lunedì, Settembre 27

Sud Sudan, pace in bilico e ipocrisia internazionale I vari attori regionali ed internazionali sono arrivati a constatare l’impossibilità di far prevalere i loro interessi economici tramite una vittoria delle fazioni alleate sud sudanesi

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 Il Presidente Salva Kiir, durante il messaggio di Natale, ha promesso pace e stabilità per il nuovo anno assicurando la popolazione che verranno compiuti tutti gli sforzi necessari per creare un governo di unità nazionale, instaurare la pace e riunire il Paese ora diviso da odi etnici. I leader sud sudanesi oltre alle pressioni estere sentono quelle interne. La popolazione è stanca di guerra, atrocità, distruzioni e fame. L’educazione e la sanità sono praticamente assenti e le attività agricole interrotte costringendo 2 milioni di persone alla fame. «I politici sud sudanesi sono preoccupati del malcontento della loro popolazione» afferma Jervasio Okot, un analista politico sud sudanese basato a Nairobi.

 

 Alla pressione popolare si aggiungono pericolose divergenze all’interno del SPLA di Kiir. Vari Generali stanno considerando il Presidente (illegalmente al potere dal 2015) come il principale ostacolo per la pace e stanno pensando di porre fine alla guerra civile  destituendo Kiir. Un primo tentativo è stato attuato nel giugno 2017 a seguito della destituzione del Generale Paul Malong Awan dalla carica di Capo dello Stato Maggiore dell’esercito avvenuta nel maggio 2017. Rumori si sparsero a Juba e furono confermati da rappresentanze diplomatiche africane che il Generale Malong stesse preparando un Colpo di Stato. Salva Kiir fu costretto a non partecipare alla riunione straordinaria tenutasi lunedì 12 giugno 2017 presso la sede della IGAD ad Addis Abeba. Kiir temeva che in sua assenza i reparti dell’esercito rimasti fedeli al Generale Malong protessero rimuoverlo dalla Presidenza. Anche se il Colpo di Stato è stato sventato sul nascere, le divergenze sempre più evidenti all’interno dell’esercito e del partito potrebbero ricreare le condizioni per destituire Salva Kiir e nominare un nuovo Presidente in grado di portare il Paese alla pace.

 La road map dettata dalla IGAD e appoggiata dalle potenze regionali, dall’Occidente e dalla Cina è irta di ostacoli che possono compromettere il raggiungimento della pace. Le elezioni non possono essere indette prima di aver trovato un consenso generale che accontenti ogni belligerante privandolo della sensazione di essere in una posizione di debolezza politica e costringendolo alla ripresa delle ostilità. Potrebbe essere  necessario rinviare al 2019 le elezioni. Anche se il governo transitorio dovrà assicurare un processo di riconciliazione, che troppo spesso in Africa si è tramutato in amnistia generale, molti attori della guerra civile temono di essere giudicati prima o poi per i crimini commessi. Questo timore non facilita la fine delle ostilità. Con il prolungarsi della guerra nuovi attori sono emersi complicando la già precaria situazione politica nazionale. I 32 Stati creati dal Presidente Kiir stanno diventando ulteriore fonte di conflitto anche in aree non ancora sconvolte dalla guerra civile. I vari Governatori, basandosi su politiche etniche, stanno tentando di controllare le risorse naturali per evidenti interessi personali.

 Il Presidente Kiir (discretamente appoggiato da Museveni) ha avviato un intenso lavoro di lobby nella regione per indebolire e isolare Rieck Machar con l’obiettivo che la ribellione SPLA-In Opposition sia costretta a nominare un altro Vice Presidente al suo posto. Kiir sta cercando di convincere la IGAD che il suo rivale rappresenti un pericolo per la pace e che vada esiliato e magari processato per i crimini di guerra commessi.

 Nell’Aprile del 2017, Julius Malema, Leader del partita marxista sudafricano ‘Combattenti per la Libertà Economica’ ha denunciato un accordo tra Kiir e il Presidente Jacob Zuma per mantenere Rieck Machar in esilio a Pretoria, dopo la sua fuga dal Sud Sudan a causa della sconfitta nella battaglia di Juba scoppiata il 26 luglio 2016, dove la missione di pace ONU è stata accusata di crimini di guerra. Sarebbero stati proprio i caschi blu in Sud Sudan a far fuggire Rieck Machar prima a Khartoum e successivamente a Pretoria tramite la collaborazione della missione di pace MONUSCO in Congo. Secondo il leader marxista sudafricano, il governo di Juba verserebbe al governo sudafricano 449.000 dollari al mese per trattenere Rieck Machar. All’epoca il Presidente Zuma e il suo governo non risposero alle accuse rivolte da Malema.

 Anche Rieck Machar, nonostante che sia trattenuto in Sudafrica, sta giocando le sue carte per ottenere una posizione di forza nel governo di transizione. Il 30 dicembre le sue truppe hanno ripreso i combattimenti negli Stati di Fashoda, Upper Nile e Barhr El Ghazal, accusando le truppe leali al Presidente Kiir di aver violato per prime il cessate il fuoco. L’accusa sembra poco credibile visto che il SPLA-In Opposition ha esteso gli attacchi anche negli Stati di Yei River, Northern Liech, Amadi e Awiel East. Sembra piuttosto che vi sia la volontà di Machar di acquisire maggior forza nei trattati di pace che si terranno in febbraio ottenendo strategiche vittorie militari sul campo.

Gli accordi segreti Juba Pretoria, denunciati da Malema, hanno impedito a Machar di presenziare agli incontri preliminari organizzati dalla IGAD e svoltesi l’ultimo weekend del 2017 ad Addis Abeba. La ribellione era rappresentata dal suo vice: Herny Odwar. La permanenza di Machar in Sud Africa è considerata come una prigionia da molti gruppi di opposizione alleati al SPLA-In Opposition che minacciano la ripresa delle ostilità e di boicottare gli incontri di febbraio se Machar sarà ancora trattenuto in Sud Africa.

In una lettera indirizzata al rappresentante della IGAD, Il Primo Ministro etiope Hailemariam Desalegn, i leader politici del SPLA-In Opposition denunciano la detenzione di Machar in Sud Africa come una grave violazione dei diritti umani che potrebbe avere ripercussioni sul processo di pace riattivato.  I leader dell’opposizione hanno chiesto l’immediata libertà di movimento di Machar. Un gruppo di attivisti sud sudanesi, il Senior Youth of South Sudan, molto influente in varie parti del Paese, hanno minacciato i boicottare l’incontro di febbraio se il loro leader non sarà libero di lasciare il Sudafrica.

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