale, tramite il suo rappresentante Manyok Mabiei. «La fine di questa crisi in Sud Sudan è possibile solo tramite un accordo che escluda il Presidente Salva Kiir e l’ex Vice Presidente Riek Machar. Allo stato attuale nessuna delle due forze, esercito regolare e ribellione, può ottenere una vittoria nemmeno con l’aiuto dei rispettivi alleati: Uganda e Sudan. I due schieramenti sono delineati su basi etniche. I loro leader stanno reclutando tra le rispettive etnie mentre le altre 63 tribù del Sud Sudan non hanno alcuna intenzione di schierarsi. Questo trasforma la crisi in un conflitto tribale tra Dinka e Nuer e un conflitto personale per il potere tra Kiir e Machar. Salva Kiir si avvale della sua carica Presidenziale assegnata nel 2010 ma questa carica non si basa su solide basi di consenso popolare a causa della corruzione e della politica etnica attuate in questi tre anni di potere dal Presidente Kiir. Riek Machar, nonostante l’alleanza con i Dinka Bor assicurata da Rebecca Garang, non è riuscito ad ottenere il supporto delle altre 63 tribù al fine di dare una connotazione multi etnica e quindi nazionale al suo nuovo partito SPLM-O. Molti Sud Sudanesi, Agenzie Umanitarie, Nazioni Unite e un gran numero di Senatori del Congresso Americano stanno arrivando alla conclusione che la miglior soluzione sia di creare un Governo di Unità Nazionale guidata da un Presidente Ad Interim di comprovata neutralità rinviando le elezioni di due anni».

La proposta della diaspora Sud Sudanese negli Stati Uniti, sembra la più sensata e, contemporaneamente, la più difficile da realizzare. Tutto dipende dall’Uganda divenuta il primo attore internazionale della crisi in Sud Sudan. Dinnanzi ad uno stallo politico e militare il Presidente Museveni potrebbe optare per la soluzione proposta dalla diaspora negli Stati Uniti a condizione che gli interessi ugandesi nel Paese vengano ampiamente protetti. Prima di arrivare a questa conclusione probabilmente si assisterà ad una escalation militare da parte del esercito ugandese nel tentativo di risolvere la crisi Sud sudanese Manu Militari. 

 

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