sabato, Luglio 31

Sud Sudan, stallo internazionale field_506ffb1d3dbe2

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Il 12 febbraio 2014 gli Stati Uniti hanno richiesto il ritiro dal Sud Sudan di tutte le truppe straniere coinvolte nel conflitto. «La partecipazione di eserciti stranieri impedisce la piena applicazione dell’accordi di tregua firmati il 23 gennaio 2014 tra il Governo del Sud Sudan e la ribellione», recita il comunicato stampa redatto dall’Amministrazione Obama.

Una richiesta simile è stata avanzata anche dalle Nazioni Unite e dal IGAD (Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo). Rispetto agli Stati Uniti le due istituzioni hanno direttamente accusato l’Uganda di influire negativamente sugli sforzi di pace a causa della suo appoggio militare a favore di una fazione belligerante, quella del Presidente Salva Kiir.

Le Nazioni Unite hanno affermato che la crisi umanitaria nel Sud Sudan sta raggiungendo gli stessi livelli di gravità di quella siriana. Dall’inzio delle ostilità (15 dicembre 2013) si registrano quasi 7.000 vittime tra i civili e 900.000 sfollati interni. Alcuni osservatori regionali fanno notare che il numero delle vittime rappresenta una sottostima in quanto nessun organismo indipedente può verificare la reale situazione sul terreno. 

Come risposta il governo ugandese, tramite il portavoce dell’esercito, il Colonello Paddy Ankunda ha rigettato le richieste affermando: «Il ritiro dell’esercito ugandese dal Sud Sudan è un processo complesso che deve essere attuato gradualmente quando si creeranno le condizioni necessarie. Di certo il ritiro delle nostre truppe non sará attuato per obbedire a degli ordini dell’Occidente».

Il Colonello Ankunda ha negato i rapporti che accusano l’esercito ugandese (UPDF) di aver violato la tregua su diversi fronti, ammettendo di aver solo sostenuto l’esercito regolare Sud sudanese (SPLA) in azioni difensive per contenere gli attacchi delle forze ribelli nello Stato di Jonglei, accusando inoltre le forze del ex Vice Presidente Riek Machar di aver compiuto gravi crimini di guerra contro le popolazioni civili nel distretto dello Stato di Jongley Koyang East e nel capitale Bor.

Queste affermazioni sono state smentite dal portavoce delle forze ribelli: il Brigadiere Generale Lul Ruai Koang, che accusa il UPDF di aver attuato pesanti bombardamenti aerei nella località di Anak-Diar a 30 km dalla cittá di Malakal durante un’offesiva dell’esercito governativo SPLA tentata il 13 febbraio data della ripresa dei negoziati di pace.

Il Generale Koang riporta anche un’offensiva terrestre del UPDF nell’area di Gadiang a 90 km nord del capitale del Jongley State: Bor. L’offensiva, durata 4 giorni, sarebbe stata respinta dalle postazioni ribelli.

Altre offensive minori sarebbe state tentate nelle localitá di Yirol, Anak-Diar e Gadiang.

«Il coinvolgimento dell’Uganda nel conflitto interno al Sud Sudan rimane il principale ostacolo per la pace», afferma il Generale ribelle.

Le accuse della ribellione non sono infondate. Il Governo di Juba ha firmato la tregua solo per allentare la pressione internazionale, violandola dopo meno di 14 ore. Grazie al supporto del UPDF l’esercito regolare è riuscito a rafforzare le sue posizioni nelle principali cittá riconquistate: Bor, Pibor, Malakal, Bentiu ed ha tentato di lanciare offensive per risolvere militarmente la crisi attraverso l’annientamento della ribellione.

All’interno dell’attuale situazione sul terreno si nota un precario equilibrio delle forze belligenati. I ribelli controllano l’interno dei tre Stati: Upper Nile, Unity e Jongley, mentre il Governo controlla la capitale e le principali città degli Stati dove si concentra il conflitto.

Gli altri Stati che compongono il Sud Sudan hanno scelto di non schierarsi rispettando formalmente l’autorità amministrativa nella speranza di essere risparmiati dalla guerra civile. L’unica eccezzione è rappresentata dallo Stato di Warrap, confini con il Sudan, dove un tentativo di ribellione a favore di Riek Machar è stato soffocato dall’esercito governativo, ora costretto a mantenere una massiccia presenza per impedire nuovi tenatitivi che aprirebbero un quarto fronte.

I colloqui di pace sono ripresi ad Addis Ababa il 13 febbraio 2014. «Considerando la situazione sul terreno, il mancato rispetto della tregua e l’evoluzione della crisi rispetto al 23 gennaio scorso, questi colloqui di pace sono semplicemente una distrazione», sottolinea l’esperto in questioni sud sudanesi e giornalista per il settimanale ‘The East African‘, Gaaki Kigambo.

La ribellione partecipa alla ripresa dei colloqui con un diverso statuto. Da opposizione interna al partito SPLM ora partecipa come un movimento autonomo, il SSRM (South Sudan Resistance Movement), fondato da Riek Machar e Rebecca Garang il 3 febbraio 2014. La formazione di questo movimento politico militare è stata ufficializzata da un’intervista rilasciata da Machar a ‘Voice of America’. Il SSRM ha come obiettivi lottare contro il Presidente Salva Kiir per istaurare un governo democratico e multi etnico attraverso nuove elezioni. Come precondizione alle elezioni è stata rilanciata la richiesta di dimissioni del Presidente Salva Kiir.

Teoricamente la Comunità Internazionale potrebbe proporre un compromesso che veda un vero rispetto della tregua, un governo di unità nazionale a seguito delle dimissioni del Presidente Kiir e la  partecipazione di tutti gli attori della crisi alle elezioni Presidenziali che si terranno nel 2015.

Un compromesso reso impossibile dalla dichiarazione del 10 febbraio scorso fatta dal Vice Presidente James Wani Igga: «Il Presidente Salva Kiir non sarà a capo della ribellione militare in quanto ha democraticamente vinto le elezioni ricevendo il 93,7% dei voti. Il Presidente Kiir intende rispettare le scadenze elettorali previste per l’aprile 2015. Ogni forza politica può partecipare al processo democratico escluse le forze che hanno imbracciato le armi contro la Repubblica del Sud Sudan».

Il Governo di Juba mantiene inalterata la sua volontà di processare Riek Machar e i quattro detenuti politici ancora in prigione: Pagan Amum, Oyay Deng Ajak, Majak D’Agotk, Ezekiel Lol Gatkouth per alto tradimento.

I sette leader SPLM arrestati il 15 dicembre 2013 e rilasciati lo scorso gennaio, prendono parte ai colloqui di pace come gruppo politico autonomo.

In una conferenza stampa indetta ad Addis Abeba il 13 febbraio i sette leader politici affermano di aver creato un gruppo indipendente denominato “Gli ex detenuti leader del SPLM”. La loro posizione politica non si diffenzia da quella del SSRM escluso l’utilizzo della forza per attuare un cambiamento democratico nel Paese.

«Questi sono solo dei opportunisti politici. Dopo essere stati liberati grazie alle pressioni del Dr. Riek Machar ed essersi assicurato un comodo esilio a Nairobi, ora hanno formato una nuova formazione politica per ottenere dei vantaggi personali. Non avendo nessuna forza armata questo gruppo non è nemmeno da considerare», afferma una importante personalità della diaspora Sud Sudanese a Kampala, simpatizzante per la ribellione sotto protezione di anonimato.

Il portavoce dell’esercito ugandese, il Colonello Paddy Ankunda ha sottoposto a Washigton una provocatoria ma significante domanda: «Se il UPDF si dovesse ritirare dal Sud Sudan, gli Stati Uniti sono pronti ad inviare le loro truppe per evitare un genocidio?»

Il ritiro dell’esercito ugandese non può essere effettuato lasciando un pericoloso vuoto sul terreno. Le truppe promesse da Angola e Sud Africa per una missione militare africana in Sud Sudan tardano ad arrivare. Il team di osservatori militari regionali incaricati di far rispettare la tregua non è ancora al completo. Solo alcuni osservatori sono giunti a Juba il 3 febbraio ma rimangono comodamente alloggiati in hotel di lusso a Juba senza recarsi sul fronte. Una situazione paradossale che ha fatto inervosire le Nazioni Unite, che hanno ricordato al IGAD e alla Comunità Internazionale l’urgenza di installare il Meccanismo di Monitoraggio e Verificazione della corretta applicazione della tregua. Un richiamo che risulta ipocrita in quanto anche l’arrivo dei Caschi Blu di rinforzo promessi dal Palazzo di Vetro soffre di un inspiegabile ritardo.

La richiesta di ritiro delle truppe ugandesi avanzata da Stati Uniti, ONU e IGAD apre inquetanti interrogativi considerando che gli stessi attori nel dicembre 2013 hanno insistito e appoggiato l’intervento militare ugandese.

Un ritiro immediato del UPDF favorirebbe militarmente la ribellione in quanto l’esercito regolare senza il supporto ugandese non sarebbe in grado di resistere a lungo. Giovedì 13 febbraio, contemporaneamente alla ripresa dei colloqui di pace, le forze ribelli hanno lanciato una contro offensiva nella localitá di Kolnyang Payam e si stanno riorganizzando con l’obiettivo di concentrare le loro forze per conquistare la capitale Juba.

Si nutre il sospetto che i principali attori stranieri della crisi Sud Sudanese siano ritornati sulla loro posizione originale, all’epoca condivisa anche dall’Uganda, di porre fine ad un governo scomodo quale quello etnico (Dinka Nkog) istaurato da Salva Kiir sostituendolo con l’alleanza tra Nuer e Dinka Bor garantita dall’alleanza tra Riek Machar e Rebecca Garang.

Questo scenario è fortemente contrastato dal Governo di Kampala poiché la ribellione non darebbe sufficienti garanzie per la gestione del petrolio Sud sudanese da parte dell’Uganda e si nutrono dubbi di una alleanza tra Riek Machar e Khartoum, storico nemico del Uganda.

«Le offenisive attuate da Uganda e il Governo di Juba sono state attuate per riprendere il controllo dei pozzi petroliferi. Il Petrolio é il motivo principale di questa guerra ormai regionale», afferma Luke Patey, ricercatore presso il Instituto Danese di Studi Internazionali e autore del libro sul Sud Sudan “The New Kings of Crude” (I nuovi Re del Petrolio).

In queste settimane il Presidente Yoweri Museveni sicuramente si consulterà con l’Amministrazione Obama per comprendere i motivi dell’improviso cambiamento strategico su questo paese produttore di greggio. Non è escluso un allineamento dell’Uganda alla nuova strategia americana se i suoi interessi petroliferi saranno salvaguardati.

Dei tre obiettivi della strategia di Salva Kiir per mantenere il potere, due sembrano compromessi: quello di convincere l’Unione Africana di porre la missione militare africana sotto il comando ugandese per sostenere l’esercito regolare contro la ribellione e quello di riappacificarsi con le Nazioni Unite.

Solo uno è stato raggiunto. La firma dell’illusoria tregua è servita per riorganizzare le forze, ottenere rinforzi e munizioni e organizzare le offensive militari tramite l’aiuto del UPDF.

L’attuale crisi sembra essere stata prevista da Salva Kiir fin dal 2012 quando il SIPRI (Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca di Pace) identificò il Sud Sudan come il principale acquirente di armi nella regione. Secondo il SIPRI nel 2012 il Governo di Juba spese 741,5 milioni di euro in armamenti. Una cifra enorme considerando che le due potenze militari regionali: Uganda e Rwanda spesero nello stesso periodo rispettivamente: 221,5  e 61,3 milioni di euro.

Fonti non ufficiali affermano che il trend di acquisto armi è continuato per tutto il 2013. Attualmente il Governo di Juba sta firmando diversi contratti con ditte di armamenti straniere per acquistare un colossale arsenale, prosciugando le riserve di valuta pregiata provenienti dai profitti petroliferi del 2008 – 2010. Un segnale che il Presidente Salva Kiir si sta preparando per una lunga guerra, incurante che queste spese distruggeranno l’economia del paese già ridotta ai minimi di sussistenza a causa di due anni di sospensione delle attività estrattive per tutto il 2012 a casua delle guerra con il Sudan. Dal Dicembre 2013 le attività estrattive sono state nuovamente interrotte. Il petrolio rappresenta il 92% dell’economia nazionale.

 

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