venerdì, Ottobre 22

Sud Sudan: Salva Kiir non rispetta gli accordi, è guerra

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In un incontro avvenuto a Kampala il 23 luglio scorso, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha chiesto al Generale Kiir di rispettare la decisione della Unione Africana relativa al contingente militare di interposizione nel Sud Sudan. Il presidente Museveni ha avvertito che l’opposizione alla decisione della Unione Africana posizionerà il Sud Sudan in una situazione di rottura diplomatica a cui seguiranno dure reazioni. Non si conosce la risposta data dal Generale Kiir, ma la volontà di mantenere il divieto per il contingente militare africano sembra evidenziata dalle ultime manifestazioni ‘popolari’ indette dal governo in carica contro l’Unione Africana. Manifestazioni che hanno trovato una significativa adesione presso la capitale ma non nelle altre città del Paese. Il contingente di pace ONU in Sud Sudan, di cui base militare presso la capitale è stata attaccata dalle forze governative durante gli scontri del 8 luglio, preferisce non pronunciarsi in merito. I Caschi Blu sono accusati fin dal inizio del conflitto di favorire la fazione del Generale Machar.

La risposta dell’Unione Africana non si è fatta attendere. Le truppe africane verranno dispiegate in Sud Sudan anche senza il consenso del ex presidente Salva Kiir. Una affermazione che nasconde un pericolo politico. Qualora la UA non riuscisse ad inviare le truppe, il Sud Sudan sarebbe il secondo fallimento della Organizzazione Continentale di risolvere le crisi africane in meno di 10 mesi. Il primo è stato il mancato invio di truppe in Burundi per proteggere la popolazione contro il regime CNDD-FDD appoggiato dai terroristi ruandesi FDLR. Secondo alcune fonti regionali, prima della opposizione ufficialmente espressa dal Generale Kiir, Sudan, Etiopia, Kenya e Rwanda erano stati designati a mettere a disposizione reparti dei loro eserciti per formare la missione militare UA in Sud Sudan. La ferma opposizione di Kiir fa intravvedere alte probabilità che le truppe UA siano costrette a scontrarsi con le forze governative sud sudanesi qualora decidessero di giungere nel martoriato Paese.

Il rischio di essere coinvolti in una guerra in Sud Sudan sta portando Khartoum, Addis Abeba, Nairobi e Kigali a rivedere la loro disponibilità di partecipare al contingente militare UA. Nessuno di questi Paesi si può permettere il lusso di una lunga guerra all’estero. Il Sudan è impegnato militarmente per debellare le ribellioni nel Darfur e ai confini con il Sud Sudan. Etiopia e Kenya sono impegnati contro i terroristi Al-Shabaab in Somalia, affrontando contemporaneamente situazioni di instabilità interna. Addis Abeba sta concentrando divisioni  nel Ogaden (regione prevalentemente abitata da somali che rivendicano l’indipendenza). L’esercito keniota è impegnato a rafforzare la difesa del Paese per prevenire altri attacchi terroristici di Al-Shabaab che dal 2011 si è accanito sul Kenya in risposta all’invio di truppe operative in Somalia all’interno della forza militare africana AMISOM, guidata dall’Uganda. Il Rwanda non può spostare nemmeno una divisione sul fronte sud sudanese in quanto l’esercito è impegnato al controllo delle frontiere con il Congo e il Burundi per impedire l’ennesima invasione dei terroristi ruandesi FDLR, autori del genocidio del 1994. L’Uganda ha immediatamente chiarito che non interverrà militarmente per la seconda volta in Sud Sudan.

Di fronte a queste difficoltà il supporto del Generale Rieck Machar alla decisione UA di inviare un contingente di pace africano sembra più un atto di propaganda che una seria volontà di collaborazione per restaurare pace e democrazia in Sud Sudan. La più giovane nazione africana nata nel 2011 sembra destinata a ritornare agli orrori della guerra civile iniziata nel dicembre 2014, con gravi conseguenze per la stabilità della Regione dei Grandi Laghi. Stabilità già minacciata dalla crisi burundese e dal probabile periodo di caos politico e sociale nella Repubblica Democratica del Congo in previsione delle elezioni previste per il novembre 2016 e la ferma volontà del dittatore Joseph Kabila di ottenere un terzo mandato presidenziale non previsto dall’attuale Costituzione.

 

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