giovedì, Maggio 13

Sud Sudan: sorti in mano a Cina, Sudan e Uganda

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Le analisi sudanesi-ugandesi di un Sud Sudan debole e in balia delle potenze regionali si è dimostrata estremamente realistica. La guerra civile scoppiata nel dicembre 2012 è il più chiaro esempio. L’attuale Sud Sudan non può che essere un Paese basato su un fragile equilibrio etnico, sorretto da due criminali di guerra e in balia del Sudan e dell’Uganda. Secondo indiscrezioni giunteci, i due Capi di Stato avrebbe raggiunto dei precisi accordi sulla spartizione del Sud Sudan. Una spartizione equa e conveniente per le due potenze regionali, ma non di certo per la popolazione sud sudanese. Khartoum e Kampala si sono impegnati a porre fine alla guerra civile della giovane Nazione convincendo le rispettive marionette: Machar e Kiir. Un piano strategico che ha molte possibilità di riuscire, in quanto il Sudan è il principale fornitore di armi alla ribellione, e l’Esercito ugandese (guidato dal figlio di Museveni e futuro candidato presidenziale: il Generale Muhoozi) è la sola forza militare che finora ha impedito a Garang di prendere il potere.

Gli accordi presi tra Khartoum e Kampala combaciano con le esigenze del comune alleato internazionale, la Cina, che detiene importanti interessi economici nei due Sudan, e sta diventando per l’Uganda un partner alternativo all’Occidente. Museveni ha inoltre la vitale necessità di far finire una guerra civile che sta dissanguando le casse statali ugandesi causa lo sforzo bellico diretto. Sta inoltre compromettendo il piano di instaurare una presidenza ereditaria. Le recenti e non pubblicizzate sconfitte dell’esercito ugandese inflitte dalla ribellione di Garang hanno costretto l’UPDF ad attestarsi su posizioni di difesa del fronte, notoriamente molto costose. Una eventuale sconfitta dell’UPDF sarebbe la prima registrata all’estero dall’Uganda, e proprio sotto il comando del Generale Muhoozi. Questo sbarrerebbe le porte alla presidenza. Nessun ugandese voterebbe un Generale sconfitto.

Durante gli incontri ufficiali a porte chiuse, Bashir e Museveni avrebbero delineato il futuro del Sud Sudan. Una fragile pace e un Paese guidato da due figure politiche in mano a Khartoum e a Kampala. Un Paese destinato a diventare uno sfogo per i mercati sudanese e ugandese, e a rifornire entrambi del prezioso greggio. Un accordo di equa distribuzione delle risorse petrolifere sud sudanesi tra Sudan e Uganda sarebbe ormai stato raggiunto. Il progetto capeggiato dall’Occidente di creare un oleodotto per l’esportazione del greggio sulle coste keniote interrompendo l’attuale utilizzo del oleodotto sudanese che sfocia a Port Sudan, privando così Khartoum del petrolio sud sudanese sarebbe stato abbandonato dalla East African Community grazie alle pressioni dell’Uganda. Il greggio sud sudanese verrebbe equamente suddiviso tra Khartoum e Uganda.

Si parla di costruire un oleodotto sud di modeste dimensioni che giunga solo al centro di smistamento e di raffineria di Hoyma, in Uganda, dove il greggio sud sudanese verrebbe riservato per le esportazioni ugandesi fino ai porti kenioti tramite un secondo oleodotto da Hoyma a Lamu. L’oleodotto nord che sfocia a Port Sudan continuerebbe a essere l’infrastruttura privilegiata per l’export di Juba il tutto gestito dal unico investitore petrolifero straniero: la Cina. Non è una caso che Pechino ha annunciato la disponibilità di investire 832 milioni di dollari nella creazione di una raffineria a Port Sudan, nello Stato del Red Sea. La decisione del mega-investimento nasce dall’esigenza di Khartoum di utilizzare gran parte del greggio sudanese per l’economia interna.

L’equa suddivisione del petrolio sud sudanese tra Cina, Sudan e Uganda rappresenta un grosso problema per l’Occidente. Grazie agli accordi in corso tra i tre Paesi, la strada viene sbarrata alle compagnie petrolifere occidentali che difficilmente entreranno nel mercato del greggio sud sudanese, se non conquistando a fatica qualche nicchia di mercato. Il petrolio sud sudanese servirà per lo sviluppo regionale del Sudan e dell’Uganda, e assicurerà un doppio vantaggio per la Cina: esportazione di greggio in madre patria e disponibilità in loco dei derivati del petrolio che permetterà la ricollocazione di parte dell’apparato industriale cinese in Sudan e Uganda.

Non è previsto nessun vantaggio per la popolazione sud sudanese. Non è un caso che le passate richieste del governo di Juba di creare delle raffinerie per il consumo interno siano state sistematicamente ignorate dalla Cina. La sorte predestinata alle popolazioni sud sudanesi si basa anche su pregiudizi razziali nutriti dal Sudan e dall’Uganda. Gli arabi hanno sempre considerato le tribù afro del Sud Sudan (Dinka, Nuer, Shilluk) come delle sotto razze non in grado di costruire una moderna e sviluppata società. Stesso sentimento razzista viene nutrito dagli ugandesi, che considerano i sud sudanesi come dei primitivi da controllare, guidare e sfruttare. La decisione di mantenere i due criminali di guerra autori della tragedia umanitaria e della guerra civile non è casuale. Khartoum sa di poter controllare Rieck Machar come Kampala di poter controllare Salva Kiir. Entrambi per mantenere il potere sono consapevoli che saranno chiamati a rappresentare gli interessi dei loro padroni regionali. La difficoltà è di controllare gli odi personali e tribali nutriti da Machar e Kiir.

Le prospettive per la popolazione sud sudanese non sono rosee. Nel migliore dei casi verrà loro negato lo sviluppo, in quanto le risorse naturali del loro Paese servono all’apparato industriale cinese e allo sviluppo di Sudan e Uganda. L’incontro tra Baschir e Museveni avvenuto il 17 e il 18 settembre 2015 trasforma il Sud Sudan in una vittima indifesa di un cinico atto coloniale di spartizione delle ricchezze naturali e dei mercati, attuato da due Governi imperialisti e dotati di una aggressiva politica estera, sempre più alleati al blocco emergente dei Paesi del BRICS che ormai non nasconde più il suo obiettivo di sostituire l’egemonia mondiale del Occidente passando anche per il controllo energetico in Africa.

 

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