sabato, novembre 17

Sud Sudan: Uganda e Sudan tentano di imporre la Pace Sabato 7 luglio il Presidente Salva Kiir e il suo rivale Rieck Machar sono stati letteralmente costretti a presentarsi in Uganda per incontrare il Presidente Museveni e il Presidente Bashir

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Gli accordi di pace siglati a Khartoum, con la mediazione dei Presidenti Omar El Bashir e Yoweri Kaguta Museveni, non era iniziati sotto buoni auspici. I contenuti dell’accordo rafforzavano le divisioni dei belligeranti, sia nella gestione amministrativa (tre capitali provvisorie), sia nella gestione del petrolio (ripresa della produzione sotto controllo non dello Stato centrale ma dei singoli belligeranti). La tregua, prevista 72 ore dopo la firma degli accordi, non era nemmeno iniziata. Al suo posto una grande offensiva militare dell’esercito regolare contro le postazioni ribelli nello Stato di Wau.  Se la Troika (Stati Uniti, Norvegia e Gran Bretagna), l’Unione Africana, l’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno espresso la condanna unanime per la violazione del cessate il fuoco, richiedendo il rispetto degli accordi firmati a Khartoum, i Capi di Stato ugandese e sudanese hanno esternato tutta la loro collera convocando i due contendenti: Salva Kiir e Rieck Machar a Kampala e obbligandoli a rispettare gli accordi presi.

Sabato 7 luglio il Presidente Salva Kiir e il suo rivale Rieck Machar sono stati letteralmente costretti a presentarsi ad Entebbe, in Uganda, per incontrare il Presidente Museveni e il Presidente Bashir, giunto in Uganda con la massima urgenza. I due contendenti sono stati rinchiusi nella State House, ricevendo il consiglio (che suonava più come un ordine), di trovare un accordo durevole. Secondo fughe di notizie i Presidenti  Museveni e Bashir avrebbero minacciato di invadere il Sud Sudan con i loro eserciti se gli accordi presi a Khartoum non venissero rispettati. La riunione è terminata alle 19. Kiir e Machar hanno sottoscritto un accordo, completare a quello già firmato a Khartoum, nel quale si impegnano a ritirare le rispettive forze da tutti i centri urbani del Paese.

Un comitato di monitoraggio composto da una commissione mista sudanese e ugandese avrà il compito di verificare il rispetto degli accordi sul terreno, e di permettere l’apertura di corridoi umanitari per soccorrere la popolazione in estrema difficoltà. Museveni e Bashir hanno imposto l’assenza di militari o miliziani anche presso i villaggi, chiese, scuole e campi profughi, che saranno presidiati dai Caschi Blu della missione di pace ONU in Sud Sudan. Hanno inoltre preteso la consegna agli esperti militari del comitato congiunto o ai Caschi Blu di tutte le armi a medio e lungo raggio e la liberazione dei prigionieri di guerra.

Sul piano politico Rieck Machar ha ottenuto la posizione di Vice Presidente, persa nel luglio 2013 quando fu destituito dal Presidente Kiir, a distanza di 5 mesi sarebbe iniziata poi la guerra civile che dura da quasi quattro anni e mezzo. Machar non sarà l’unico Vice Presidente. Altri tre saranno nominati, compresa una donna, evitando al momento di svelare l’identità delle nomine. «La riunione ad Entebbe ha prodotto significativi progressi per quanto riguarda l’applicazione degli accordi di Khartoum e la comprensione dei dettagli tecnici legati alla sicurezza»,  afferma Rajab Muhandis, leader della società civile sud sudanese. «I leader del Sud Sudan hanno accettato una condivisione del potere che prevede il ritorno di Rieck Machar alla sua posizione di Vice Presidente. Entrambi hanno accettato la proposta», afferma il Ministro degli Esteri di Khartoum. «Ospitando i miei fratelli sud sudanesi ad Entebbe rinnovo il mio impegno per risolvere pacificamente la crisi in Sud Sudan’ dichiara il Presidente Museveni».

Quali sono i reali motivi che hanno spinto i Presidenti di Uganda e Sudan a incoraggiare gli accordi di Khartoum e successivamente ad imporli ad Entebbe quasi con la forza? Museveni e Bashir esigono ottenere una pace, o una parvenza di essa, per poter gestire il petrolio sud sudanese. Per il Sudan riprendere le esportazioni attraverso l’oleodotto che porta a Port Sudan è di vitale importanza per evitare il collasso economico e sollevazioni popolari.

Le clausole che prevedono la gestione amministrativa con tre capitali  -Juba, Wau e Malakal- e l’immediata ripresa della produzione petrolifera sono frutto del Presidente Bashir, che intende a tutti i costi riattivare l’oleodotto e il flusso di petrodollari per rilanciare l’economia del Paese.

Per l’Uganda si rende necessario recuperare i soldi spesi nella campagna militare in Sud Sudan, al fianco di Salva Kiir, tramite il greggio sud sudanese. In effetti Museveni ora gioca un ruolo ‘paradossale’, presentandosi come mediatore, in quanto l’Uganda è parte integrante del conflitto sud sudanese. Nel dicembre 2013 salvò il Presidente Salva Kiir, che era stato praticamente sconfitto dai ribelli di Rieck Machar, imponendo una Pax Ugandese che di fatto ha prolungato di quattro anni e mezzo il conflitto. Anche dopo il ritiro delle truppe ugandesi, avvenuto nell’ottobre del 2015, Kampala ha continuato a giocare un ruolo attivo nel conflitto alleandosi con Pechino, a favore del Governo di Juba e fornendo all’Esercito regolare grossi quantitativi di armi e munizioni. Il supporto a Salva Kiir da parte di Kampala è stato possibile anche dall’alleanza diplomatica con il Kenya, altro Paese che ha grosse mire sul Sud Sudan. Il Governo di Nairobi fece di fatto fallire gli accordi di pace dell’agosto 2015, in quanto aveva intrapreso una serie di esecuzioni extra-giudiziarie di membri della ribellione SPLM-IO che vivevano in Kenya.

Bashir e Museveni, in questa interessata operazione di pace regionale sono riusciti a coinvolgere anche l’Etiopia. Il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali ha lanciato un ultimatum a Kiir e Machar di una settimana per raggiungere un accordo di pace definitivo.

Nonostante la prova di forza dei Presidenti Museveni e Bashir, supportata da Kenya ed Etiopia,  nessuno osa scommettere sul fatto che gli accordi di Khartoum vengano rispettati, potrebbero fare la fine di quelli firmati nel 2015, sepolti un anno dopo con la cruenta battaglia di Juba, che costrinse Machar, ferito gravemente, a rifugiarsi prima a Khartoum e successivamente in Sudafrica.

Tutti queste tentativi di pace  soffrono dello stesso problema: la mancanza di giustizia. Gli attori che sono chiamati a restaurare la pace sono gli stessi responsabili della distruzione del Paese, dei crimini di guerra, delle pulizie etniche, dei massacri e di quasi 3 milioni di profughi. Sono gli stessi attori che per sete di potere personale e volontà di arricchirsi con i proventi del petrolio hanno assassinato (assieme a Bashir e Museveni) il leader del SPAL, John Garang, nel 2005 per impedire la creazione di un Sudan federale e multietnico e accedere alla secessione, avvenuta nel 2011. Dopo meno di due anni Kiir e Machar avrebbero poi fatto piombare la neonata Nazione nell’inferno della guerra tribale, distruggendo ogni speranza di sviluppo e pace.

Il Ministro degli Esteri sudanese, El-Dirdeiry Mohamed Ahmed, in accordo con il Governo ugandese, ha prorogato a domani 12 luglio la firma definitiva degli accordi di Khartoum prevista per lunedì 9. L’annuncio è stato fatto durante un meeting sul Sud Sudan avvenuto a Khartoum sabato scorso a cui hanno partecipato emissari europei, americani e diplomatici delle Nazioni Unite.

Per rafforzare la pace l’Ambasciatore americano presso il Consiglio di Sicurezza ONU ha proposto un nuovo embargo sulle armi e nuove sanzioni contro ufficiali dell’Esercito regolare accusati di violare la tregua stabilita. Da notare che gli Stati Uniti appoggiano la ribellione, ma sarebbero disposti ad un Governo di unità nazionale dopo aver constatato che le milizie di Rieck Machar non possono vincere nell’immediato futuro questa orribile guerra civile. Questo significa venire a patti con la Cina, partner del Governo di Juba.

Mentre le potenze regionali e internazionali cercano di uscire dal pantano del Sud Sudan ripristinando lo stato di prima del conflitto (Salva Kiir Presidente e Rieck Machar Vice Presidente), circa 2,6 milioni di bambini non hanno conosciuto che la guerra che ha devastato le loro vite, impedendo loro di andare a scuole, di accedere al cibo, esponendoli a malattie, abusi e sfruttamento. Per la terza volta la celebrazione dell’indipendenza  -il 9 luglio- è stata rinviata per motivi di sicurezza e per mancanza di risorse finanziarie. Nel Sud Sudan non c’è nulla da festeggiare e l’indipendenza da Khartoum ha portato il popolo sud sudanese dritto alla guerra civile.

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