sabato, Maggio 15

Sud Sudan, Salva Kiir perde i suoi alleati Etiopia e Kenya nel mirino, così come l'Uganda di Museveni. E le Nazioni Unite potrebbero riallinearsi

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Salva Kiir crisi

Goma – Dopo sei mesi di guerra civile in Sud Sudan, il Presidente Salva Kiir e il suo governo sono sempre più in difficoltà e i suoi alleati regionali tendono ad abbandonarlo, cercando di escluderlo dal governo transitorio che dovrebbe essere formato il prossimo agosto. L’Etiopia, pur essendo il Paese che ospita i negoziati di pace, è sospettata di sostenere la ribellione di Riek Machar. Stesso sospetto grava sul Kenya, pur essendosi posizionato come  mediatore regionale fin dall’inizio del conflitto. Le ombre e i dubbi su questi due Paesi hanno spinto il Presidente Salva Kiir a formulare dirette accuse nei confronti del IGAD (Inter Governmental Authority on Development – Autorità Inter Governativa per lo Sviluppo). L’accusa è stata formulata giovedì 19 giugno a Juba durante una riunione parlamentare a cui erano presenti anche tutti i ministri dell’attuale governo.

«Siamo a conoscenza dell’esistenza di cospiratori all’interno del IGAD che intendono escludermi dal governo di transizione. Piano a cui intendo fermamente oppormi. Sono stato eletto democraticamente come Presidente del Sud Sudan e intendo rimanere in carica fino alla fine del mio mandato. Solo la popolazione sud sudanese ha il diritto di rimuovermi attraverso le elezioni. Questa è una condizione non negoziabile per porre fine al conflitto», dichiara il Presidente Kiir. L’esercito regolare (SPLA) è sotto pressione per mantenere le città riconquistate e la linea del fronte tracciata dall’esercito ugandese presso Bor, la capitale dello Stato di Jonglei. Il morale è ai minimi storici e si registra una aumento delle diserzioni. Oltre 3.000 soldati hanno abbandonato il fronte, disperdendosi con le armi all’interno del Paese causa ritardi di quattro mesi sul pagamento dei loro salari. Il governo di Juba si trova praticamente in bancarotta in quanto la ribellione è riuscita a bloccare le attività estrattive nei principali pozzi petroliferi degli Stati di Unity e Upper Nile.

Le scarse risorse in valuta pregiata sono utilizzate per pagare l’assistenza militare dell’Uganda. Una spesa che il Presidente Salva Kiir non può tagliare in quanto il UPDF (esercito ugandese) rappresenta la sola forza militare credibile capace di impedire ai ribelli di Machar di conquistare il potere. Le diserzioni all’interno del SPLA stanno assumendo una dimensione preoccupante che ha spinto il 18 giugno scorso il Capo della Difesa Kuol Manjank Yuuk a sottoporre le proprie dimissioni, rifiutate dal Presidente Kiir. Secondo fughe di notizie dall’interno dell’esercito sud sudanese il Generale Mankank Yuuk avrebbe presentato le sue dimissioni in quanto convinto che non vi sia nessuna possibilità di vincere il conflitto a causa della incapacità del Presidente di comportarsi come un leader responsabile in questo difficile momento. Le accuse rivolte alla IGAD potrebbero non essere frutto di fobie del Presidente.

Una conferma proviene dall’Australia. John Bith Aliap, imprenditore sud sudanese e stimato “opinion maker”, residente nel Paese – continente, ha recentemente affermato alla stampa nazionale e a quella africana che i leader della IGAD starebbero seriamente considerando la possibilità di escludere dal governo transitorio il Presidente Salva Kiir, offrendo maggior poteri al suo rivale Riek Machar. «L’intenzione è di proporre un “power-sharing” che escluda il Presidente Salva Kiir, contraddicendo i principi democratici. Se questo indirizzo prenderà il sopravvento si aprirà un altro pericolosissimo capitolo nel Sud Sudan. La condivisione del potere non é nuova nel nostro paese, visto che ha rappresentato la base per la creazione del governo e della nazione nel 2011. Le sue origini risalgono al 2005 quando, dopo la morte del leader fondatore del Sudan People’s Liberation Movement (SPLM) John Garang, Kiir e Machar si spartirono il potere del paese, all’epoca ancora parte del Sudan. Questa formula politica ha fallito nel nostro paese ed è stata la principale causa dell’attuale guerra civile. Il power-sharing rischia di spingere il Sud Sudan negli abissi», spiega Bith Aliap, esprimendo vari dubbi sulla riuscita del power-sharing in vari Paesi africani.

«Il power-sharing è stato proposto in molti Paesi africani come Angola, Burundi, Repubblica Centroafricana, Congo, Ciad, Comore, Costa d’Avorio, Congo-Brazzaville, Liberia, Mali, Senegal, Somalia, Sud Africa, e Zimbabwe. Tutti i paesi che hanno accettato questa formula hanno peggiorato la loro situazione. Solo i paesi che hanno rifiutato la proposta e continuato la guerra militare o politica ora godono di una situazione stabile: Angola, Ciad, Congo-Brazzaville, Sud Africa e Zimbabwe. Negli altri Paesi il power-sharing ha compromesso la possibilità di indire elezioni credibili, risolvere i  conflitti e raggiungere una stabilità. Il power-sharing non è la soluzione per il Sud Sudan». John Bith Aliap propone, come soluzione un governo ad interim veramente rappresentativo che includa tutti gli attori politici e le etnie presenti nel Paese per creare le basi democratiche che non sono state raggiunte dal 2005 ad oggi, compresa la redazione della nuova Costituzione.

Il governo dovrebbe impegnarsi seriamente a  preparare libere elezioni democratiche dove al Presidente Salva Kiir sarebbe vietato di partecipare non per prese di posizione ideologiche ma per il limite costituzionale raggiunto relativo ai mandati presidenziali. Secondo questa proposta, a Salva Kiir deve essere garantita la carica presidenziale fino alla fine del suo mandato, limitando però i suoi attuali poteri. «Far formare il nuovo governo solo ai due principali attori della crisi e ai loro servitori affamati di potere e responsabili di inaudite pulizie etniche sarebbe il piú grave errore che i paesi regionali e la Comunità Internazionale possano commettere in Sud Sudan», avverte Bith Aliap.

Le difficoltà del governo e del presidente non sono solo confinate ai rapporti con Kenya ed Etiopia. L’alleanza Juba – Kampala, che fino ad ora ha permesso al presidente Kiir di mantenere il potere, sembra incrinarsi. Il 14 giugno i media ugandesi hanno ricevuto un nota interna del Presidente Yoweri Museveni riguardo la situazione in Sud Sudan. Copia del documento originale è stata inviata da alte personalità all’interno del governo con il chiaro intento di danneggiare l’immagine del presidente ugandese. Nella nota, che doveva rimanere confidenziale, Museveni chiarisce che Riek Machar non ha fatto nessun tentativo di colpo di stato il 15 dicembre 2013, data dell’inizio della guerra civile. Secondo la nota, la crisi sarebbe stata causata da profonde divisioni tra Kiir e Machar e dal tentativo del presidente Kiir di arrestare Machar e di annientare fisicamente l’opposizione interna al partito SPLM e all’esercito SPLA.

Un’affermazione gravissima, pronunciata dal principale alleato del Sud Sudan, che ridicolizza le posizioni ufficiali fino ad ora assunte dal governo di Juba. La diffusione di questa nota interna ha profondamente incrinato i rapporti tra i due paesi, nonostante che il governo sud sudanese mantenga la sua posizione di sudditanza all’Uganda per poter sopravvivere e non soccombere alla ribellione di Riek Machar. Giovedì 19 giugno il presidente Kiir ha fatto circolare una nota nota interna in cui si vieta a tutti i ministri e ufficiali dell’esercito di commentare la presa di posizione del presidente Museveni. Nella nota Kiir esprime il suo profondo rammarico verso la controparte ugandese, affermando di sentirsi tradito da uno tra i migliori amici.

«Il Presidente Museveni è il solo leader regionale che sta concretamente difendendo il governo democraticamente eletto del Sud Sudan. È anche un mio amico personale. Quello che mi rammarica è che abbia sposato le tesi della ribellione riguardo agli avvenimenti del 15 dicembre 2013 senza consultarmi», recita la nota confidenziale che ha subito la stessa sorte di quella ugandese, arrivando all’attenzione dei media regionali grazie a delle talpe all’interno del governo di Juba. La smentita ufficiale fatta dalle autorità sud sudanesi si è coperta di ridicolo dinnanzi alla pubblicazione della nota interna con tanto di firma del presidente. Non è la prima volta che Museveni esprime forti perplessità sul suo alleato sud sudanese a cui è legato per interessi puramente economici basati su una spartizione del greggio del Sud Sudan tra Uganda e Cina. Nel maggio 2014 Museveni, durante la campagna elettorale nel distretto di Luweero, ha pubblicamente affermato: «Piuttosto di vedere l’Uganda in guerra civile e dipendere da eserciti stranieri come in Sud Sudan, preferisco impiccarmi». L’affermazione creò immediate proteste diplomatiche di Juba.

Due nuovi fattori stanno emergendo dalla crisi: il tentativo di Riek Machar di avvicinarsi al suo rivale ugandese e la nuova posizione militare del contingente ONU in Sud Sudan. Riek Machar, che ha sempre accusato l’Uganda di essere la principale causa del prolungamento del conflitto, richiedendo il ritiro delle truppe UPDF, si è ufficialmente congratulato con il presidente Museveni, in presenza del presidente Kiir, durante un colloquio pubblico avvenuto il 18 giugno ad Addis Abeba. Il motivo di questo inaspettato apprezzamento è l’aver riconosciuto la falsità della notizia del colpo di stato del 15 dicembre 2013.

Un messaggio cifrato ONU intercettato dal giornalista investigativo americano Colum Lynch rivela accordi tra il Palazzo di Vetro e Pechino per proteggere gli interessi petroliferi cinesi nel Sud Sudan, permettendo alla Cina di assumere un ruolo significativo all’interno della missione di pace ONU in Sud Sudan, UNMISS. Pechino sarebbe pronto ad inviare un consistente contingente militare per rafforzare i 340 caschi blu cinesi già presenti nel paese, con il mandato offensivo e difensivo per proteggere i pozzi petroliferi controllati dalle proprie multinazionali nel Unity e Upper Nile. Secondo il messaggio cifrato la protezione delle istallazioni petrolifere avrebbe priorità su quella ai civili.

Se questo nuovo orientamento sarà confermato dai fatti si assisterebbe nel Paese africano ad un riallineamento delle alleanze, sottraendo l’appoggio diretto ed indiretto delle Nazioni Unite alla ribellione di Riek Machar concordato con l’Amministrazione Obama. Questo appoggio sarebbe sostituito da una nuova alleanza che vedrebbe Nazioni Unite, Cina e Uganda unite a difendere interessi economici comuni. Un primo allarme su questa nuovo orientamento è la richiesta sottoposta da New York a Kampala di partecipare a pieno titolo al contingente militare africano della IGAD di imminente dispiegamento nel Sud Sudan. Fino allo scorso maggio le Nazioni Unite avevano appoggiato la richiesta  americana di un totale ritiro delle truppe ugandesi dal teatro di guerra sud sudanese. 

 

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