lunedì, Ottobre 18

Sud Sudan: Salva Kiir si scontra con Unione Africana e USA Sanzioni economiche e embargo evocati dall’Unione Africana sono sostenute dagli Stati Uniti; Kiir sempre più isolato; grandi affari in armi per Russia e Cina proseguono

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Mercoledì 24 gennaio la Casa Bianca ha proposto un embargo internazionale delle armi verso il Sud Sudan. L’Ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato, durante una sessione del Consiglio di Sicurezza, che il Presidente Salva Kiir e il suo Governo sono diventati dei partner non credibili e devono rispondere delle loro azioni. Secondo Haley il Governo Kiir ha tradito le aspettative di pace e progresso della popolazione sud sudanese.

Alcuni osservatori politici africani individuano nelle dure parole pronunciate da Haley contro il Governo di Juba un radicale cambiamento di politica estera nei confronti del Sud Sudan. Gli Stati Uniti danno l’impressione di aver abbandonato gli sforzi diplomatici a favore della pace nel tentativo di imporre la fine di questa orribile guerra civile che è ormai associata a crimini contro l’umanità e pulizie etniche. In realtà la Casa Bianca sta mantenendo inalterata la sua politica verso il Paese africano. Una politica che fin dall’inizio ha supportato la ribellione di Rieck Machar, al fine di strappare alla Cina il monopolio dei giacimenti petroliferi sud sudanesi. Nell’aprile 2017, constatando che la ribellione di Machar stentava imporsi, il Pentagono ha incoraggiato la nascita di altri gruppi armati nel chiaro tentativo di provocare una disfatta militare del Governo Kiir. Le dure parole di Haley presso il Consiglio di Sicurezza sono rivolte unicamente contro il Governo di Juba, trascurando la ribellione.

Accusando il Presidente Kiir di voler impedire l’arrivo di aiuti umanitari, l’Ambasciatore Haley ha proposto un embargo internazionale sulla vendita di armi in Sud Sudan. Proposta bocciata al Consiglio di Sicurezza ONU causa il veto di Cina e Russia che con la guerra sud sudanese hanno visto triplicare la vendita di armi leggere in Africa. La Cina ha inoltre l’obiettivo di mantenere il monopolio sui giacimenti petroliferi, per quanto Pechino stia valutando la possibilità di accordi di spartizione del greggio sud sudanese con gli Stati Uniti.

La Casa Bianca sta tentando di fare pressioni su due suoi alleati regionali, Kenya e Uganda, accusati di appoggiare il Governo Kiir e quindi di essere una delle cause del proseguimento della guerra civile. Le accuse non sono infondate. Nairobi e Kampala stanno rifornendo di armi e assicurando appoggio politico alla ribellione e al Governo di Juba e hanno permesso che i loro territori di confini si trasformassero in corridoi sicuri per le spedizioni di armi e munizioni in partenza a Pechino e Mosca.

Adama Dieng, Consigliere Speciale per la Prevenzione dei Genocidi presso le Nazioni Unite, ha accusato Kenya e Uganda di essere coinvolti nel traffico di armi che alimenta la guerra civile sud sudanese. Gli esperti ONU lo scorso novembre ha presentato prove inconfutabili di un carico di 31 tonnellate di armi giunte a Juba nell’agosto 2017 attraverso l’Uganda. Le armi, fabbricate in Bulgaria, sono giunte all’aeroporto internazionale di Entebbe grazie alla copertura offerta dalla Bosasy Logistics, una compagnia di servizi logistici con sede a Kampala, capitale dell’Uganda.

Come nel caso della denuncia americana, anche quella delle Nazioni Unite nasconde una forte dose di ipocrisia. Nel marzo 2014 i soldati ugandesi (all’epoca parte attiva del conflitto) intercettarono un carico di armi e munizioni nascoste in un convoglio di 13 camion della UNMISS, la missione di pace ONU in Sud Sudan. Il carico era diretto verso la città di Bentiu nel Unity State sotto il controllo della coalizione ribelle guidata da Rieck Machar.

La risposta ufficiale del Governo sud sudanese dinnanzi all’ipocrisia internazionale dei vari attori regionali e stranieri che evocano la pace a tutti i costi dopo aver constatato l’impossibilità di far prevalere i loro interessi economici attraverso una vittoria delle fazioni alleate sud sudanesi, non si è fatta attendere. Il Ministro degli Esteri sud sudanese, Mawien Makol, ha avvertito che la campagna di minacce orchestrata da Unione Africana e Stati Uniti contro il Governo di Juba rischia di far deragliare su binari morti il processo di pace. «Quando si parla di sanzioni non si intende portare pace in un Paese. Il Governo sud sudanese necessita di sostegno regionale e della comunità internazionale e non di minacce che ledono la sovranità nazionale», ha dichiarato Makol al quotidiano sud sudanese ‘Juba Monitor’. Secondo il Ministro Makol le sanzioni che potrebbero essere imposte al Sud Sudan affosseranno in modo definitivo le possibilità di pace, riaccendendo la guerra civile.

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